Conflitti

Quasi un editoriale

di Antonio La Monica

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I presidenti del mondo giocano alla guerra da sempre. Test nucleari, aerei che sorvolano il cielo con aria minacciosa. Bombe a lunga gittata, intelligenti si fa per dire! La storia dell’uomo su larga scala è quasi sempre storia di un perenne conflitto. Perché? Perché la parola pace, dal latino “pax”, serviva a designare l’intervallo di tempo tra una guerra e l’altra? Come se la condizione naturale dell’uomo fosse la lotta. Forse avevano ragione gli antichi? Zoom in avanti per trovare in nazioni sperdute infinite occasioni di guerra. Focolai che accendono paesi d’Africa, del sud del Mondo. E poi ancora avanti, nazioni divise in regioni belligeranti. E al loro interno gruppi politici che del conflitto hanno fatto uno stile di vita. Ovunque.
E poi le città dove il conflitto assume proporzioni e figure diverse. La guerra tra poveri, tra classi sociali, tra ideologie. Ma non basta. Proseguendo nel nostro zoom troveremo ancora liti condominiali, luoghi di lavoro intossicati dalla slealtà e della competizioni più feroce. E famiglie che hanno abdicato al loro ruolo diventando, piuttosto, luoghi in cui germina il conflitto. E, infine, noi. Ognuno di noi. Con i nostri conflitti interiori. Con le nostre grandi paure e le smodate ambizioni. Sospesi tra il culto ipertrofico di noi stessi e la disperata esigenza che gli altri si accorgano di noi, fosse solo attraverso un “like” sul nostro recente post su Facebook.
Il conflitto ci appartiene. Così in basso come in alto, direbbe qualcuno. Quello che vediamo su larga scala e che ci fa giustamente inorridire, è anche quello che la nostra coscienza individuale produce ogni giorno ininterrottamente o quasi.
Per non cadere nella disperazione, affidiamoci alla riflessione laica di un grande giornalista come Tiziano Terzani che ci ricorda nelle sue Lettere contro la guerra: “Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura, l’insicurezza, l’ingordigia, l’orgoglio, la vanità. Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quello che ci conviene. Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi. (…) È il momento di uscire allo scoperto, è il momento di impegnarsi per i valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale molto più che con le armi”.
Buona lettura…