Polvere sotto i piedi, dolore nelle tasche

Una storia come tante di una ragazza africana

di Laura Ciancio

    img

“Mi hanno detto che il mio Paese è distante dall’Italia quasi 4.000 chilometri. Non so quanti possano essere… Forse lontano come la luna e le stelle? Ho fatto così tanta strada! Davvero non so come li abbia ancora, i miei piedi! Ho camminato e camminato sulla sabbia, sulle pietre, sugli sterpi, sul fango, sull’asfalto bollente, accompagnata sempre dalla paura. Sono salita a bordo dei pick-up e sugli autobus stracolmi di gente e di merci. In Niger e in Libia sputavo la sabbia che avevo tra i denti. A volte la ingoiavo.
Qui tutti i bianchi mi chiedono perché l’ho fatto. Perché sono andata via.
Sono scappata perché il cielo africano mi stava cadendo sulla testa.
Io amo il mio Paese e amo l’Africa. Il ritmo dei tamburi, i kalangu, i canti quando si lavano i panni al fiume, le danze tradizionali collettive, la notte stellata, il mercato e l’odore forte del pesce essiccato, i colori delle sementi, le arachidi.
Ho frequentato la scuola, fino alle superiori. Poi i miei genitori sono morti in un incidente d’auto e ho dovuto badare a me stessa.
Se sono arrivata fin qui è per non essere più schiava, per non vivere la mia vita nel ghetto, per essere libera.”
“Ma sei sicura, Rosette, che ne è valsa la pena? Anche qui noi non siamo liberi come vorremmo. Anche qui c’è violenza, disoccupazione e quello che tu chiami ‘il ghetto’, soprattutto nelle periferie delle grandi città e anche qui ci sono situazioni di schiavitù illegali e spesso sono proprio i migranti a farne le spese.”
“Ancora non lo so se ne è valsa la pena. Da voi c’è l’opportunità, se hai fortuna o se lavori sodo. C’è sempre un piatto caldo, una persona che ti accoglie. Io non avevo scelta. Ho una figlia che ora ha quattro anni, l’ho lasciata nel mio Paese, a mia sorella.
Ho fatto molti lavori per vivere, quello che mi capitava. Vendevo la frutta al mercato, lavavo i panni delle famiglie, facevo lo shampoo in un negozio di parrucchiere.
A un certo punto sono andata a lavorare nella famiglia di mia zia, che era sposata. Ero una tuttofare. Mio zio, quando lei usciva a fare la spesa, tentava di violentarmi, senza riuscirci. Io ero svelta a scappare e lo zio era un po’ zoppicante. Andare lì era diventata una vera tortura. Così dopo un po’ lo riferii a mia zia che, infuriata, gli chiese il divorzio. Persi il lavoro e mio zio mi ritenne la causa della fine del loro matrimonio e giurò che si sarebbe vendicato. Infatti, poco tempo dopo, mentre camminavo per una strada secondaria della mia città, venni raggiunta da tre ragazzi. Mi spinsero e mi schiaffeggiarono e io mi misi a urlare. Nessuno passava di lì in quel momento. Fui violentata, a turno, da tutti e tre. Le cicatrici che ho sul braccio sono il seguito delle ferite che loro mi hanno inferto. Mi dissero di andarmene e di non dire niente a nessuno perché la prossima volta mi avrebbero ucciso. Mi dissero anche che erano stati pagati da un uomo e fecero il nome del marito di mia zia.
Dopo la violenza ebbi un’emorragia. Rimasi in terra un bel po’ di tempo finché non fui aiutata dai passanti che mi portarono in ospedale.”
Rosette piange.
“Quando tornai a casa stravolta, parlai con mia sorella, che mi consigliò di andarmene via, lontano. Inutile andare alla polizia, mi disse, sono tutti corrotti e non crederebbero mai a una donna.
Disperata, lasciai a lei mia figlia e partii per la Nigeria. Feci il percorso, parte in pullmann e parte a piedi. Ho lavorato dieci mesi facendo la cameriera in casa di persone benestanti. Ma non stavo bene, avevo una paga da fame e mi maltrattavano. Una conoscente mi consigliò di andare in Niger, così mi misi in viaggio a piedi e marciai a lato delle piste di terra assieme ad altra gente per raggiungere Agadez, la città che sbuca dal deserto. Mura, pietre crude, poche finestre, pochissimi alberi. Lì, quando il vento si alza, ti avvolge intorno un mantello di sabbia fina come le farine pestate per fare il pane.
Mi dissero che cercavano una donna di fatica nelle cucine di un albergo. Lavoravo 14 ore al giorno, dalle 7 di mattina alle 9 di sera. Rimasi lì per parecchio tempo. Mandavo i pochi soldi a casa di mia sorella, ma un giorno scoppiarono dei disordini in città e dettero fuoco all’albergo. Il mio lavoro svanì in un attimo.
Ero scoraggiata. Non potevo più trattenermi lì senza un lavoro. Un cliente dell’albergo disse di volermi aiutare. Mi propose di partire con lui verso la Libia. Non so se per leggerezza o per incoscienza, raccolsi velocemente le mie poche cose e il denaro messo da parte e andai fiduciosa con lui. Invece l’uomo si fermò dopo il confine e mi vendette ad una famiglia di fratelli arabi. Provai un tale sgomento che non dissi una parola. L’uomo al quale mi ero affidata faceva la compravendita di donne che accalappiava con false promesse. Le vendeva tra il Niger e la Libia. E in questo modo accumulava tanti soldi da potersi permettere di vivere in albergo.
Mi portarono a Tripoli. In quella casa di signori fui completamente schiava. Di giorno facevo le pulizie della casa, lavavo panni, lustravo pavimenti e di notte dovevo andare a letto con i padroni e con altri uomini, che pagavano i fratelli arabi per stare con me. Mangiavo gli avanzi, dormivo in un angolo della cucina, in terra.
La mia vita stava scivolando via, mi sentivo sporca e affaticata, i corpi che mi usavano di notte avevano un tanfo che mi rimaneva addosso sempre, volevo farla finita, volevo morire.”
Rosette si ferma, le si spezza il fiato.
“Un giorno in cucina capitò una ragazza ivoriana, venduta da poco, schiava come me. Parlava un po’ di francese e così riuscimmo a capirci. Mi disse che avremmo dovuto scappare da lì appena si fosse presentata l’occasione. Aggiunse che era meglio morire per strada libere, che essere prigioniere di quegli uomini tutta la vita. Appena non fossimo più servite ai loro usi, ci avrebbero sostituite con altre donne e ci avrebbero uccise.
Dopo pranzo c’era da risistemare la cucina, lavare le pentole, pulire in terra. La cucina, su un piano rialzato, dava in un cortile sul retro della casa e si intravedeva da una piccola finestra, dopo un campo di rovi, una strada.
Venne il giorno giusto. Il capofamiglia era uscito e gli altri fratelli dormivano pesantemente. Ci coprimmo completamente col velo e uscimmo facilmente dalla finestra. Non so ancora come, riuscimmo ad arrivare alla strada e, coi piedi nudi infilati nelle ciabatte, incespicando, la seguimmo camminando veloci. O meglio, io seguivo affannata la mia compagna. L’ivoriana tirava diritto perché sapeva dove andare a nascondersi. Camminammo fino a sera e fino a quando i nostri muscoli doloranti ebbero ancora vita propria. Fortunatamente nessuno fece caso a noi, perché il quartiere era frequentato da altre donne che tornavano a casa con recipienti di acqua e sporte piene. Ad un banco comprammo dei frutti. L’ivoriana svoltò per un viottolo laterale e puntò a una casupola fatiscente che conosceva, avendoci stazionato diversi giorni con altre donne prima di capitare, per una spiata, nella casa dei fratelli arabi. Dopo essere entrata tirò fuori dalle parti intime tutti i soldi che aveva rubato prima di fuggire. Se ci avessero ritrovato, ci avrebbero ammazzato. Avevo troppa paura delle ombre e paura del suo coraggio. Mi sentivo braccata. Sicuramente si erano già accorti che eravamo scappate. Rimanemmo lì dentro per due giorni e nessuno ci venne a cercare. Bevemmo dell’acqua chiusa in alcune brocche di terracotta. Coprimmo i nostri bisogni con la terra. Poi arrivarono i trafficanti. Iniziarono delle trattative che durarono una buona mezz’ora e, quando si conclusero, l’ivoriana dette loro il mazzetto di soldi che aveva. Non erano pochi. Per un attimo pensai terrorizzata che ci avrebbero riportato dai padroni arabi. Invece ci fecero salire in un’auto dove si ammassarono in breve tempo altre 8 persone, 2 bambini, 2 donne e 4 uomini.
Tutti pigiati sul fuoristrada, coperti da teli, passammo un posto di blocco. Li sentivo parlare, sicuramente i soldati sapevano che il pick-up era pieno di persone, ma ci fecero passare, come fosse una cosa normale transitare pieni di migranti al seguito.
Era notte. Arrivammo al posto, vicino al mare. Fummo rozzamente scaricati su una spiaggia dove c’era tanta gente, in attesa. L’ivoriana mi guardò e mi strinse le mani. Gliele strinsi anche io, per gratitudine e cercai di non piangere. Poi, a un cenno di un tipo alto e burbero che doveva essere il capo, la vidi dirigersi con un gruppo di migranti verso un’imbarcazione che stava arrivando.
Fui da sola in mezzo a tanti poveri disgraziati come me.
Dopo qualche ora di attesa ci fecero salire su un barcone che ondeggiava paurosamente. Eravamo troppi e tutti fortemente determinati ad andare via, ognuno con la sua storia di dolore nelle tasche. Qualcosa da abbandonare, qualcosa da cui scappare e da dimenticare. L’acqua di mare avrebbe pulito la memoria, per ricominciare. Ma la memoria la mastichi e poi fa parte di te, come il sangue, come la pelle. Non svanisce mai. Sfuma solo nella pazzia.
A Douala c’è il mare. Io lo conosco e mi ha sempre spaventato. A Tripoli, tanti lo vedevano per la prima volta e non ne conoscevano la pericolosità. Al di là del mare c’è l’Europa, dicevano. C’è la libertà.
Gli scafisti urlavano e minacciavano di buttare le persone in acqua se non fossero state zitte. Chi pregava Allah, chi piangeva insieme ai bambini, chi aveva gli occhi sgranati dal terrore. Io mi aggrappai alla barca talmente forte che alcune schegge di legno mi trafissero la pelle, facendomi sanguinare le dita. Avevo la sensazione di essere sopra un ramo fragilissimo di un albero che stava per spezzarsi.
Dopo qualche ora di navigazione in cui l’imbarcazione sembrava non volerne sapere di galleggiare, tanto era il peso dei nostri corpi e della nostra fatica, ci avvistò una grande nave italiana e in qualche modo, con grida, disordine e spinte, riuscimmo a salire a bordo.
Arrivammo al porto di Lampedusa e ci portarono in una grande stanza, dove aspettai per ore il mio turno. Poi fui visitata da un medico. Un uomo che non mi picchiava, non urlava, non mi violentava. Anzi, era gentile, anche se andava di fretta. Aveva qualche centinaio di persone da vedere per dare loro soccorso. L’interprete traduceva, proprio come adesso. Ha una brutta infezione signora, dovrà curarsi, mi disse. Ora la mandiamo all’ambulatorio così le faranno un po’ di analisi. Comunque non si preoccupi. Il bambino sta bene. Me lo disse sorridendo e io seppi in quel momento che ero incinta.
Non so di chi sia figlio, Renè. Di quale arabo che mi ha violentato. E’ più bianco di me ma è bello. A volte penso a mia figlia e a mia sorella ed è come se una lama mi penetrasse le viscere lentamente. Non so come stiano.”
Fa una pausa girandosi di lato, Rosette.
“Ora questa è la mia vita. Ho chiesto un permesso umanitario e spero di poter lavorare un giorno, anche come cameriera. Mai più schiava.”
Lo dice con fermezza e con gli occhi umidi.
“Ora, scusa, lo devo allattare. Prego il Signore che il mio bambino non sia nutrito dalla mia memoria, attraverso il latte. E grazie per aver ascoltato la mia storia.”

Non sorride, Rosette, come quasi tutte le donne che arrivano qui dalla Libia. Ha solo ventitre anni. La saluto e la vedo allontanarsi verso la sua stanza, mentre parla a bassa voce e carezza con dolcezza la testa di Renè, nato libero, forse.