Invincibile

Quando la libertà di un uomo passa attraverso quella del suo popolo

di Meno Occhipinti

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L’11 febbraio del 1990, dopo una detenzione lunga 27 anni, Nelson Mandela, il leader dell’African National Congress, viene liberato dal governo segregazionista sudafricano.
Mandela trova un Paese diviso, i bianchi, ricchi, da una parte, i colored, poveri e senza diritti, dall’altra; un Paese in cui la violenza razziale è all’ordine del giorno.
Con la sua liberazione inizia un lento processo di “normalizzazione” che passa anche attraverso la concessione del voto alla popolazione nera. Così, quattro anni dopo la sua scarcerazione, il padre della lotta contro la segregazione razziale in Sud Africa, che per tanti bianchi è ancora un terrorista, diviene il primo presidente di colore del Paese.
Il neopresidente capisce però che la libertà, sua e della parte che lo ha eletto, non sarà vera libertà fino a che il Paese non sarà pacificato, fino a che le due etnie non vivranno l’una a fianco all’altra senza violenza e tensioni. “Mai e poi mai succederà ancora che questa bellissima terra possa conoscere l’oppressione di una parte sull’altra”.
Anche il governo mondiale dello sport fa i suoi passi in direzione della “normalizzazione” e nel 1993 elimina il boicottaggio nei confronti delle federazioni sudafricane. L’International Rugby Board, l’autorità internazionale che allora governava il rugby (oggi si chiama World Rugby) si adegua e decide di assegnare i mondiali del 1995 proprio al Sud Africa.
Storicamente il rugby è lo sport dei bianchi, e il simbolo della nazionale sudafricana, lo springbok, un’antilope che vive nell’Africa meridionale, è visto anche come un simbolo della segregazione. Per questo motivo i neri hanno sempre tifato per gli avversari degli Springboks e gioito per le loro vittorie.
L’uomo politico Mandela capisce che la “riconciliazione” può passare anche attraverso lo sport, che il mondiale può essere l’occasione per dare un segnale importante e riunire tutto il Paese. E per perseguire il suo obiettivo si ribella e si oppone alla soluzione del suo partito che impone alla federazione rugbystica nazionale di cambiare simbolo, nome e colori ai Bokke.
Il ragionamento del primo presidente nero del Sudafrica è lineare: “La popolazione bianca controlla ancora il Paese e senza di loro non si possono risolvere le questioni che stanno a cuore ai colored: lavoro, criminalità, fame, istruzione. Togliere ai bianchi ciò che a sta loro a cuore sarebbe la prova che la parte nera era esattamente come i bianchi temevano fosse. Non è il momento di vendette. Bisogna ricostruire la Nazione usando ogni singolo mattone, anche se quel mattone è avvolto nei colori verdeoro”.

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Quello che accadrà lo vedremo in Invictus, il film di Clint Eastwood, tratto dal romanzo di John Carlin, Playing the enemy (Ama il tuo nemico), nel quale si racconta la conquista del mondiale da parte della nazionale del Sud Africa e, soprattutto, della campagna “Una squadra, una nazione”, con la quale Mandela, l'eroe anti apartheid e premio Nobel per la pace nel 1993 ha cercato di riunificare il suo paese.
Quel successo divenne un momento di riconciliazione tra la popolazione bianca e quella di colore e il segno che il processo di integrazione sembrava a un passo dal suo completamento.
Non siamo sicuri che oggi il Sud Africa sia realmente quella nazione arcobaleno che Nelson Mandela sognava di realizzare. Di una cosa però siamo certi: del potere unificante, e liberatorio, che ha lo sport. Quello che è accaduto in Sud Africa nel 1995 ne è la prova.