Il tempo delle torri

La giostra della violenza nella Roma medievale

di Maria Cristina Vecchiarelli

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    Palazzo Orsini e teatro di Marcello

"Credo proprio che si debba ammirare con straordinario entusiasmo il panorama di tutta la città in cui così numerose sono le torri da sembrare spighe di grano, tante le costruzioni dei palazzi che a nessun uomo riuscì mai di contarle."
Così Magister Gregorius, dotto visitatore oxfordiano della Roma del XII secolo, esordisce nel suo "De mirabilibus urbis Romae" (da non confondere coi coevi "Mirabilia urbis Romae", sorta di popolari guide di viaggio infarcite di grossolane inesattezze e ricostruzioni fantasiose), dando subito conto dello stupore e rapimento provati ben prima di entrare nell'Urbe, al solo scorgerne all'orizzonte la fisionomia costellata dai profili degli ancora superbi palazzi imperiali spezzati da quelli delle torri che si ergono numerose come "spighe di grano". Poiché quello è il tempo in cui, come in molte altre città, centinaia di torri svettano nel suo cielo, donandole una sembianza che oggi non si riesce ad immaginare. Tanto più che se c'è un'epoca che sembra non aver lasciato tracce a Roma è proprio quella medievale; tracce che invece, a volerle davvero scovare nella straordinaria congerie di strutture antiche, rinascimentali, barocche, neoclassiche in cui sono mimetizzate e quasi soffocate, si trovano in un bel novero che comprende anche le poche torri superstiti che, rimaneggiate o mutilate, ancora resistono. Poche perché la gran parte di esse - oltre centoquaranta - furono abbattute nel 1257 per ordine del senatore Brancaleone degli Andalò a scopo di vendetta contro la famiglia Annibaldi, sostenitrice del papa Alessandro IV, avversario del potente politico romano, e contro le altre schiatte nobili ad essa legate. Gli occhi di Maestro Gregorio fecero appena in tempo ad ammirare quel panorama turrito tanto simile a quello di San Gimignano: dopo queste mutilazioni, l'aspetto complessivo della città, in quel momento storico omogeneo a quelli di altri centri medievali i cui tratti si sono conservati fino ai nostri giorni, venne compromesso irreversibilmente.

L'Alto Medioevo, il periodo delle torri, è uno dei più densi, tragici, fatali nella storia della caput mundi che dopo l'anno 900, pur vedendosi meta di devozione religiosa e di interesse artistico umanistico da parte di genti di ogni paese, si trovò squassata dalle ostilità e da una teoria di delitti in tremenda contraddizione con la sua fulgida natura di centro del cristianesimo e di sede delle vestigia più importanti della civiltà occidentale.
L'ex capitale dalla fine dell'Impero romano d'Occidente aveva languito in una lenta ma inesorabile decadenza per secoli, durante i quali la città dei papi era andata sottilmente e abilmente sostituendosi alla pagana senza che il suo volto mutasse in modo radicale. Ma alla fine del millennio la Roma augustea, il cui prestigio ideale non conosceva e non conobbe comunque appannamenti, di fatto soccombette alla città medievale, oppressa dal sangue e dalla violenza. La concezione affermatasi in età romantica del Medioevo come di un periodo ferrigno, intriso di barbarica ferocia, tenebra tra le due luci abbaglianti della classicità e del Rinascimento, è stata via via sostituita da un'analisi storica più complessa, articolata e sfaccettata; ma se c'è un posto al mondo in cui questa cupa visione continua a sembrare giustificata dai fatti, questo posto è Roma.
Nell'898 con la morte del re Lamberto di Spoleto la città, rimasta priva di un potere politico centrale, divenne campo di battaglia per l'antagonismo tra il papato e i vari imperi stranieri e per le faide delle famiglie nobili romane le quali, schierandosi ora con il papa ora con l'imperatore di turno a seconda della convenienza, in una girandola di intrighi, vendette, patti scellerati, delitti, combattevano tra loro una lotta senza quartiere per l'ottenimento della supremazia. Per più di duecento anni sul soglio papale, salvo eccezioni, si succedettero esponenti delle varie fazioni, non di rado uccisi da membri della casata avversaria e sostituiti con antipapi, trucidati a loro volta. Le cronache narrano che l'imperatore Ottone I nel 962 si fece incoronare imperatore in San Pietro con l'elsa della spada stretta in pugno per timore di finire aggredito e assassinato sull'altare seduta stante. Il suo presule, il vescovo Liutprando di Cremona, espresse nei suoi scritti in questo modo alquanto sapido la sua concezione della moralità e lealtà del popolo romano: "Noi disprezziamo tanto i Romani e un unico insulto riusciamo a dire a questi avversari: "sei un romano"; in questo termine infatti è racchiuso tutto quanto di ignobile, di menzognero, di lussurioso, di avaro, di imbelle e di peccatore esista al mondo."
In questa totale anarchia ciascuna famiglia viveva asserragliata nel suo quartier generale d'elezione assieme a parenti ed amici, le varie case congiunte con muri di cinta che nel corso di più generazioni trasformarono Roma in un insieme di centri fortificati - quello dei Colonna distinto da quelli degli Orsini, Caetani, Savelli, Conti, Annibaldi e altri ancora - di cui le torri, ibridi edilizi tra l'abitativo e il militarizzato, erano elemento di spicco. Con le loro feritoie dietro le quali erano appostate sentinelle in armi pronte a tendere agguati o sventarli, non solo fungevano da luoghi precipui di sorveglianza e difesa, simboleggiavano anche l'arrogante diritto di proprietà ottenuto con la prevaricazione e la prepotenza nella stessa misura in cui testimoniavano un clima d'insicurezza e di paura.

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Torre dei Pierleoni


Per tirar su questa sorta di manieri era prassi riutilizzare, senza andar tanto per il sottile, le strutture murarie antiche, fortificando monumenti ancora in piedi, oppure reimpiegando le murature come fondazioni, quando non servendosi direttamente delle pietre dei palazzi diruti come di mero materiale da costruzione: varie aree situate nelle zone principali degli scontri, come ad esempio quella dei Mercati Traianei, costituirono un inesauribile deposito a cielo aperto di laterizi. In via Petroselli, all'angolo con via del Foro Olitorio, esiste ancora il rudere mozzato della casa dei Crescenzi, all'epoca caposaldo a guardia del guado del Tevere. Sulle rovine del teatro di Marcello sorse la dimora fortificata dei Pierleoni, poi passata ai Savelli e conosciuta oggi, dopo numerosi rimaneggiamenti, come palazzo Orsini. Anche quel fortilizio, fondato sulle robuste strutture del teatro, aveva lo scopo di controllare l'attraversamento del fiume all'altezza dell'isola. Un'altra rocca era stata edificata, nello stesso periodo, all'estremità di ponte Fabricio, detto anche "ponte dei Quattro Capi" e secoli dopo "pons Judaeorum" per la vicinanza del ghetto: di quella costruzione resta oggi la torre Caetani, anch'essa collocata strategicamente a cavallo sul Tevere. Accanto al mausoleo di Cecilia Metella, sull'Appia, i conti di Tuscolo costruirono, nell'XI secolo, il loro fortino, utilizzando come torrione il rudere circolare della tomba. Altre torri furono edificate da famiglie emergenti nel secolo successivo: quella dei Margani o Margana tra il Quirinale e l'odierna Via Nazionale; dietro ai Mercati Traianei la torre delle Milizie, appartenente dapprima agli Annibaldi e poi passata ai Caetani; non lontano da lì, nei pressi dell'attuale via IV novembre, la torre Colonna. Ma su tutti spiccò l'imponente sistema fortificatorio messo in piedi dai Frangipane tra XI e XIII secolo: una serie di dimore indipendenti, fiancheggiate a distanza da torri che permettevano di controllare l'intera area del Palatino e dell'antico Foro Romano, che inglobò persino il Colosseo, utilizzato come cinta difensiva per un castello costruito al suo interno.

A causa della bellicosità e dei particolarismi di queste famiglie comitali cessò perciò anche ogni tipo di manutenzione per la vecchia città pagana, ad eccezione di poche strade, utilizzate per le cerimonie e le processioni, per le quali si riuscì a mantenere una parvenza di stabilità e decoro. Anche se Gregorovius nella "Storia della città di Roma nel Medioevo" ci tiene a ribadire che, nonostante la precarietà della situazione, l'aspetto delle rovine risultava pur sempre maestoso e meraviglioso, per due o tre secoli la situazione peggiorò fin quasi alla scomparsa di tutte le tracce dell'antico glorioso passato. Priva di restauro, esposta ai danni aggiuntivi di cataclismi climatici o tellurici, nonché a quelli causati dalle ricorrenti piene del Tevere, la maggior parte degli edifici pubblici e sacri dell'età imperiale, rimasta quasi completamente disabitata, giunse progressivamente al crollo, venendo anche depredata dei materiali ancora utilizzabili, impiegati per completare altre costruzioni o per rendere più opulenti palazzi e chiese in Roma o in altre città. Tutti rubavano: i romani per sopravvivere, i visitatori stranieri per portar via uno o molti ricordi, i sovrani, nobili e mercanti poco scrupolosi per arricchire residenze e musei lontani e per provvedere di materiale pregiato tante botteghe. Persino Carlo Magno, dopo l'incoronazione in San Pietro la notte di Natale dell'anno 800, ripartì per Aquisgrana con al seguito una carovana di carriaggi zeppi di statue, bronzi, colonne, oggetti d'arte, destinati alla sua nuova reggia ch'egli ambiva rievocasse lo sfarzo di quelle dell'antica Roma. D'altra parte in un'economia ridotta al minimo l'unica attività imprenditoriale redditizia rimasta era quella dello sfruttamento dell'eredità classica. Squadre di operai per mesi, per anni, continuarono a cavare i marmi, a ridurre in briciole le statue, a fondere i bronzi per cavarne nuovi materiali, nella sorta di gigantesco cantiere a cielo aperto che Roma era diventata.

Ma tutte le depredazioni e i misfatti messi assieme non ebbero sull'Urbe conseguenze distruttive pari a quelle del sacco di Roberto il Guiscardo, subito nel 1084 a causa dell'acerrimo contrasto tra Gregorio VII ed Enrico IV durante la cosiddetta "lotta per le investiture", il braccio di ferro tra il papato e quel Sacro Romano Impero Germanico fondato proprio con l'incoronazione di Ottone I. Il toscano Gregorio, nato Ildebrando di Soana, forse per parte di madre discendente dalla ricca e potente famiglia di origine ebraica dei Pierleoni, salì al soglio pontificio nel 1073 e subito mostrò un'energia e una determinazione nella volontà di affermare l'autonomia e il potere della Chiesa mai vista prima. Nel "Dictatus", la bolla da lui emanata nel 1075 durante un sinodo quaresimale, formulò ventisette regole inderogabili per il cattolicesimo tra cui l'infallibilità della Chiesa, l'impossibilità di giudicarla e condannarla, l'esclusività del papa nel conferire cariche ecclesiastiche, deporre i vescovi come i sovrani laici indegni, sciogliere i sudditi di un imperatore ingiusto dall'obbligo di fedeltà: tutto questo sancito in nome del principio che solo l'autorità del papa era universale perché assegnatagli da Dio, mentre quella dei sovrani era limitata dal subordine rispetto a quella.
In quel momento il più forte nemico di Gregorio VII non era Enrico, ma proprio Roberto d'Altavilla detto il Guiscardo, capo dei normanni, rappresentato a Roma dallo spregiudicato Cencio Frangipane, manigoldo e disonesto capo fazione che nel 1074, durante una malattia di Gregorio, era arrivato a falsificare un testamento a favore del papa attribuendosi una ricca giurisdizione destinata invece al Patrimonio di San Pietro. Questa e altre sue intemperanze gli erano costate una condanna capitale che il papa, probabilmente anche su pressione della sua alleata e consigliera Matilde di Canossa, aveva comminato in una custodia domiciliare con aggiunta di uno scambio di ostaggi e l'esproprio della torre posta accanto a ponte Sant'Angelo da cui quel tristo figuro aveva estorto spesso pedaggi onerosi a chiunque si accingesse al transito per passare il Tevere. Lo scacco aveva reso Cencio ancora più riottoso, spingendolo ad ordire un'incredibile congiura contro il papa nel Natale del 1075 assieme al monaco Ugo il Candido, rancoroso verso Gregorio che gli aveva revocato l'incarico di legato pontificio in Spagna, al futuro antipapa imperiale Guiberto di Ravenna e ad un rappresentante diretto della corte di Enrico, Eberardo di Nollemburg.
La notte della vigilia, mentre il papa celebrava in Santa Maria Maggiore la Messa della Natività, Cencio irruppe in chiesa accompagnato da un gruppo di armigeri e assalì il pontefice durante la distribuzione dell'eucaristia. Gregorio, strappato dall'altare e ferito al capo, venne portato via a cavallo ancora vestito dei paramenti sacri e nel rione Parione, acquartieramento di Cencio, chiuso nella predetta torre e minacciato a scopo di estorsione del tesoro della Chiesa e di alcune località del Patrimonio di San Pietro. La reazione popolare fu però immediata: il mattino dopo i romani assaltarono la torre e liberarono il papa, che fece addirittura scudo col corpo ferito al suo rapitore, in procinto di essere linciato dalla folla inferocita, e il giorno successivo fu con ogni solennità riportato, ancora sanguinante, in Santa Maria Maggiore, per fargli riprendere la Messa esattamente dal punto dove era stata tanto brutalmente interrotta.
Questo episodio segnò l'inizio della rottura del patto non scritto di reciproca tolleranza tra il sovrano e il pontefice. Alla dieta di Worms del 24 gennaio 1076, Ugo il Candido, divenuto nemico implacabile di Ildebrando, esibì false missive del popolo e della Chiesa romana contenenti richieste di deposizione di Gregorio; ma quando una delegazione di vescovi fedeli a Enrico giunse a Roma per comunicare la detronizzazione di Gregorio decisa a Worms, i romani insorsero di nuovo assalendola. E anche stavolta il papa sedò i tumulti proteggendo i suoi avversari. L'imperatore scrisse allora una lettera al clero e al popolo romano, ricordando loro l'obbligo di fedeltà al sovrano e, quindi, il corrispondente dovere di quella città di porsi contro un papa suo nemico. Per tutta risposta venne scomunicato nel Concilio romano del febbraio 1076; e ancora i romani mostrarono di parteggiare per il pontefice, tanto che fu necessario strappare il difensore della parte imperiale alla folla che intendeva farne giustizia sommaria.
Nel 1077, dopo la breve tregua seguita alla umiliante sottomissione di Canossa, a cui un Enrico penitente dovette assoggettarsi su imposizione dei principi tedeschi, la spirale di odio e violenza tra le fazioni gregoriana ed enriciana si rimise in moto con accresciuto vigore. La vicenda del prefetto Stefano, sostenitore dell'impero, che dopo la presa di Castel Sant'Angelo tentò una nuova sortita contro il papa, venendo catturato, sommariamente giudicato e quindi ucciso, scatenò una reazione degli enriciani, supportata da rancori personali, al limite del parossismo: in un clima di furiosa esaltazione Stefano fu sepolto in San Pietro con grandi onori e lì venerato proprio per aver tentato di sopprimere il papa, mentre ai suoi assassini, scovati nei loro nascondigli, furono mozzate la testa e le mani e poi bruciati i corpi davanti alla basilica.
Per scongiurare l'eventualità che Roma e la Chiesa, travolte dalla crisi politica ed economica, finissero in mano all'impero, Gregorio si risolse allora a piegarsi all'alleanza con i competitori di Enrico, i normanni. Così, se nel 1078 aveva scomunicato Roberto il Guiscardo per le sue mire espansionistiche verso i territori della Chiesa, dopo due anni e vari contatti preliminari si incontrò con lui a Ceprano, borgo sulla Casilina a metà strada tra Roma e Napoli, per ritirargli la scomunica, riconsegnargli il titolo di duca di Puglia e di Calabria, e mettere a punto assieme a lui una comune politica contro il partito imperiale germanico, di cui nel frattempo aveva di nuovo scomunicato il sovrano.
Puntualmente, nel 1081, sentendosi ormai le mani libere dal rispetto dei patti di Canossa, Enrico si mosse contro Roma per vendicarsi dell' "insulto" recatogli quattro anni prima da Gregorio. Accampatosi il 21 maggio presso i prati di Nerone, attorno a Castel Sant'Angelo, levò le tende dopo quaranta giorni di assedio, convinto di avere la situazione in pugno. L'anno successivo gli imperiali si ripresentarono alle mura Aureliane e, dopo aver tentato addirittura di dare alle fiamme San Pietro, strinsero di nuovo d'assedio la città leonina che cadde dopo sette mesi nelle mani degli assalitori, i quali mentre Gregorio si dava alla fuga in Castel Sant'Angelo ed Enrico insediava in San Pietro l'antipapa Guiberto col nome di Clemente III devastarono strade e case di vari quartieri. Nel biennio 1082-83, con Gregorio chiuso in Castel Sant'Angelo e un fiume di denaro che correva dalle mani di Enrico a quelle dei cittadini romani per comprare famiglie influenti alla sua causa, l'Urbe risultava divisa in tre parti: la "civitas" leonina e San Pietro di pertinenza imperiale, castel Sant'Angelo e ponte Elio di Gregorio VII, il resto dominio dei Pierleoni, sostenitori del papa, contrastati dagli ostili Frangipane.
Gli avvenimenti precipitarono quando i cittadini chiesero a Gregorio, per far finire l'assedio, di incoronare Enrico. Rifiutandosi di uscire dal castello il papa irrise l'imperatore proponendogli di fargli calare il diadema dalla rocca con una pertica. Un nuovo insulto, dopo quello di Canossa, stavolta indigeribile per il superbo imperatore, che nella primavera del 1084 si fece incoronare dall'antipapa Clemente III, dopo aver attaccato le mura Aureliane ed essersi impossessato anche della zona lateranense. Quando grazie alla corruzione il favore dei romani mutò e tutto l'abitato, conquistato con assedi e distruzioni pezzo per pezzo, passò in mano ad Enrico, ad eccezione di Castel Sant'Angelo e dell'isola Tiberina, residenza dei Pierleoni, Gregorio decise di inviare un pressante appello ai normanni. Roberto il Guiscardo, che stava guerreggiando nel Mezzogiorno d'Italia, l'accolse immediatamente e con il suo esercito giunse a Roma percorrendo a tappe forzate la via Appia fino a Porta Asinaria. Bastò il suo arrivo per far sloggiare Enrico, che temendo il peggio abbandonò la città assieme all'antipapa e riparò a Civita Castellana. Frattanto, mentre i romani si barricavano nelle loro case, Roberto trattava l'ingresso nell'Urbe con i Frangipane, che nel loro desiderio di rivalsa sui Pierleoni non sarebbero stati estranei alla piega violenta presa dagli avvenimenti. Una settimana dopo la partenza dell'imperatore, il 28 maggio 1084, i trentamila fanti del duca, rudi normanni, calabresi avidi di bottino e feroci saraceni di Sicilia, entrarono a Roma da Porta San Lorenzo, distrussero la zona di Campo Marzio e Tor di Nona, liberarono Gregorio VII da Castel Sant'Angelo, lo portarono a San Giovanni in Laterano, e poi si abbandonarono ad un terribile saccheggio.
I romani combatterono, ma furono piegati dall'arrivo dei rinforzi di Guiscardo: altri mille soldati condotti da suo figlio Ruggero. Scrive Gregorovius: "La sventurata Roma fu abbandonata al saccheggio e fu teatro di orrori davanti ai quali quelli dei vandali impallidiscono... La città si batté con fierezza ma soccombette; il disperato valore dei romani fu spento nel sangue e nelle fiamme." E davvero la città fu avvolta dalla cappa nera del fumo di centinaia di incendi che, domati parecchi giorni dopo, la lasciarono un ammasso di rovine fumanti. Palazzi, torri, chiese, statue, colonne, sarcofaghi, fontane, gradinate, erano stati sistematicamente distrutti a colpi di mangano, trasformando quella che un tempo era stata la più splendida e potente città del mondo in un cumulo di rovine in mezzo al quale restavano in piedi come cattedrali nel deserto monconi giganteschi di palazzi gentilizi, terme, acquedotti, mura.
Molti romani, legati e incatenati, vennero tratti prigionieri. Senatori e nobildonne, ragazzi e vecchi, sostenitori di Enrico IV furono tradotti come schiavi in Calabria. I monasteri furono violati, le monache stuprate. Allo stremo, il popolo chiese perdono per aver abbandonato Gregorio VII per passare dalla parte dell'imperatore, e allora il Guiscardo pose termine alle azioni di repressione. Ma ormai non era rimasto nulla da salvare. Roma non c'era più. I superstiti abbandonarono i vecchi quartieri rasi al suolo e ricostruirono le loro case da tutt'altra parte, all'ombra protettiva della mole di Castel Sant'Angelo.
Il sacco del 1084 fu per la città il peggiore oltraggio e una sciagura superiore a quella della distruzione di Totila, ma anche a quella che avrebbe subito cinquecento anni più tardi con il sacco dei Lanzichenecchi. Perché allora le razzie avrebbero colpito una città ridestata, risorta a nuova vita, piena dell'energia del Rinascimento. Nell'abisso del 1084 invece precipitarono tutte le vestigia di una gloria passata, la tanta, unica ricchezza rimasta a una città decaduta dopo esser stata, secoli prima, il centro del mondo.
Il tempo di Gregorio VII finì assieme alla città. I romani non lo perdonarono e il pontefice, a saccheggio ultimato, lasciò Roma assieme al Guiscardo quasi come prigioniero, accompagnato da un odio e un risentimento destinati a turbare, da quel momento in poi, la pacifica convivenza tra i romani e i pontefici. Morì un anno dopo a Salerno, pronunciando a sua discolpa i versetti del vangelo: "Dilexi justitiam ed odivi iniquitatem, propterea morior in exilio". Ma la sua parabola tragica viene così commentata da Gregorovius: "La devastazione di Roma è una macchia più scura nella storia di Gregorio che in quella del Guiscardo: la nemesi aveva costretto il papa, che se ne traeva inorridito, a fissare Roma in fiamme. Non è forse, Gregorio in Roma che arde (e ardeva per colpa sua), un terribile uomo del Fato, come Napoleone che cavalca sereno su campi di battaglia intrisi di sangue? La sua bella antitesi è Leone Magno che salva la città santa da Attila e ne addolcisce il destino davanti al torvo Genserico. Nemmeno uno dei contemporanei testimonia che Gregorio abbia se non altro tentato di salvare Roma dal sacco o versato sulla sua caduta una lacrima di pietà."

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Nelle immagini: palazzo Orsini e teatro di Marcello; torre dei Pierleoni.