Fratelli di saio

Una riflessione sui monaci di ieri e di oggi

di Saro Distefano

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    San Francesco

Una sola alternativa: “ma frà” o “fra”. Entrambi abbreviano la parola fratello. Nel primo caso sarebbe “mio fratello”. Nel secondo è l’universalmente noto “fratello” rivolto ad un monaco.
Dalle mie parti il richiamare l’attenzione di un amico con “ma frà” è pratica ormai ridotta a pochi. Si preferisce il meno vincolante “mbari” o “mpari”, entrambi abbreviazione di “compare”.
Nel mentre i monaci, e su tutti i francescani, sono ancora “fra”.
Ne conosco alcuni, sia tra i “minori” e i “conventuali”, che tra i “cappuccini”. Conosco anche monaci appartenenti a ordini altri, come i “Domenicani”, ma, chissà perché, alla parola “frà” io associo sempre i discepoli di Francesco d’Assisi.
E quelle tonache marroni più o meno scure secondo l’età del monaco, quel cordone bianco ai fianchi, mi hanno sempre incuriosito e, per quanto possa apparire per nulla interessante, mi hanno spinto allo studio e alla frequentazione dei non pochi amici che quella tonaca indossano.
Lo studio e la frequentazione mi hanno permesso di capire molte cose, lapalissiane alcune, più sottili altre, che a me sembrano caratterizzare la vita di chi ha deciso di indossare quella tonaca, quel saio.
Tra le evidenti il fatto che si tratta di uomini e donne con valori fortissimi, e nessuno che non siano loro stessi ha il diritto di approvare o meno qui valori. Altrettanto evidente che si tratta, a maggior ragione nel secondo decennio degli anni duemila, di una scelta assai coinvolgente e per certi versi, e solo per certi, assai incomprensibile. Ancora più evidente il fatto che si tratta di una scelta che segna per sempre, anche per coloro che decidono di cambiare, di togliere il saio e i sandali.
Più sottili alcune caratteristiche di chi si vota alla vita di preghiera. Caratteristiche che possono essere percepite e comprese solo colla frequentazione di un convento.
E sarà allora che la vita di un monaco del 2017 apparirà a tutta sfera. E parrà chiaro che preghiera e meditazione fanno certamente parte della giornata – molto lunga – di un cappuccino, ma in misura minore rispetto alle mille attività, direttamente legate al sacerdozio, non foss’altro che la santa messa, e quelle più a contatto col mondo. E sono tante. Dal catechismo alla gestione del convento anche sul piano puramente materiale: le scorte alimentari, la corrente elettrica, il giardino, la tassa e l’assicurazione dell’automobile. Quanto si fa nelle normali famiglie. Ma quella del convento, oltre che essere famiglia allargata ma non nel senso divenuto comune di questi tempi, è famiglia molto particolare, fatta di parrocchiani e questuanti, di collaboratori e ospiti imprevedibili.
I monaci, immagino tutti e certamente i francescani, sono fratelli tra di loro e si sentono fratelli col resto della mankind.
Eppure, eppure c’è stato un tempo e un luogo…. Il tempo era la fine del 1400 e il luogo la Sicilia all’apice della sua storia. Un tempo e un luogo che videro i monaci in prima linea nella battaglia, meglio, nella crociata contro gli ebrei. I francescani in particolare, i campioni della specialità, giravano in lungo e in largo il Regno per sollevare le masse dei cristiani contro le giudecche. Spesso riuscendoci. Tra i tanti, si potrebbe citare anche un solo esempio, quello del primo pogrom d’Europa, consumato tra le case e le stradine delle giudecche di Scicli, Ragusa e soprattutto Modica quando, il 15 agosto del 1474, vennero trucidati da 450 a 600 ebrei. A guidare la massa di inferociti cristiani furono i francescani, abili oratori che avevano una missione: eliminare gli ebrei, macchiatisi del gravissimo reato d’aver ucciso Gesù di Narareth.
Ma adesso sono trascorsi molti secoli. Molti. E i francescani continuano ad essere abili oratori, impegnati ad accogliere chi ha bisogno, i tanti fratelli, tra i fratelli.