Carlo Blangiforti

Urlano anche i topi

La dimensione siberiana nell'esperienza di Čechov

Data di Pubblicazione: 2016
ISBN: 9788890291586
Pagine: 388

 

Una bruma spessa che si alza dai bassi fondali del canale di Tartaria, il profondo cupo della costa, la tetra rassegnazione dei deportati e la testardaggine d’un medico che vuol svelare la violenza senza responsabili di un potere sedicente illuminato: ecco Ostrov Sachalin, L’isola di Sachalin, di Anton Pavlovič Čechov. Un testo eccezionale le cui peculiarità risiedono nel suo autore, nel tema trattato e nel vergognoso silenzio in cui s’è permesso cadesse il capolavoro del drammaturgo di Taganrog.
Il saggio di Carlo Blangiforti parla di un libro che, se letto vent’anni fa, avrebbe suscitato quasi esclusivamente una curiosità di natura storico-letteraria: i temi affrontati appartenevano all’archeologia. Il bagno penale, la tortura, la violenza nel nostro mondo, regno della democrazia, erano da considerare relitti di epoche lontane e oscure, lontane eco di luoghi dove il lume della civiltà occidentale stentava ad accendersi. Archeologia, appunto. Non che si ignorasse che il potere utilizzasse tali strumenti, ma all’opinione pubblica non interessava, al massimo riteneva li usasse con parsimonia e discrezione (i servizi segreti, soprattutto se deviati, così agisco). Ma poi le cose sono cambiate: somali incaprettati da “italiani brava gente”, rivoltosi centroamericani seviziati seguendo dettagliati manuali statunitensi, operatori umanitari squartati come vitelli, abbiamo assistito inermi all’affondamento di gommoni carichi di uomini nel Mediterraneo, abbiamo visto i fatti del G8 di Genova. Lentamente ci siamo abituati all’idea che la violenza, anche se di stato, è inevitabile, che bisogna accettare un dignitoso compromesso tra la nostra libertà e la nostra umanità. Tutto ciò alla luce del sole: il potere dall’alto del suo sadismo ha bisogno della collaborazione fattiva delle masse: questa è la tipica strategia dei totalitarismi. Il tempo passa e la violenza del potere ci diviene familiare, non ci scandalizza più, la osserviamo, l’ammiriamo attraverso la tivù e celiamo il nostro sadismo pantofolaio dietro presunte sublimazioni spirituali. Lo stato è il solo ad avere il monopolio della violenza e questo ci consola, ci fa sentire protetti, e allora Abu Ghraib, Stefano Cucchi e i macabri trofei ostentati dai terroristi dell’ISIS sono dettagli, verso cui noi tutti mostriamo morbosa curiosità e indifferenza morale, in cui l’imbarazzo del potere è solo apparente. Tutto si dimentica prestissimo.
Per fortuna c’è la lucidità improvvisa che può piombarci addosso leggendo il libro di Čechov. I deportati di oggi sono quelli che hanno visto, contro ogni logica, divenire la loro terra un luogo di detenzione, quelli che senza muoversi di un chilometro hanno visto diventare Siberia il posto dove sono nati e vissuti: ci sono quelli che vivono nel bagno penale caraibico di Guantanamo e quelli che sono ostaggio di un pantano morale dal quale è impossibile uscire incolumi.
Alla luce de L’isola di Sachalin la cronaca d’oggi assume un nuovo senso: le pene corporali, la pena di morte, la destrutturazione dell’uomo vittima, dell’uomo carnefice, il potere che mente o che finge di non sapere, l’indifferenza dell’opinione pubblica devono esser guardati per quel che sono, epurati da tutto l’apparato di menzogne che ne hanno nascosta la pura essenza di bestialità.
L’isola di Sachalin, pubblicato nel 1895, è un libro di viaggio, un romanzo sui generis, un reportage giornalistico, è anche un’indagine sulle condizioni della provincia più lontana dell'impero zarista, quella lingua di terra che s’allunga a nord del Giappone. Il testo viene fuori dagli appunti che lo scrittore raccolse viaggiando per l’isola in tre mesi di incontri ed esperienze uniche: visitò carceri, conobbe le condizioni delle comunità dei deportati, si scontrò con la natura infernale dell'isola, apprezzò la cultura delle popolazioni autoctone, stilò statistiche, descrisse la vita civile ed economica di un’intera collettività, condusse sondaggi e soprattutto cambiò il suo modo di vedere le cose. Il suo libro fu dunque il tentativo di smascherare l’innaturalezza di un sadismo di stato che, allora come oggi, è considerato lontano, necessario ed eccezionale. Lui lo rivelò descrivendo con crudo realismo quel che succedeva, e da uomo di scienza, il dottor Čechov tentò di condividere il suo disgusto con i lettori.
Partito da Mosca nell’aprile del 1890, giunse sull’isola dopo quasi due mesi di viaggio attraverso la Siberia.
Le impressioni della lunga e faticosa traversata (si ricorda che la costruzione della Transiberiana sarà avviata solo nel maggio del 1891) furono raccolte nei bozzetti di viaggio Dalla Siberia (Iz Sibiri).
Quando Čechov sbarcò a Sachalin vi trovò il peggio della società russa: prostituzione, corruzione, tristezza e miseria, alcolismo, degrado e sofferenza; il tutto organizzato dalla burocrazia imperiale russa. La pena di morte, l’ergastolo, la deportazione, le pene corporali e l’indifferenza dell’intelligencija furono per lo scrittore motivo di grande sdegno.
Leggere oggi Dalla Siberia o L’isola di Sachalin, anche con il supporto di questo saggio, permette di strappare la cortina della “banalità del male”. Quel che Čechov oggi ci incita a fare (e che Blangiforti ribadisce anche se concentrandosi soprattutto sugli aspetti letterari) è di guardare le cose con occhi nuovi e più profondi, e di agire di conseguenza.
Urlano anche i topi (i siberiani usano le parole in modo diverso rispetto ai russi) attraverso la disanima letteraria parla della disumanizzazione insita nella deportazione, la violenza delle istituzioni e il dovere alla resistenza al male. Si tratta di uno studio letterario che non può dimenticare che l’oggetto trattato è fatto di carne e sangue. A ricordarcelo è l’ampio apparato iconografico: foto d’epoca, alcune scattate dallo stesso Čechov, carte geografiche e altro.
Un viaggio, per quanto atroce, è pur sempre un viaggio. Nel viaggio, come nella lettura, si è obbligati al cambiamento, anche a questo serve il testo di Blangiforti.

 

[dalla Prefazione]