L'assalto

Racconto

di Nick Neim

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Come una stupida ragazzina era rimasta lì, in riva al mare, a ripensare a quegli istanti, a cose di nessuna importanza, a rimescolare quei pensieri come fossero poche castagne in un sacchetto di carta.
Si seccò con sé stessa, al figlio che protestava e richiedeva la sua attenzione, rispose con un gesto di stizza; lo prese per mano e si avviò, col bambino un poco indietro appeso alla sua mano. Camminava svelta quasi a lasciarsi indietro il malumore che la faceva innervosire. Non si accorse di avere un passo troppo svelto per il figlio che, all’improvviso, con uno strattone liberò la mano dalla sua e si piantò a gambe larghe nella sabbia:
“Mi fai male la mano e cammini troppo svelta.”
Si voltò di scatto, guardò il figlio, pronta a rimproverarlo. Incontrò per un attimo gli occhi cupi e quasi in lacrime del bambino e immediatamente si rese conto che aveva perso il controllo, che si era dimenticata del figlio. Fu come uno schiocco improvviso nel silenzio; di colpo riprese il controllo, fece un passo verso Daniele, gli carezzò il capo scompigliandogli i capelli:
“Hai ragione ma si è fatto tardi e volevo rientrare presto.”
“È da tempo che ti dico di ritornare ma tu niente, seduta a guardare il mare come …” Non trovò la parola e seguì la madre. Fra loro era ritornata la pace.
Andavano. Marta non sapeva quanta strada effettivamente avessero percorso. La poca luce del crepuscolo non permetteva di distinguere bene dove finiva la spiaggia e iniziava la scogliera e la strada che la percorreva; poche luci lì in fondo indicavano la punta dei canalotti; le sembrò che la strada da percorrere fosse tanta. Capì che era stata superficiale e che si era allontanata molto. Una lieve sensazione di fastidio – serpe fra le frasche – cominciò a strisciare nella mente; le sembrò che ombre si muovessero alla sua sinistra, fra il bosco e la battigia. Una lieve preoccupazione si stava impadronendo di lei, ma cosa poteva accaderle?
Avrebbe voluto camminare più svelta però il passo del figlio, malgrado stesse camminando veloce, la tratteneva.
Il buio s’era fatto più denso, le forme del paesaggio si stavano perdendo.
Un rumore di passi alle spalle, vicino. Un colpo di frusta al cervello. Si mise all’erta, strinse forte la mano del figlio.
Una figura l’affiancò, non la superò, si mantenne al suo fianco per alcuni passi.
Sentì una voce: “Vuoi compagnia?”
Non rispose, non si volse a guardare l’uomo che le camminava a fianco; aveva paura per sé stessa ma soprattutto per il figlio.
Non sapeva quanto mancava per raggiungere la strada. Andarono così per alcuni secondi, lei non rallentò e non aumentò l’andatura; pensò che era importante mantenere il sangue freddo, non mostrare paura.
Adesso un brivido le percorreva la schiena ma doveva tenerlo a freno, non poteva manifestare timore, indecisione; aveva capito che l’uomo al suo fianco era indeciso, perplesso per la presenza del bambino. Doveva sfruttare quell’indecisione.
“Vattene. Non voglio niente.” Disse la donna.
L’uomo non parlava, le stava accanto. D’improvviso le prese il braccio ma non tirò.
Marta s’irrigidì. Quello camminava al suo fianco come fosse stato suo compagno di passeggio.
Il bimbo aveva capito che qualcosa non andava: “Cosa vuoi, vattene.” Disse in direzione dell’uomo poi, rivolto alla madre: “Mamma quando arriviamo a casa?”
“Presto.” E non seppe aggiungere altro.
Doveva parlare? Chiacchierare con suo figlio? Doveva rivolgersi all’uomo? Gridare? Affrontarlo con decisione?
Intanto andavano. Lei guardava lontano in cerca della fine della spiaggia, di un indizio di luce o di presenze.          
L’uomo si fece più vicino alla donna, le mise una mano sulla spalla con decisione. “Ho molte cose che ti possono interessare.” Disse. La voce era rauca, con inflessioni straniere, forse nordafricane. Il colore della pelle le sembrò scuro. “Dai, fermati un poco, non farmi camminare tanto, parliamo.” Il tono era calmo, quasi suadente.
Lei non rispose, strinse la mano del figlio e allungò il passo. Camminarono ancora un poco così.
“Ma allora non vuoi capire, fermati, devo parlarti.” Adesso c’era insistenza nella voce, non era ancora voce irritata.
Lei reagì. Si scrollo la mano dell’uomo dalla spalla. Si girò, lo affrontò. “Vattene.” Disse decisa e si volse per riprendere a camminare. Guardò nel buio alla ricerca dell’inizio della stradella dove sarebbe stato più probabile incontrare qualcuno.
Fece alcuni passi, l’uomo sembrò restare indietro poi riprese anch’egli, allungò il passo, la raggiunse. L’affiancò: “Ho della polverina molto buona; provala, ti piacerà.” Disse il nordafricano.
Marta non rispose. Andava più svelta possibile tenendo stretta la mano del figlio.
“Dai, fermati un poco.” Replicò l’uomo e quando vide che lei non rispondeva l’afferrò per il braccio: “Tu ora ti fermi e resti sino a quando piace a me, hai capito?” Adesso la voce era irritata. Aveva preso coraggio, aveva intuito che la donna era vulnerabile per la presenza del bambino.
Lei capì che la situazione stava peggiorando. La rabbia si stava tramutando in paura e un senso d’impotenza la stava paralizzando.
Intanto l’uomo si era spostato davanti alla donna, sbarrandogli la via per raggiungere la strada che, pensava lei, non doveva essere molto lontana ormai. Fu questo pensiero che la convinse a gridare: “C’è qualcuno? Per favore rispondete!”
La voce fu incerta, stentata, paurosa quasi di ferire la notte e il buio attorno. Il silenzio successivo sembrò rendere l’oscurità più fitta. Solo il lieve fruscio della sabbia accarezzata dall’onda; né un rumore né una voce.
Immediatamente il figlio scoppiò a piangere. Si attaccò alle sue gambe. Lei ebbe paura, aveva paura per suo figlio, scoprì cosa significhi avere paura per qualcuno.
Un attimo di lucidità nel momento di stasi succeduto al grido della donna: doveva trovare un sistema per salvare suo figlio dalla violenza e dalla paura e dal male e dal dolore che derivano dalla violenza. Ma cosa fare? Urlare ancora?
Sempre stringendo la mano del figlio scartò verso sinistra cercando di superare l’ostacolo dell’uomo.
Di nuovo una mano si strinse decisa sul suo braccio. “Ahhh!” Lei gridò. “Aiuto!”. Questa volta la voce uscì decisa; viaggiò nel buio ma non ci fu risposta.
Una mano forte l’afferrò alla gola, strinse quanto bastava per strozzarle la voce. Il respiro era un poco impedito ma poteva, per fortuna, respirare.
“Stai zitta, stronza. Se stai zitta te la cavi. Ci divertiamo un poco e poi te ne puoi andare.” L’uomo disse queste parole quasi sibilando a pochi centimetri dalla sua faccia. Marta s’immobilizzò. Avvertì l’alito pesante di fumo, di birra e di cattivo cibo. Stringeva la testa del figlio, scossa dai singhiozzi, contro il suo stomaco sperando che non vedesse ne sentisse.
Una mano s’infilò nel costume e una bocca calda le percorreva il viso che lei muoveva per scansarsi.
Un rumore? Un passo di corsa?
Non ebbe il tempo di capire cosa avesse sentito; uno spintone li fece ruzzolare a terra. Urlò forte.
Perse il contatto del figlio. “Daniele.” Chiamò con la gola dolorante. “Daniele, dammi la mano.” “Mamma.” Strillò il bambino intanto che si allungava verso la madre cadendole quasi addosso.
Un fascio di luce cercò l’uomo che già stava alzandosi pronto a scattare contro il nuovo venuto. La luce lo centrò in pieno. Nella sua mano luccicò qualcosa Era pronto allo slancio ma si fermò. La donna guardò verso la fonte della luce e vide una mano che reggeva una pistola.
I due uomini stettero così, attimi eterni, studiandosi. Poi una voce: “Provaci, fai un passo avanti e ti stacco i coglioni.” La canna della pistola si abbassò lievemente verso il basso come a cercare l’inguine da colpire. La voce era ferma, fredda, quasi sibilata; era la voce di Vittorio, era la voce che la stava salvando. Stava ritto, un poco piegato in avanti pronto allo scatto o a pararlo
Il nordafricano lentamente sollevò il busto, lentamente richiuse il coltello e lentamente lo fece sparire nella tasca. Fece un primo passo indietro e un secondo. Lentamente, indietreggiando, si allontanava verso il buio da dove era spuntato. Vittorio avanzò, seguì con il fascio della lampada l’uomo che si allontanava e intanto diceva a Marta di sollevarsi e di dirigersi verso la strada. Lei si alzò, prese in braccio il figlio e si avviò. Nell’attimo in cui fu al suo fianco, Vittorio spense la lampada e il buio li avvolse. La prese per il braccio, la spostò un poco verso il mare dove la sabbia era più compatta e si poteva camminare più in fretta.
“Tieniti accanto a me, non parlare, fai meno rumore possibile.” Disse.
La madre e il figlio capirono, Daniele volle scendere e si incamminarono tenendosi attaccati a Vittorio. Adesso la paura stava passando ma la tensione, se possibile, aumentava. Il comportamento di Vittorio faceva pensare che il nordafricano potesse ripensarci e ritornare, magari in compagnia.
Giunsero presto alla base della scogliera. Attorno non si vedeva nessuno; forse l’uomo aveva rinunziato. Vittorio era teso, camminava leggero, spedito, si guardava intorno, una mano nella tasca del giubbino. Salirono il breve sentiero e furono sulla strada bianca sopra la scogliera. A pochi metri dal fuoristrada di Vittorio.
“Salite.” Disse con voce quasi afona. Il tono era calmo ma deciso, a lei sembrò come di comando ma anche di rimprovero trattenuto e camuffato fra le sillabe di quell’unica parola. Salì anche lui, intanto che avviava il motore inserì le sicure interne e partì senza guardarsi indietro. Andarono così per alcuni minuti verso le case all’inizio della scogliera.  Il rumore dell’auto era il segnale della salvezza; il pericolo stava scomparendo. Era molto improbabile che l’uomo o altri si avvicinassero, anche perché ormai si trovavano molto vicini alle case e in quel periodo le abitazioni erano tutte occupate da villeggianti e ospiti.
Il tragitto fino alla loro casa fu veloce, Vittorio guidava sicuro ma si vedeva che era teso, nel buio dell’abitacolo il profilo dell’uomo le ricordò un duro tronco d’albero privo di foglie.
Lei cominciò a parlare: “Vittorio, io … mi dispiace, non mi sono accorta che era così tardi.” Lui girò per un attimo il viso e lei, alla poca luce degli strumenti interni, vide due occhi scuri, duri, accesi; un guizzo passò in quello sguardo: di ira, di rimprovero? Marta non capì se era ancora in tensione per ciò che era successo o era in collera con lei. Stette zitta. Abbracciò il figlio, nascose il viso nei suoi capelli e disperatamente trattenne le lacrime che pressavano.

 

Dal romanzo inedito dell’autore ‘L’amore impossibile’