Migrazioni

Riflessioni

di Nick Neim

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Un viandante, assalito da certi ladroni, picchiato e derubato, fu abbandonato in mezzo alla via gravemente ferito.
Poco dopo passò un ricco signore del luogo che, viste le sue sofferenze, mosso a pietà, lo soppresse liberandolo delle sue pene.


Tutto cominciò con un’azione, un gesto essenziale, semplice, elementare: un salto, meglio un balzo verso il basso. Si trattò di uno slancio che portò quella scimmia – indecisa paurosa incerta dubbiosa insicura, dal ramo del grande albero al limitare della prateria, dove stazionava quasi tutto il tempo – al suolo sottostante della savana. La scimmia s’era fatta uomo. Con quell’atto, quel sobbalzo verso terra, iniziarono gli spostamenti per cercare ripari, luoghi e cibo, gli allontanamenti per esplorare, le migrazioni, gli esodi.

Circa 40.000 anni fa – sulla datazione non tutti sono d’accordo, si trattò comunque di un tempo poco più in là, suppongo, di quello di Adamo ed Eva – alcune tribù di Homo sapiens, provenienti dall’Africa Mediorientale, si diressero da una parte verso l’Asia spingendosi ad oriente fino a raggiungere le estreme regioni, dall’altra parte, attraverso la Grecia e la dorsale adriatica si allargarono in quel territorio che attualmente chiamiamo Europa; chi sa come lo chiamavano quelle genti che provenivano dal sud e andavano al nord. Qui e in tutta l’Asia e altrove vivevano già delle razze di Homo (uomo di Neandertal, uomo di Cro-Magnon)che si erano adattati a quegli ambienti ancora infreddati e gelidi a causa delle glaciazioni che mantenevano la neve e i ghiacci fin più giù delle Alpi. Non è dato conoscere cosa spingesse le tribù dei sapiens a spostarsi, sta di fatto che avanzarono sempre più verso settentrione e verso oriente fino a sostituire gli originari abitatori. Era una specie più evoluta e intelligente, si ipotizza, possedeva e utilizzava armi più moderne, forse era perfino antropofaga e quindi cacciava gli indigenicome noi oggi cacciamo i conigli e i cervi, quasi sicuro era portatrice di nuove malattie a cui i vecchi abitanti non seppero resistere, inevitabilmente si scontrò e si frammischiò alle popolazioni originarie (insomma, in buona sostanza, brutta gente). Di sicuro si trattò di una concausa di tutte queste ipotesi e di altre ancora non congetturate che, di fatto, consentì all’H. sapiens di sopraffare le genti preesistenti e di insediarsi al loro posto. Oggi la scienza dà per accertato che, direttamente o indirettamente, furono i sapiens a causare la scomparsa dei Neandertalensi e dei Cromagnoidi: non ebbero di sicuro un atteggiamento dettato dalla fraternité e non furono certamente amichevoli i nuovi arrivati con gli stanziali. È probabile che il concetto di fratellanza – quindi di amicizia – corrispondesse con il concetto di appartenenza; se appartieni alla tribù, al gruppo, alla famiglia sei amico e fratello per contro, se non appartieni al gruppo sei nemico da combattere e annullare. Fratellanza come parentela, appartenenza, amicizia.

La ricerca, gli studi, i documenti storici ci hanno insegnato che c’erano state già precedentemente migrazioni di Homo ma, soprattutto, hanno documentato quanti spostamenti, emigrazioni, esodi, diaspore, espatri, allontanamenti di tribù, di gruppi, di genti, di popoli, di nazioni si siano verificate successivamente in seno a questa giovane e piccolaterra uscita dall’inimmaginabile botto del Bing Bang, modellata dalla rotazione attrattiva di una galassia già di per sé immensa, portatrice – non crediamo in esclusiva – del seme della vita innestato in un principio evolutivo ancora in atto, con la grande incognita – malgrado materia di speculazioni filosofiche da più di quattromila anni e anche di più ancora – del dove ci condurrà; certamente una fine ci sarà ma di sicuro non sarà il glorioso epilogo promesso dalla religione cristiana e da diverse altre: e vissero tutti felici e contenti, i giusti con i giusti, i cattivi con i cattivi. La vita non ha aggettivi, essa è.

Stavamo dicendo quindi delle migrazioni. Si sono spostati gli Assiro-babilonesi, hanno emigrato i greci e i Fenici, gli Ebrei hanno vagato per il deserto, genti dell’est e del nord, dette a suo tempo barbari, sono dilagati al sud, i Mongoli hanno scorrazzato per mezzo mondo, i Musulmani e Cristiani si sono scontrati e incontrati al centro del Mediterraneo scannandosi a vicenda, Spagnoli e Portoghesi e genti di mezza Europa sono dilagati nell’America del sud, Inglesi, Scozzesi, Gallesi, Francesi, hanno scacciato le genti autoctone dell’America settentrionale, gli Inglesi hanno invaso i territori australiani, Tedeschi, Francesi, Inglesi, Portoghesi hanno depredato intere regioni dell’Africa, dell’India, e dell’Asia, gli Americani hanno tentato di portare la democrazia a civiltà che hanno una struttura sociale non compatibile, forse, con la democrazia, e comunque la democrazia e le libertà democratiche si conquistano non si ricevono in regalo. Non ci sono popoli o genti che non abbiano avuto il loro momento di migrazione, non ci sono nazioni i cui abitanti non abbiano lasciato la propria terra per andare altrove, per emigrare; l’uomo lo ha sempre fatto e continuerà a farlo fin tanto che questa terra girerà: sembra il suo destino. I rimescolamenti e le mescolanze degli uomini si sono sempre verificati; in quest’ultimi anni, poi, stanno avvenendo esodi sempre più massicci dalle regioni del sud del mondo verso le nazioni del nord. Vai a scoprire perché, forse perché per tutto il settecento, l’ottocento e il novecento e ancora per adesso, le nazioni del nord hanno depredato le nazioni del sud colonizzando o collaborando (?) economicamente o assistendo (?) politicamente quei popoli e quelle nazioni; forse è giunto il momento che le genti del sud vengano a riscuotere.

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Di limes, di valli, di muraglie, di muri, di cortine, di recinzioni, di palizzate l’uomo ne ha sempre saputo inventare e costruire, ideare e realizzare. Tutti conosciamo il vallo di Adriano, la muraglia cinese, il muro di Berlino e la cortina di ferro, i recinti dei campi di concentramento, il muro di Tijuana fra Messico e Stati Uniti, West Bank barrier fra Israele e Palestina, Moroccan Wall tra Marocco e Sahara Occidentale, Peace lines a Belfast, la ZDC fra le due Coree (attualmente scottante), Ceuta border fence in Marocco fra Ceuta e Melilla, la linea verde dell’Onu a Cipro, Ungarian border barrier fra Ungheria e Serbia, il muro fra Arabia e Yemen, la barriera fra Bulgaria e Turchia, fra Iran e Pakistan, fra Israele ed Egitto, la barriera elettrificata fra Zimbabwe e Botswana, indian line of control fencing fra India e Pakistan, il muro fra India e Bangladesh, fra Kuwait e Iraq, fra Uzbekistan e Tagikistan e chi sa quante ne starò dimenticando, mi scuso per la trascuratezza, non vorrei che chi dimenticato si offendesse. Dalla complessità di ideazione e di realizzazione, dalle molteplici soluzioni di tanta serie di muri e barriere – altri se ne annunziano – si deve per forza pensare che l’Homo di cui prima, debba essere obbligatoriamente intelligente e sapiente; come volete chiamarlo un essere capace di tanto concepire e concretizzare? Per forza H. sapiens. L’ho detto già prima, brutta razza.

Pensiamo cosa è stato fatto in America del sud dove le popolazioni native sono state uccise e massacrate fin quasi alla totale estinzione in tutto il territorio, fin giù alla terra del fuoco; ricordiamo gli indiani d’America, su fino al Canada e all’Alaska, che vennero cacciati, trucidati, assassinati e persino a volte privati dello scalpo per venderlo a neanche trenta denari (in qualche bacheca se ne può sicuramente trovare ancora qualcuno ben conservato); non dimentichiamo come gli inglesi in Australia sterminarono gli aborigeni cui veniva data la caccia come oggi noi cacciamo conigli, lepri o caprioli; ricordiamo quanta gente di colore venne catturata, schiavizzata e venduta peggio di un infimo capo di bestiame, chi tentava la fuga veniva inseguito, torturato, ucciso. RICORDIAMOCELO! Viva la fratellanza, viene da dire. A ben pensarci, non ho sentito (o molto raramente e a mezza bocca) le nazioni che si macchiarono di tali genocidi (e di genocidi l’uomo se ne intende), parlare di fratellanza; loro solo di finanza e di ricchezza sanno. Verrebbe da ipotizzare che un qualche germe della violenza e della sopraffazione caratterizzi l’H. sapiens.

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Le migrazioni ci sono sempre state. A volte piccoli gruppi – magari ad ondate successive, per periodi di tempo più o meno lunghi, pacificamente, sotto forma di migrazione del bisogno, sospinti da cause diverse – hanno raggiunto regioni della terra dove potevano trovare lavoro e condizioni migliori; altre volte invece, intere nazioni o popoli – sempre sospinti da cause diverse ma sicuramente non legate all’abbondanza e alla sicurezza di vita – si sono mosse divenendo un’orda che travolge e distrugge; oggi ondate di genti, da diverse nazioni, spinti da bisogno, fame, insicurezza, siccità, guerra, penuria tentano di raggiungere il nord del mondo dove attualmente si possono trovare condizioni di vita accettabili. Non c’è solamente la migrazione dall’Africa e dal Medioriente verso il nord dell’Europa, esiste anche la migrazione dal Sud America verso il Nord America e da tanti altri sud verso altri nord. Comunque non è con la semplice accoglienza che si può affrontare il problema delle migrazioni, siamo in presenza di un fenomeno sopranazionale, continentale e mondiale, quindi bisogna pensare a soluzioni adeguate all’ampiezza dell’evento. Una condizione di bisogno, di pericolo, di fame, di sopravvivenza ha risvegliato l’atavico istinto alla transumanza, alla migrazione, all’esodo, alla fuga. Quelle genti sono come mandrie di bufali (il paragone non vuole essere offensivo ma qui viene proposto nell’ottica dell’essere Mammalia sia i ruminanti sia gli uomini) che, pressati da un bisogno atavico, sospinge questi, i bufali, a cercare nuovi pascoli, quelli, i migranti, condizioni accettabili. Non servono i muri né serve il “ributtarli a mare”; forse non serve neanche lo “aiutiamoli a casa loro”. E di sicuro non è colpa loro se le congiunture ambientali, sociali, politiche dei loro luoghi d’origine stiano variando e stiano diventando inospitali e impossibili da accettare; le nazioni ricche hanno depredato e continuano a depredare senza alcun ritegno quei territori. Qui è il problema, qui risiede la radice della povertà di tante nazioni: la ricchezza di alcuni poggia sulla povertà dei molti altri. I tempi correnti discendono direttamente dalla violenza di quei secoli durante i quali le nazioni ricche e potenti si impadronirono delle ricchezze della terra e le sfruttarono a loro vantaggio (ancora lo fanno); i tempi correnti, discendono da quella violenza che dura ancora.

Siamo di fronte alla negazione della fratellanza. Per risolvere il problema delle migrazioni (al plurale) non basta la fraternità e l’amicizia, non è sufficiente il senso dell’accoglienza e lo spirito del buon Samaritano, è necessaria una rivoluzione – purtroppo ci riempiamo la bocca di tale parola fino a ridurla in slogan privo di forza e di significato; se tutto è rivoluzione, niente lo è – che può avvenire in due modi: o guidandola al fine di creare condizioni di vita diverse da quelle attuali per tutti, compresi i migranti, in tutti gli stati; oppure scoppierà da sé, incontrollata e inarrestabile, con epilogo non prevedibile. Verrebbe da pensare a una forma di marxismo o di cristianesimo come se le teorie di Karl Marx potessero incontrare i principi della religione cristiana: Cristo avrebbe amato K. Marx? Marx stimava Cristo? Forse. Oggi, i prodromi di un tumulto violento a volte ci investono drammaticamente e d’improvviso malgrado gli sforzi e le resistenze delle società serrate a difendersi, chiudendosi a riccio per la paura. Il terrorismo. Qualcosa vorrà dire, non può essere soltanto frutto di odio sorto dal nulla o dettato da fondamentalismi religiosi. Il tipo di sviluppo che esclude e sfrutta buona parte dell’umanità lo abbiamo voluto noi, o meglio ce lo hanno servito su un piatto d’argento facendoci intendere che la direzione verso cui andavamo fosse il destino dell’umanità, il meglio che ci potesse essere, e ci abbiamo creduto. Così non era e non è, prendiamone atto.