Il Gay pride

Una celebrazione di libertà

di Ester Procopio

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Quest’anno ho deciso di farmi un giro al gay pride di Milano: tanta gioia, sorrisi, voglia di emancipazione anche esibita. Il gay pride (tradotto: festa dell’orgoglio gay) è stata una delle prime conquiste storiche del movimento *LGBT (acronimo per movimento *lesbico gay bisessuale transessuale): in alcuni paesi, i più libertari, viene sentita quasi come una festa nazionale (si festeggia in ogni città importante) e vede la partecipazione di vasti strati di popolazione (non solo LGBT dunque), in altri paesi invece (si veda il recente caso della Turchia) può essere osteggiata al punto da venire impedita dalle autorità locali e governative.
Sul valore del gay pride ancora si discute molto. In Italia, per esempio, non è raro il caso in cui i media presentino del gay pride un’immagine edulcorata, di ostentazione e solo parziale, ma fatta passare come rappresentante la manifestazione – dalle molteplici nature - nella sua totalità. Ho detto, per inciso, molteplici nature intendendo che diverse anime agitano il gay pride, ma due soprattutto: un’anima contestataria, di polemica verso certe visioni del mondo semplicistiche, verso le gabbie di una certa morale vetusta, dogmatica, che poco si confronta con la realtà e i sentimenti umani, e un’anima festaiola, di liberazione effettiva da gabbie e limitazioni, di orgogliosa presa coscienza di sé ed esibizione. Ambedue le anime convivono nel gay pride: da una parte l’esibizione, che non è “carnevale” ma catarsi, cioè liberazione di pulsioni trattenute nel quotidiano in un contesto in cui esse sono accettate, dall’altra la contestazione, con tanto di striscioni, slogan e bandiere. Ecco perché è difficile spiegare cosa sia il gay pride e il motivo della sua importanza: è sia un momento di festa che di vera e propria manifestazione politica di cui la società ha ancor sempre bisogno.
Un altro aspetto che mi piace sottolineare – avendo attivamente partecipato – è che il gay pride, in quanto festa e manifestazione inclusiva, non è soltanto festa della comunità LGBT, ma di tutti. Ciò che viene orgogliosamente rivendicato, infatti, non è un orientamento sessuale specifico ma una civiltà libera, partecipata, solidale, egualitaria in cui nessuno possa venire escluso, giudicato, discriminato in base al proprio orientamento sessuale: pansessuali, queer, asessuali, gay cattolici, gay protestanti, genderfluid, eterosessuali, travestiti, monogami, poliamorosi, ermafroditi, tutte le sfumature della sessualità umana sono accettate, senza pregiudizio.
Quello che il gay pride ha lasciato dietro di sé è stata Malinconia: vuote strade immediatamente pulite dai coriandoli, la vita della città che riprende come se niente fosse. Un percorso prestabilito, da Centrale a Porta Venezia, oltre questo sottile limite l’Altrove, il Quotidiano, la realtà mai veramente libera. Nella mente, però, l’eco della festa risuona ancora. È l’eco di una libertà non del tutto capita, che costa sofferenza, anche esclusione, che è euforia oggi in un domani incerto, che è universale e si avvicina al sogno… sogno sì, perché nulla è acquisito per sempre, tutto è in fieri: la libertà, la perfetta uguaglianza tra uomini è l’ideale verso cui tendere, l’asticella può essere spostata solo più in là ma non rimossa. È innata dentro di noi questa tensione, tra una voglia di libertà sconfinata, una “volontà di potenza” – utilizzando l’espressione del filosofo della vita frainteso dalla Storia, Nietzsche – e i limiti materiali della realtà storica e sociale. Esistono però due tipi di limiti: i limiti creati per permettere alla civiltà di perpetuarsi senza implodere in uno stato di completa anarchia – limiti quindi creati a beneficio di tutti (es. il limite di non uccidere a piacimento), che oggi sono fissati da quell’entità disincarnata che è la Legge – e altri, invece, creati per soggiogare, discriminare, creare disuguaglianza e ingiustizia: questi ultimi spesso si confondono con i primi e possono trovare luogo, di epoca in epoca, nella Legge stessa. È compito di ogni società laica riuscire a depurare la Legge da ogni transitorietà e contingenza, da ogni particolarismo, di essere etica e non morale (la differenza tra Etica e Morale è che solo la prima è sempre universalmente valida), facendo sì che essa rappresenti, per quanto possibile, uno strumento di eguaglianza e libertà e un perfetto bilanciamento tra le tensioni e contraddizioni umane, facendo sì che essa difenda l’umanità intera e non solo gli interessi di una sua parte. Naturalmente, una simile visione è figlia dell’Illuminismo e non può esistere in uno Stato teologico, che si identifica in un credo religioso: laicismo e libertà vanno a braccetto.
In conclusione, una Legge che si orienti verso la progressiva creazione di forme di contrattualismo inclusive e benefiche per il corpo sociale, come le Unioni civili recentemente approvate, è solo una Legge più laica, ispirata dai criteri di uguaglianza e libertà per garantire i quali esiste; nessuna morale è messa in pericolo perché il principio cardine è che ogni uomo è libero, libero di vivere secondo la morale del proprio credo, libero di non credere, libero di riformare un credo, libero di amare – tutto questo entro quei limiti benefici riassumibili nella formula “senza togliere la libertà agli altri”.