Sognando la concordia universale

Un racconto del ventottesimo dell’Inferno

di Ester Procopio

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    Bertran de Born si presenta Dante. Illustrazione di Gustave Dorè.

Inferno. Ottavo cerchio. Nona bolgia. Canto ventottesimo.

Sono le coordinate di un viaggio che non teme di calarsi nelle tenebre del cuore umano.

Mancano ancora alcuni canti, e i più tetri, prima di tornare «a riveder le stelle» [1], «le quattro stelle / non viste mai fuor ch’a la prima gente» [2] e un cielo color zaffiro sulle spiagge del Purgatorio. Nella nona bolgia, come in tutto l’Inferno, l’aria è greve, miasmatica, mortifera… pregna della polvere e del sudore, misto col sangue, dei condannati che stanno scontando la pena. Per descrivere quello che vede non appena varcata la soglia della bolgia, Dante ricorre a una comparazione magniloquente, iperbolica, infatti «ogne lingua per certo verria meno» (v.4). Le immagini comunicano meglio.

S’el s’aunasse ancor tutta la gente
che già, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente

per li Troiani e per la lunga guerra
che de l’anella fé sì alte spoglie,
come Livïo scrive, che non erra,

con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie

a Ceperan, là dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo;

e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.

(vv. 7-21)

L’ipotetica è lunghissima, quasi a voler riprodurre in parole l’estenuante susseguirsi delle guerre e delle stragi avvenute sul suolo italiano; le immagini incalzano, s’impongono l’una sull’altra, l’antico sul nuovo (un contrappunto che caratterizza l’intero canto), il vinto ch’era vincitore, il vincitore che sarà vinto, a creare complessivamente il quadro orrendo e drammatico di innumerevoli corpi forati e mozzi(v.19): l’Italia meridionale (designata con il nome di Puglia) dapprima contesa dai Romani ai Cartaginesi (vv. 10-12) – poco conta l’esito, ciò che il poeta vuole mettere in rilievo è il folle prezzo di ogni guerra, pagato da ambo le parti, e l’immagine tolta a Livio dell’immensa quantità di anelli raccolti dai corpi dei patrizi romani periti è, in questo senso, efficacissima [3] - poi dal normanno Roberto Guiscardo ai Saraceni e ai duchi locali (vv. 13-14), infine le guerre tra Angioini e Svevi (vv. 15-18).

Il numero dei morti per il possesso di una terra che sembra maledetta non si conta, non si contano i cadaveri straziati dalle armi, giace davanti agli occhi del poeta e del lettore la carneficina indefinita, un fiume di sangue che percorre la storia politica e civile italiana, causando una “sozzura” (fisica e morale) difficile da cancellare; e tuttavia questo insieme di corpi dilaniati, per quanto gigantesco, non può in alcun modo essere paragonato a quello della nona bolgia, in cui sono puniti proprio i fomentatori di quelle discordie (vv. 20-21).

Che Dante si sarebbe trovato di fronte a peccatori «di questa risma» (v. 39) era già stato preannunciato, con sublime capacità di sintesi, negli ultimi versi del precedente canto:

Noi passamm’oltre, e io e ’l duca mio,
su per lo scoglio infino in su l’altr’arco
che cuopre ’l fosso in che si paga il fio
a quei che scommettendo acquistan carco.

(XXVII, vv. 133-136)

Quelli che scommettono sono coloro che separano ciò che è commesso, cioè unito.

Per Dante chi provoca scientemente la divisione di una comunità, religiosa o civile, si macchia di un peccato gravissimo: non esiste differenziazione tra etica e politica, la politica deve agire per il bene comune, deve unire, non il contrario; la disunione, la creazione di solchi e non di giunture, la costruzione di divisioni e non integrazioni, è sempre causa di male, non solo per chi subisce la separazione ma anche per chi la provoca.

Nella Commedia Dante rende concreto questo concetto (generalizzando, il peccato nuoce al peccatore in primis) attraverso l’espediente del “contrappasso”, parola che tra l’altro compare per la prima e unica volta nell’Inferno proprio in questo canto:

Perch’io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.
Così s’osserva in me lo contrapasso.

(vv. 139-142)

A parlare così è Bertran de Born (vedi immagine), cantore provenzale e ultimo personaggio incontrato nella bolgia, colpevole di aver messo l’uno contro l’altro padre e figlio (avrebbe incitato il figlio primogenito del re Enrico II d’Inghilterra, detto re giovane, alla ribellione contro di lui):

E perché tu di me novella porti,
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma’ conforti.
Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli

(vv. 133-136)

Chi ha creato divisione è quindi a sua volta diviso (fisicamente da un diavolo situato nella bolgia [4], ma anche al proprio interno, nell’anima), porta sul corpo i segni del male provocato. Bertran de Born è un poeta ammirato da Dante, lo ha lodato nel Convivio (IV, xi 14) e ricordato nel De vulgari eloquentia (II, ii, 9) in quanto cantore delle armi, tema nobile, tano è vero che l’attacco di questo ventottesimo canto si ispira a una sua canzone (Si tuit li dol), ma come sempre accade nella Commedia la dignitosa grandezza dei personaggi, l’umana pietà o l’ammirazione professionale provata verso di loro (si vedano Francesca da Rimini, Brunetto Latini, Farinata degli Uberti e altri) non sono sufficienti a determinare il positivo giudizio divino, anche se certo creano una differenziazione interna nel corpus dei dannati.

Quello di Dante è, a mio avviso, un grande appello a cessare con le divisioni, di qualunque natura siano (familiari, civili, religiose) e a biasimare coloro che le provocano, le sostengono, senza sconti; certo bisogna storicizzare, perché Dante, che proprio delle divisioni del suo tempo aveva pagato il fio con l’esilio, sognava una società unità sotto lo stemma imperiale, in una concezione di armoniosa cooperazione tra Papato e Impero, potere terreno e spirituale, emanazioni ambedue della volontà divina, ma credo che sia ancora possibile – anzi doveroso - non rimanere indifferenti alla sua poesia e al messaggio di concordia universale ch’essa ci consegna.

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[1] Inf. XXXIV v. 139

[2] Purg. I vv. 23-24

[3] Livio racconta a proposito della strage di Canne che Annibale raccolse tre moggia di anelli (XXIII 12, 1)

[4] Il racconto della pena avviene per bocca di Maometto nei vv. 37-42