Sistema democratico inceppato

Quattro punti per liberare la politica dall'impasse

di Ciccio Schembari

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    Nicolas de Staël, Le bateau

Qualcuno, giornalista, opinionista, politologo, sostiene che, in Italia e non solo, il sistema democratico (figlio della rivoluzione francese del 1789, creato dalla classe borghese e ad essa funzionale) è inceppato.
Concordo. Ne sono segni la continua e crescente disaffezione alle urne elettorali, la deriva verso il populismo e la, più o meno manifesta, aspirazione all’uomo forte, all’uomo giusto e saggio che mette a posto tutto e tutti. Si avverte impotenza e incapacità a modificare, col semplice esercizio del voto, una situazione ritenuta non gradita per tanti motivi. Perché le aspettative sono frustate. Perché la classe politica e l’apparato burocratico sono ritenuti incapaci e corrotti. Perché enti e forze sovranazionali impongono le loro scelte. Perché la disseminazione di guerre, l’incremento di atti terroristici, l’aumento dei flussi migratori incutono paura e insicurezza. Per altro ancora. Si percepisce che votare non basta per contare. Ci si accorge che i cittadini contano sempre meno nelle scelte politiche del Parlamento e del Governo. Si constata che sempre maggiore è il distacco tra governati e governanti. Ovvero il sistema democratico è inceppato.
Come venirne fuori? Qualcuno, giornalista, opinionista, politologo, sostiene che per venirne fuori ci vogliono idee radicali, rivoluzionarie. Concordo.
Adottare la democrazia diretta? Essere cioè chiamati ad esprimersi su ogni scelta e su ogni provvedimento? Non credo sia possibile e neanche auspicabile. La politica tratta questioni complesse e intricate e non può, specie in grandi Stati, essere gestita con forme di democrazia diretta. Credo che la democrazia diretta non sia esistita neanche nell’Atene antica dove, per altro, i cittadini liberi erano 40 mila e gli schiavi 360 mila.
Come allora i singoli cittadini possono essere presenti e contare nelle scelte politiche? In questa riflessione espongo quattro idee, o desideri, che, a mio parere, se attuate possono accrescere il peso e la presenza dei cittadini nelle scelte politiche.

Prima. Introdurre degli elementi di democrazia diretta. Uno ad esempio, ispirata dalle scelte dell’8 e 5 per mille. Mettere, in calce alla dichiarazione dei redditi, una tabella con elencate le attività principali dello Stato e accanto due colonne: una che riporta le percentuali del bilancio dello Stato destinate ad ognuna di esse nell’anno precedente e l’altra in bianco in cui il contribuente possa indicare la percentuale da destinare ad esse. Totale ovviamente 100. Con obbligo, per il Parlamento e per il Governo, di prenderle in considerazione. Questo, da una parte, porterebbe i cittadini ad interessarsi e conoscere meglio le attività dello Stato e, dall’altra, solleciterebbe i vari responsabili, per esempio della ricerca scientifica, della sanità, delle forze armate, della scuola. . . a divulgare, a “propagandare” le loro attività.
Lo slogan potrebbe essere: Avvicinare sempre più i governanti ai governati!

Seconda. Altro elemento di democrazia diretta. Far rinascere una elaborazione che la Federazione unitaria CGIL, CISL e UIL fece degli anni settanta, i Consigli di Zona, quali strumenti per contrattare con gli enti preposti (Comuni, ASL, ecc.) il miglioramento dei servizi. Per esempio la riduzione dei tempi di attesa per le visite mediche specialistiche. Nella contrattazione andrebbero utilizzati modelli di indicatori di qualità quale, ad esempio, l’EFQM, che non posso qua spiegare, ma, per intenderci, è analogo al più noto modello ISO9000 con la particolarità che consente il confronto non solo complessivo ma anche analitico sui vari settori delle attività e dei servizi. Per cui si può avere un confronto, per esempio, in quali settori il comune di Ragusa è più virtuoso di quello di Roccalumera e dove invece è meno virtuoso. I cittadini, organizzati nei Consigli di Zona, diventerebbero protagonisti del miglioramento dei servizi e della qualità della vita.
Negli ambiti in cui posso, voglio essere protagonista!

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Nicolas de Staël, Les musiciens

Terza. Distinguere il diritto di rappresentanza dal diritto di voto. La rappresentanza va garantita a tutti. Per il voto ho dei dubbi. Votare, in politica non è come votare le canzoni di Sanremo o miss Italia. La politica tratta i problemi e gli interessi dei vari pezzi della società e non di singole persone. Quando lo fa commette il reato di voto di scambio. Trattasi di problemi e interessi complessi che abbisognano di essere analizzati, approfonditi e tradotti in azioni politiche per il confronto con quanti hanno interessi diversi e magari opposti. È perciò naturale, logico e sano che i vari pezzi della società si aggreghino in un partito per dare peso e presenza politica ai loro problemi e interessi da mediare e comporre con quelli degli altri pezzi della società. I potenti, pur già singolarmente potenti, lo fanno e costituiscono le lobby o gruppi di pressione. I deboli, i singolarmente deboli, che avrebbero più bisogno di aggregazione, invece, sono restii a farlo e quando l’hanno fatto si sono ottenuti buoni risultati. Ne cito uno solo: lo statuto dei lavoratori come legge dello Stato. La politica è come il gioco del calcio, non si può giocare se non si è in una squadra. La Costituzione, all’articolo 49: "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale", avverte l’esigenza di creare i partiti come enti intermedi. Li auspica ma non li impone.
La mia idea, radicale e rivoluzionaria: "dare il diritto di voto solo a chi è aggregato in un partito", non imporrebbe i partiti ma ne favorirebbe l’adesione. Aderire ad un partito aiuterebbe tutti a chiarire meglio, a se stessi e agli altri e in termini politici e non generici, quali sono i propri interessi e quindi ad aumentare la consapevolezza, la responsabilità e il potere di controllo sugli eletti.
Chi non si aggrega ha vaghezza dei propri interessi ed è facilmente catturabile dai populisti. Il suo voto esprime vaghezza lasciando all’eletto ampi margini di interpretazione ed esponendolo alle pressioni di chi invece vago non è. In questa mia proposta radicale sta, a mio giudizio, il senso profondo dell’articolo 49 della Costituzione. Il diritto di voto contribuisce certamente a determinare la politica nazionale, ma in una forma così lieve e blanda che fa sentire impotenti e stimola la sfiducia verso la politica. A chi ritiene la mia proposta bislacca pongo la domanda: è possibile, singolarmente, concorrere a determinare la politica nazionale?
La rappresentanza va invece garantita a tutti, anche a chi non è iscritto ad alcun partito. Come? La mia idea, radicale e rivoluzionaria: "mediante estrazione a sorte". Se, per esempio, i non iscritti e non votanti, sono il 30% allora il 30% dei seggi vanno coperti estraendo a sorte tra i non votanti. Si costituirebbe così, in modo chiaro ed esplicito, il gruppo dei rappresentanti della vaghezza col ruolo di mediazione tra i vari interessi contrapposti. Non è una cosa nuova. Veniva usato nell’antica Grecia. Non solo, ma ricerche nel campo dei sistemi complessi e della socio-fisica hanno mostrato, in via teorica ovviamente, come l’introduzione di un certo numero di parlamentari indipendenti dai Partiti, selezionati a caso tra tutti i cittadini disponibili, sia in grado di incrementare l’efficienza di un dato Parlamento formato da due coalizioni contrapposte, fungendo in qualche modo da ago della bilancia, con un evidente vantaggio per la collettività. Senza fare riferimento alle sofisticate teorie della socio-fisica, basta pensare all’importante ruolo giocato dai mediatori nelle transazioni.
Voglio contare e perciò mi metto in squadra! [1]

Quarta. Superare il concetto di maggioranza e opposizione. "La maggioranza che vince le elezioni governa e la minoranza va all’opposizione". Questa idea è così radicata che nessuno osa pensare di metterla in discussione. È quasi un tabù. Forse trae origine dalla cultura della sopraffazione sedimentata e radicata in millenni di guerre in cui il vincitore sbaraglia e annienta il perdente.
Nei parlamenti democratici non si fanno guerre di sangue ma si perseguono interessi di parte per cui la maggioranza che governa tende a tutelare e a favorire i propri interessi mortificando quelli della minoranza. La cosa viene camuffata dicendo che chi governa lo fa nell’Interesse Generale che dovrebbe contemplare anche gli interessi della minoranza. Che però non è chiamata a decidere. Che senso ha?
Non è più logico, invece, che la minoranza venga coinvolta nello stabilire quale è l’Interesse Generale o meglio la Convenienza Reciproca. È possibile una cosa del genere? Certamente non è facile. I cardinali per trovare l’accordo per l’elezione del Papa, vengono rinchiusi. Ma non è neanche impossibile. Nelle relazioni sindacali è maturata una lunga e positiva esperienza di accordi trovati tra interessi contrapposti quali quelli degli imprenditori e dei dipendenti. L’accordo tra tutte le forze antifasciste, nell’immediato secondo dopoguerra, produsse ottimi atti di governo e una bellissima Costituzione.
Perciò auspico che vada superato questo tabù obbligando tutti a legiferare e governare insieme, a trovare l’accordo con il compromesso che è una parola bellissima perché significa capire le ragioni dell’altro e trovare la soluzione che vada bene ad entrambi. E la soluzione, essendo di reciproca convenienza, è da tutti rispettata e fa sentire tutti parte dello Stato.
Che sulla cultura della sopraffazione prevalga la cultura del compromesso! Siamo tutti nella stessa barca e dobbiamo trovare il modo per remare insieme nella stessa direzione altrimenti la barca non va da nessuna parte!

 

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[1] [Per maggiore approfondimento, vedere i miei articoli: "Il mercato visto da Verga" (45/2009), "La tirannia della democrazia" (54/2010) e "Ponti, partiti e partite"(82/2012) di Operaincerta]