Tavernellum

Ed il Paese finisce a tarallucci e vino!

di Carlo Poerio

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Nel precedente numero di Operaincerta conclusi la mia riflessione affermando che in un mondo "dove la speculazione finanziaria fa salire i prezzi dei generi alimentari o dei farmaci alle stelle; dove carestie ed epidemie condannano ogni anno milioni di persone a morti anonime; dove le politiche occidentali di sfruttamento delle risorse naturali e per il controllo delle risorse energetiche stanno opprimendo quella parte di mondo definito sottosviluppato; dove colossali investimenti economici vengono stanziati per la produzione di armi e non per il bene dell'umanità; dove fenomeni come la povertà, l'analfabetismo, la schiavitù, la violenza, la tortura, le migrazioni forzate o lo sfruttamento sono diffusi su larga scala" ci sono, purtroppo, milioni di individui che nulla fanno per renderlo migliore, neanche quando vanno ad eleggere i loro rappresentanti istituzionali. Era questa la sconfortante conclusione di una riflessione iniziata enunciando alcuni personali dubbi sui candidati che avevano vinto il primo turno delle elezioni presidenziali francesi: Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Su Macron che oggi sappiamo essere il Presidente della Repubblica francese, mi chiedevo cosa potessero aspettarsi gli elettori, dallo stesso. Nel mese appena trascorso ho provato a confutare i miei timori ma senza successo. Piuttosto, un'interessante articolo di Ernesto Galli Della Loggia [1], pubblicato sul Corriere della Sera, ne ha stimolati altri, anche più inquietanti. Nel suo editoriale, con dovizia di particolari, Ernesto Galli racconta come e dove Macron ha trovato i 15 milioni di euro per la sua campagna elettorale. Sintetizzando, ho appreso che la raccolta dei fondi è stata curata da un "ex alto dirigente del Gruppo BNP Paribas", uno tra i leader europei nei servizi finanziari di portata mondiale. Inoltre, anche un "alto dirigente di un gruppo industriale" si è occupato di reperire i fondi necessari all'attuale Presidente francese per sostenere la sua campagna elettorale. Tra i finanziatori, invece, ci sono stati "molti dirigenti di banche d’investimento francesi, di società di gestione di capitali, quadri della banca Rothschild compresi due dei suoi massimi dirigenti, nonché fondatori o dirigenti d'imprese del settore digitale e alcuni avvocati d'affari". Infine, Macron ha potuto contare anche su sostenitori fuori dalla Francia, come un "ex presidente di un'organizzazione padronale e cofondatore di un'azienda di telemarketing la cui capitalizzazione ammonta a un miliardo di euro [...] banchieri che gli hanno organizzato pranzi e cene in Inghilterra e a New York [...] uno dei direttori internazionali della Hsbc che in termini di asset è la seconda azienda bancaria del pianeta". Ognuna di queste stimate personcine, definite "grandi donatori", ha firmato un assegno di importo superiore ai 4 mila euro. Tutti insieme, hanno versando una somma pari all'incirca alla metà dei 15 milioni di euro spesi in campagna elettorale. Secondo Ernesto Galli, quanto accaduto recentemente in Francia dovrebbe fornirci almeno tre lezioni. La prima, secondo me anche la più drammatica, ci dice che "se nei regimi democratici scompaiono i tradizionali partiti organizzati, se non ci sono o latitano le grandi associazioni sindacali e di categoria e se non esiste il finanziamento pubblico alla politica, allora tutto il meccanismo politico-elettorale non può che essere fatalmente dominato dalla ricchezza privata. Da quella dei singoli ricchi [...] delle banche e dei grandi interessi finanziari in genere". Ernesto Galli avverte il lettore che da questa esperienza "non è lecito dedurne sic et simpliciter che allora la politica sarà al servizio dei ricchi". Tuttavia, subito dopo, smentisce questa sua affermazione, asserendo che "è arduo pensare che stando così le cose essa (la politica) possa mai prendere decisioni che gli dispiacciano (ai ricchi). O che possano arrivare al governo persone che non abbiano il loro consenso di massima". La seconda lezione è una logica conseguenza della prima e riguarda ciò che potrebbe accadere, in un prossimo futuro, ai regimi democratici. Ernesto Galli ci ricorda che "è un carattere intrinseco della democrazia, infatti — perlomeno della democrazia come storicamente si è sviluppata ed è stata vissuta dai popoli dell’Occidente — una condizione fisiologica di tensione tra la politica e la ricchezza. Per l'ovvia ragione che, da una parte, la maggioranza degli elettori non sono ricchi, e, dall'altra, che per prendere i provvedimenti che in genere essi reclamano la politica deve necessariamente prelevare risorse da chi ce le ha: cioè per l'appunto dai ricchi. Ma se tale tensione scompare, se l'elettorato si convince che con il suo voto non riuscirà mai a difendere o ad affermare i propri interessi contro gli interessi dei beati possidentes perché di fatto sono loro i padroni della politica, allora per i regimi democratici si apre la prospettiva di una catastrofica crisi di consenso". Credo che non solo nel nostro Paese ma nell’intera Unione europea ci siano segnali piuttosto chiari di questa preoccupante “catastrofica crisi di consenso”.

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L'ultima lezione riguarda l'Italia. Galli è convinto che continuare a pensare "che la politica possa costare quattro soldi è una pura ipocrisia. Che serve a coprire due ipocrisie ancora più grandi: quella della democrazia elettronica cara ai grillini, dove con un semplice clic su un computer tutti sarebbero in grado di dire la loro su tutto [...] e poi l'ipocrisia delle cosiddette fondazioni, di cui ogni esponente politico o gruppo si è dotato da anni. Le quali, dietro presunte finalità culturali, servono solo a raccogliere soldi dalle imprese e dalle banche, in barba a ogni limite e divieto, e a utilizzarli al di fuori di ogni controllo per fare politica". Quindi, stante una situazione di potenziale pericolo per la Democrazia così come fino ad ora riassunto, cosa fa la nostra politica per rafforzarne le fondamenta e renderla più solida? Cosa fa per riavvicinare l’opinione pubblica alla politica e favorire una partecipazione diversa della società alla gestione degli “interessi pubblici”? Fa ciò che sta provando a fare da qualche anno. Prova a mettersi d’accordo su una nuova legge elettorale, dopo che il Porcellum è stato bocciato dalla Consulta e l'Italicum, “modello” di legge elettorale che ci avrebbero invidiato e copiato in tutta Europa, è stato rimandato al mittente per manifesta incostituzionalità in alcuni suoi punti. Quei fenomeni dei nostri politici, e non è un complimento ovviamente, si sono accapigliati sul Democratellum; hanno provato a trovare un accordo con il Verdinellum; hanno rilanciato con lo Speranzellum; erano sicuri di riuscire ad accordarsi con il Legalicum ed hanno provato la quadratura del cerchio con il Rosatellum. Non sto scherzando, quelli elencati sono i nomi affibbiati ai sistemi elettorali nel tempo proposti da alcuni politici e causa di eterne discussioni tra le forze politiche in Parlamento. Manca il "tavernellum" ed il Paese finisce a tarallucci e vino! Che è un modo di dire, quest’ultimo, che sta ad indicare probabili accadimenti per nulla positivi. Tra la fine di maggio ed i primi giorni di giugno alcune forze politiche (Partito Democratico, Forza Italia, Movimento 5 Stelle e Lega) si sono accordate sull'ennesima formulazione di una legge elettorale. Con particolare sprezzo del pericolo e del ridicolo, hanno deciso di adottare il "sistema tedesco". Il quale, di teutonico ha solamente la soglia di sbarramento al 5% ma per il resto è certificato italianissimo D.O.C.: non è comprensibile, come ogni altra legge di questo Stato; non è trasparente perché non è previsto il voto disgiunto e continuano ad essere vive e vegete le liste bloccate; difficilmente chi vincerà otterrà, da solo, una maggioranza parlamentare in grado di far funzionare il Parlamento. Insomma, sembra proprio una legge elettorale pensata a difesa dello status quo piuttosto che la degna conclusione della "rivoluzione liberale" promessa qualche decennio fa dalla destra berlusconiana oppure della "rottamazione della vecchia politica" assicurata dal nuovo centrosinistra di stampo renziano o della "Democrazia del futuro" garantita dai grillini. (tutto questo, è ciò che penso quando è appena iniziata la discussione della stessa, in un Parlamento praticamente vuoto). Come se tutto questo non bastasse, è anche definitivamente terminata l'epoca dei finanziamenti pubblici alla politica. Contrariamente a quanto potrebbero pensare molti fautori della sua abolizione, in gioco non c'è solamente la sopravvivenza economica dei nostri partiti ma, considerato quanto fino ad ora detto, anche il futuro della Democrazia nel nostro Paese. Personalmente non ho mai sostenuto la legge sull'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti votata nel 2013. Semmai, ero fermamente convinto che fosse necessaria una riduzione delle somme corrisposte agli stessi, affiancata da un sistema che consentisse un maggiore controllo “pubblico” sulla natura delle spese sostenute dai partiti. Sono anche convinto della giustezza del finanziamento pubblico alla politica perché, secondo me, lo stesso è principio di garanzia democratica. Una garanzia che la stessa Costituzione riconosce, quando all'art. 49 ricorda che "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Quindi, se la nostra Carta costituzionale ci dice che essi servono a "determinare la politica nazionale", significa che svolgono una funzione pubblica e, pertanto, un Paese civile non può limitarsi a finanziare gli stessi attraverso il "privato". Farlo significa, implicitamente, riconoscere che la politica debba rispondere solo ed esclusivamente a interessi particolari e circoscritti e non all'interesse nazionale. Da quest'anno, appunto, entra a pieno regime l'abolizione del finanziamento pubblico diretto ai partiti, i così detti rimborsi elettorali, il quale lascia spazio al finanziamento basato sulle detrazioni fiscali delle donazioni private e sulla destinazione volontaria del 2 per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche. Il nostro futuro dipende dalla qualità della politica. La quale, a sua volta, da oggi è legata alla generosità degli italiani. Se tutto va bene, siamo rovinati.


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[1] http://www.corriere.it/opinioni/17_maggio_16/politica-senza-partiti-ad42b7b2-39a1-11e7-8def-9f1d8d7aa055.shtml

Foto : http://pensieriimmaginati.blogspot.it/