La ducea Nelson

Un incredibile anacronismo?

di Nick Neim

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La libertà è la ricerca di una migliore condizione individuale e sociale.

Esiste, a nord del vulcano Etna, in Sicilia, un complesso abitativo accostato ad una abbazia, risalente al 1173, e forse ad ancora prima. Sembrerebbe che in quei luoghi niente possa essere stabile e duraturo; quello lo è. Si tratta di una struttura, allo stato attuale, complessa e articolata – perché nel tempo ha subito ampliamenti e modifiche – fatta costruire da Margherita di Navarra sposa di Guglielmo I di Sicilia in memoria della vittoria ottenuta dal generale bizantino Maniace contro i Saraceni e le truppe musulmane. La battaglia dovette essere dura e aspra e lunga. Si narra che il fiume, che scorreva lì vicino, divenne rosso per il sangue dei feriti e degli uccisi e che soltanto l’intervento divino diede la vittoria ai cristiani; da quel giorno il corso d’acqua fu rinominato Saracena e il luogo dello scontro fu chiamato Maniace in onore del comandante vittorioso. Sul posto, a ricordare la vittoria, fu eretto un cenobio e successivamente una chiesa, un chiostro e una torre a difesa. Il complesso sorto in quel posto prende il nome – fra i tanti altri – di castello di Maniace. Nel tempo la struttura ha subito abbandoni, riprese, ampliamenti, distruzioni, ricostruzioni, adattamenti. Allo stato attuale rimangono navate dell’antica chiesa, un portico gotico-normanno, un’icona bizantina, l’abside di un’antica costruzione normanna, due torrette medioevali, un grande parco all’inglese, pochi resti dell’antico castello, una parte della cinta muraria, ambienti riadattati a scopi abitativi o a magazzini o al servizio dell’agricoltura, una croce celtica dedicata all’ammiraglio Nelson, un piccolo cimitero con una croce celtica in pietra lavica in memoria del poeta William Sharp: il castello di Maniace o, più propriamente, ducea Nelson.


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Alla fine del gennaio del 1799, a Napoli, sotto la spinta delle vittorie dell’esercito napoleonico, scoppiò la rivolta e venne proclamata la Repubblica Napoloitana costringendo re Ferdinando a rifugiarsi a Palermo salvato e aiutato dalla flotta inglese agli ordini di Nelson. Quando, dopo qualche mese, le truppe francesi si ritirarono sotto la pressione degli austriaci e degli inglesi, le repubbliche liberali sorte in territorio italiano in quel periodo ebbero fine e si ritornò alle antiche monarchie. La caduta della Repubblica Napolitana, avvenuta nel giugno 1799, fu seguita da una durissima repressione da parte della corte borbonica, furono perseguitati e giustiziati tutti quei patrioti meridionali che avevano partecipato anche solamente all’organizzazione o all’amministrazione di quella effimera repubblica. Alla fine di quell’anno, re Ferdinando IV di Napoli (o Ferdinando III di Sicilia, o Ferdinando I delle Due Sicilie), re Nasone insomma, per ricompensare l’ammiraglio Nelson, comandante della marina britannica, che aveva sostenuto e aiutato in modo determinante la casa borbonica nella risoluzione dei moti liberali del 1799 a Napoli – proprio nella nave di Nelson fu imprigionato e giustiziato Francesco Caracciolo, uno dei capi della rivolta – donò all’ammiraglio inglese il complesso abitativo di Maniace assieme all’ampia tenuta, ai giardini e ai fertili terreni, conferendogli, fra l’altro, il titolo di Duca di Bronte. Di fatto donò la città, le terre e i “villani” ‘nello stesso modo in cui erano appartenuti all’Ospedale grande e nuovo di Palermo’. La donazione di Re Nasone fruttò al Nelson “…in perpetuo la terra (quasi 25.000 ettari) e la stessa città di Bronte, …con tutte le sue tenute e i distretti, insieme ai feudi, alle marche, alle fortificazioni, ai cittadini vassalli, ai redditi dei vassalli, ai censi, ai servizi, alle servitù, alle gabelle …”; in tal modo “… innalzando la terra a Ducea si abbassarono i cittadini a vassalli, da liberi che s’eran fatti con sacrifici pecuniari enormi e rovina del proprio Comune per la compra del mero e misto imperio, costata 22.000 scudi, dei quali il Comune pagò 9000 prendendo il denaro al 9 per cento.

Mero e misto imperio, locuzione proveniente dal latino medioevale riguardante l’esercizio del potere nelle cause civili e penali, compresa la pena di morte; cioè la giurisdizione civile e criminale, incluso il potere di comminare la pena capitale. Con la creazione di Nelson quale duca di Bronte il mero e misto impero, acquisito a suo tempo dal comune a caro prezzo, venne annullato passando al duca e ai suoi discendenti.

Da notare che malgrado la liberazione garibaldina e l’unificazione dell’Italia del 1861, malgrado il fascismo, malgrado il cambiamento dello Stato Italiano da monarchico a repubblicano, i Nelson sono sempre rimasti proprietari della Ducea continuando a spadroneggiare, a esercitare la repressione e il feudalesimo, tanto che nel 1950 Carlo Levi scriveva: “la Ducea di Bronte può essere presa ad esempio del più assurdo anacronismo storico, della persistenza di un perduto mondo feudale e dei difficili tentativi contadini per esistere come uomini”. Soltanto nel 1981 il complesso è tornato, per la cifra di un miliardo e settecentocinquanta milioni, al comune di Bronte, pagati con finanziamento dell’Assessorato ai Beni Culturali della Regione Siciliana. Cioè da me, da te e da tutti noi.

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Il cinque maggio Garibaldi parte da Quarto e l’11 inizia la corsa alla conquista del regno Borbonico; il 14, da Salemi, lancia il Proclama di riscossa ai Siciliani, proclamandosi Dittatore nel nome di Vittorio Emanuele. Tutti parlano di libertà e riscatto che come un’ondata percorre e investe le città, i paesi, le campagne, la Sicilia. La febbre dell’indipendenza prende i giovani, alcuni si arruolano, molti discutono e s’infiammano. Sorgono comitati popolari che preparano armi e incitano alla ribellione. Cefalù, Castelbuono, le due Petralia, Resuttano, Polizzi, Mistretta, Alcara li Fusi, Biancavilla, Nissoria, Tusa, Montemaggiore, Capace, Castiglione, Maletto, Adernò, Nicosia, Bronte, Cesarò, Regalbuto furono fra i primi paesi a sollevarsi e a schierarsi contro i Borboni e contro chi parteggiava per loro, minacciando sterminio. Eppure, malgrado il dispiegarsi di tutto questo entusiasmo, una buona parte dei siciliani – soprattutto fra le classi ricche, nobili e clericali – rimaneva favorevole ai Borboni e sperava che le cose non cambiassero per il timore di perdere privilegi, diritti e ricchezze; attendevano per prendere la decisione più favorevole.

I proclami e i decreti dittatoriali di Garibaldi, appena sbarcato in Sicilia.

14, maggio, 1860, Proclama di Salemi. Garibaldi scrive: “Non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra.” “All’armi tutti.

19, maggio, 1860, da Passo di Renna. I reati avvenuti in periodo di guerra, commessi da militari o civili, verranno giudicati da un Consiglio di Guerra.

28, maggio, 1860, da Palermo. Garibaldi emana un decreto che sancisce la pena di morte per i reati di furto, omicidio, rapina, devastazione.

2, giugno, 1860, da Palermo. Decreto di pochi articoli che sancisce e regola la divisione delle terre demaniali dei Comuni e, in mancanza, quelle dello Stato.

13, giugno, 1860, messaggio d’incitamento: “A voi robusti figli dei campi, io dico una parola di gratitudine in nome della Patria Italiana …

28, giugno, 1860. Decreto per una legge elettorale.



Il decreto del 19 maggio, in particolare, introduce la legge marziale. È su tale decreto che Bixio, il 10 agosto, baserà la ‘pacificazione’ di Bronte facendo condannare a morte i capi liberali della rivolta. Però intanto il decreto del 13 giugno aveva promesso la divisione delle terre ai contadini. D’altronde, subito dopo lo sbarco a Marsala e la conquista di Palermo, Garibaldi aveva annullato l’antico legato borbonico del feudo di Bisacquino, vicino Palermo, restituendolo ai legittimi proprietari e procedendo alla spartizione delle terre fra i contadini. Lo stesso non fece col legato della Ducea, a Bronte.

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La popolazione di Bronte nel 1860 era intorno agli 11.000 abitanti; la stragrande maggioranza di essi si dedicava alle attività agricole e pastorali, i proprietari di terre e case erano pochissimi, la piccola proprietà terriera non esisteva, i primi tentativi di abolire la feudalità, nel comune di Bronte, non aveva favorito il sorgere della piccola proprietà perché più dell’80% del territorio comunale, quello con maggiore rendita, apparteneva a pochi: la Ducea, il Comune, 7 nobili e 11 benestanti; il resto della popolazione viveva in regime di vassallaggio. Oltre a tutto ciò si aggiunga ogni mancanza di diritto o di rispetto nei confronti dei sottomessi; scrive Leonardo Sciascia: “Senza dire delle libertà sessuali che i galantuomini si concedevano sulle ragazze del popolo: e basti considerare che nel 1853 c’erano a Bronte 38 balie comunali, nutrici cioè dei bastardi di ruota”. A Bronte si aspettava la confisca dei beni della Ducea e la successiva suddivisione delle terre ai braccianti, ma così non fu. La diplomazia inglese si era mossa lesta e decisa – gli inglesi avevano finanziato e propiziato la spedizione dei mille – per impedire che gli interessi inglesi e i territori della Ducea fossero espropriati e restituiti al Comune e ai brontesi. Alla mancata abolizione della Ducea e alla conseguente suddivisione delle terre, la popolazione di Bronte sfogò la sua delusione e la sua ira sui notabili del paese che avevano a che fare o difendevano gli interessi della Ducea. La rivola scoppiò alla fine di luglio. Di notte si girava per le strade vociando e ingiuriando, di giorno bloccando il paese e facendo rintoccare le campane. La mattina del 2 agosto, la Guardia Nazionale (la gendarmeria locale) non riuscì ad arginare la folla che assediò il paese bloccandone le uscite. Proprio quel giorno la prima vittima. Nei due giorni successivi, il 3 e 4 agosto, furono uccisi altre 15 persone. Ma già il 5 agosto la folla aveva sfogato la sua rabbia e iniziava a calmarsi, anche per l’arrivo dei soldati provenienti da Catania; tutto sembrava finito. Il 6 agosto arrivava Nino Bixio. Il paese appariva pacificato; chi aveva fomentato la rivolta era già scappato e rimanevano i capi del partito dei ‘comunali’ che non erano riusciti a frenare l’odio popolare. Bixio accusò di “lesa umanità” l’intera cittadina e mise in atto tutta una serie di provvedimenti per arrestare i colpevoli e punirli. Approntò una Commissione mista di guerra e, in due-tre giorni, violando procedure giuridiche e processuali, fece condannare 5 cittadini di Bronte alla fucilazione imponendo alla Commissione una scelta freddamente calcolata; Bixio aveva un mandato ben preciso: salvare i rapporti con l’Inghilterra. All’alba del giorno 10, i cinque imputati dichiarati colpevoli, vennero fucilati nella piazzetta antistante la Chiesa di San Vito, in presenza di tutta la popolazione. A Bronte restò il marchio infamante di “lesa umanità”.
Nella realtà dei fatti quelle morti dovevano essere imputate ai comandanti e alla classe dirigente che aveva voluto difendere a tutti i costi la proprietà della Ducea e gli interessi inglesi i quali, in quegli anni, spadroneggiavano in Sicilia. Dietro quelle morti c’è la fame secolare di terre, il desiderio di uscire dallo stato di indigenza perenne, dalla fame, dalla sopraffazione, dal vassallaggio.

Il mancato sequestro dei beni della Ducea e la non avvenuta divisione dei terreni del feudo Nelson sono alla base della rivolta di Bronte e delle vittime che in quei tre giorni furono fatte e conseguentemente dei cinque che pagarono con la fucilazione. Michele Pantaleone dichiara: “nel 1860, a Bronte, non fu una guerra contro i Borboni ma una lotta degli oppressi contro gli oppressori e gli oppressori, grandi e piccoli, erano i notabili paesani al servizio della Ducea ‘maledetta’”. In poche parole, sulla massa della popolazione, la Ducea esercitava ‘diritti di vassallaggio’ poggianti su ingiustizie, angherie e sopraffazioni (tassa sul macinato, pedaggio sui ponti, divieto di fare legna nei boschi, divieto di pascolo, divieto di raccoglier erbe e frutti selvatici, ecc.). Per avere un’idea. Ancora nei primi anni del 1900, alla Ducea si rimpiangeva d’aver perso il diritto dello jus necis; si dichiarava apertamente che sarebbe stato comodo averlo ancora per risolvere le questioni con i contadini.Il poeta scozzese William Sharp, nel suo Attraverso la ducea Nelson scriveva: “…non è passato molto tempo da quando i ducali diritti di vita e di morte sono stati abrogati. Immagino che ci sono volte in cui l’odierno paziente Duchino e il suo amministratore, Mr Charles Beek darebbero una buona fetta delle piantagioni di arance che si estendono per miglia giù nella valle del Simeto, dei grandi boschi di faggio di Serraspina e Serra del Re, lì verso nord, se soltanto quell’utile vecchio privilegio potesse essere restaurato! Certamente semplificherebbe le cose negli eterni problemi che sorgono dentro e intorno alla scontenta e turbolenta Bronte.” Ancora nel 1950 il duca, che aveva alle dipendenze ben 105 guardie ducali, pretendeva il pedaggio per il transito su un vecchio ponte di legno costruito sul torrente Saraceno. Viva la liberalità, quella inglese soprattutto!