Il potere di Venere

Poker di cortigiane della Roma rinascimentale

di Maria Cristina Vecchiarelli

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Nel 1492, mentre Colombo sbarca nel Nuovo Mondo, sale al soglio pontificio Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia. Si celebra così, a Roma, il trapasso al Rinascimento da un Medioevo che lì più che altrove ha significato l'autentico crepuscolo della civiltà. La tremenda ferocia del sacco dei normanni di Roberto il Guiscardo, chiamati nel 1084, nel corso della lotta per le investiture, da papa Gregorio VII a cacciare le armate dell'imperatore Enrico IV, aveva costretto la sparuta e sbandata popolazione superstite ad abbandonare i luoghi scempiati - Esquilino, Palatino, Laterano, cuore della civitas dall'epoca imperiale -, per spostarsi dalla parte opposta del confine territoriale, nell'ansa del Tevere, al riparo della fortezza Adriana e della cittadella del Vaticano, tentando lì la sopravvivenza tra paura, sozzura, cataclismi, barbarie, deliri visionari da fine millennio, alla mercé dell'irrazionale furore degli uomini e della selvaggia furia della natura. Quello era stato il colpo di grazia per ciò che restava della Caput mundi, dalla caduta dell'Impero d'Occidente ridotta progressivamente, per le depredazioni e l'incuria, a un ammasso di rovine da dove le faide tra le fazioni in lotta per il potere avevano bandito legalità e ordine pubblico, la pietra tombale sotto cui sarebbe rimasta a giacere per secoli.
Ma anche a Roma, alla fine del '400, stanno cominciando a ravvisarsi i primi bagliori di un risveglio sociale, artistico, culturale. Solo che l'emblema della svolta, l'uomo assiso sul trono in quella data spartiacque, non è il laico illuminato Lorenzo de' Medici (che proprio nel 1492, peraltro, termina la sua esistenza terrena), ma un ecclesiastico spagnolo triviale, spregiudicato, violento, personaggio assai più in linea col marasma e le infamie che la città non si è ancora lasciata alle spalle. Le abominazioni di Rodrigo Borgia e dei suoi familiari non costituiscono un'eccezione, ma un sostanzioso paradigma delle costumanze del regno pontificio: depravazione, nepotismo, malvagità, mancanza di scrupoli, promiscuità, lussuria. Sangue e sesso, strettamente in connessione, sono accessori indispensabili alla manifestazione, conservazione ed espansione del potere pure se, incidentalmente, il detentore di questo potere è sì un principe, ma della Chiesa. Le trame fosche, gli inganni, i delitti, vanno di pari passo con la sensualità famelica, il concubinaggio more uxorio, la disseminazione di figli naturali. 
All'inizio del Rinascimento la concezione della donna come creatura inferiore, appellata addirittura da Tertulliano "porta dell'inferno", da trattare alla stregua di un oggetto o di un animale, comincia a cadere in disuso. Prendono ad emergere in Europa, una dopo l'altra, grandiose figure femminili, regine che faranno la storia tanto quanto, se non più, dei loro contemporanei uomini: Isabella di Castiglia, Caterina de' Medici, Elisabetta d'Inghilterra. Ma questo non avviene nel centro della cristianità, i cui rappresentanti sono esclusivamente, tassativamente maschi. In quella corte di soli uomini non è prevista una regina, ma solo un papa re. Lì la misogina arretratezza resta in auge e il Medioevo, per le donne, continua ad oltranza.
L'unico modo per affrancarsi da una tale subordinazione è quello di accondiscendervi, sfruttandola abilmente per la propria affermazione. A Roma, dove la popolazione maschile sopravanza quella femminile - nel tardo Medioevo e nel Rinascimento alla pletora di residenti ecclesiastici e di pellegrini in transito si aggiungono i molti artisti, intellettuali, mercanti, bancari, che vi si stabiliscono per il rifiorire della cultura e degli affari - e c'è un numero ragguardevole di uomini celibi, o comunque soli, in cerca di compagnia, si afferma con successo impressionante il mestiere di cortigiana: si stima che nel '500 su una popolazione di cinquanta o sessantamila anime ce ne siano un novero di oltre seimila, cioè circa un dieci per cento dell'intera cittadinanza, spartite tra quelle "da lume e da candela", le più infime, che si offrono nel retrobottega dei commercianti di candele e con una candela misurano il tempo della prestazione, "da gelosia e da impannata", di una qualche superiore dignità, che esercitando in casa propria da dietro le imposte della finestra attirano i clienti, e "oneste", cioè elevate, colte, agiate, colme di grazia e fascino, use a frequentare gente di rango, capaci di poetare in versi petrarcheschi o di sostenere dotte discussioni. Sono queste ultime, a Roma, assieme ad un pugno di quasi leggendarie favorite, figlie o sorelle di pontefici dalla vita inquieta e controversa - Lucrezia Borgia, sua madre Vannozza Cattanei, Giulia Farnese, Olimpia Maidalchini Pamphilj - le uniche donne che acquisiscono un'indipendenza, sia pure ottenuta al prezzo di un originario assoggettamento; le uniche potenti - anche se il loro potere deriva comunque dal favore maschile - e rispettate, in grado di intrattenere rapporti alla pari con gli uomini più influenti della loro epoca; le uniche che escono dall'invisibilità, che lasciano tracce, sia pure labili, incomplete e talvolta contraddittorie, nella storia. Qui sotto quattro brevi ritratti di alcune delle più note.

Lucrezia D'Alagno
Figlia di Nicola, primo feudatario di Torre Annunziata, e favorita di re Alfonso D'Aragona, Napoli, Sicilia e Sardegna. Quando i due si incontrano per la prima volta lei ha diciott'anni, lui quasi quaranta di più. Innamoratosi perdutamente al primo sguardo, Alfonso va a vivere con Lucrezia dapprima a Torre del Greco, poi a Pozzuoli, poi a Napoli, ricoprendola d'oro e non lesinandole alcuno sfarzo. Le dona l'isola e il castello d'Ischia, elargisce ai suoi familiari prebende, privilegi e titoli nobiliari. Gli resta però di esaudire il più grande desiderio dell'ambiziosa concubina: divenire sua moglie legalmente, ossia legalmente regina. Desiderio ch'è arduo accontentare, giacché Alfonso una moglie ce l'ha già, sia pure separata e lontana da lui, nella persona di Maria di Castiglia. Dopo aver atteso inutilmente la dipartita di Maria, che da lungo tempo è tornata a vivere in Spagna, il re si risolve a chiedere l'annullamento del matrimonio per sterilità della consorte - Maria non gli ha dato eredi, l'unico figlio di Alfonso, don Ferrante, è nato fuori dal matrimonio -, confidando nel favore del papa regnante, lo spagnolo Callisto III Borgia, zio del futuro Alessandro VI, che di Alfonso è stato segretario. Per questo, al principio dell'autunno del 1457, Lucrezia viene spedita a Roma, con un corteo di dame e gentiluomini degno di una sovrana; e come una sovrana viene accolta e trattata dal papa, dalla corte e dal popolo. Tanto favore suona però come una beffa quando Callisto, ossequioso al diritto canonico più che al suo antico benefattore, nega l'annullamento perché, sostiene, non vuole andare all'inferno assieme a Lucrezia. Tutto precipita: di lì a pochi mesi, nel 1458, Alfonso muore, e la fortuna di Lucrezia finisce. Dopo aver peregrinato tra la Puglia, Ravenna e la Dalmazia per sfuggire all'ostilità di Ferrante, ora re Ferdinando I, Lucrezia ripara di nuovo a Roma. Lì, senza aver mai deposto le speranze di poter tornare a Napoli, muore il 23 settembre 1479, ottenendo in risarcimento una sorta di postuma immortalità: il busto della dea Iside proveniente dal tempio egiziano di Iside e Osiride in Campo Marzio, donatole al tempo del suo trionfale soggiorno romano, diventa subito per il popolino la statua di "madama Lucrezia" e, dal suo alloggiamento all'angolo tra palazzetto Venezia e piazza San Marco, entra a far parte della "Congrega degli Arguti", il gruppo di statue parlanti che fanno capo a Pasquino. Quel blocco di marmo è giunto ammaccato, ma ancora solidamente piantato sul suo basamento, fino ai nostri giorni. Finché continuerà a stare in piedi, Lucrezia continuerà. in qualche modo, ad esser parte della vita della città.

Imperia
Lucrezia Corgnati, nata nel rione di Borgo il 3 agosto 1481 o più verosimilmente nel 1486, da Diana Corgnati, una cortigiana di basso rango, e da Paris de Grassis, maestro di cerimonie della corte pontificia. Cresce nella casa paterna di piazza Scossacavalli, dove a quattordici anni, dopo la nascita di sua figlia (un'altra Lucrezia che sarà allevata in convento, sposerà un Colonna e farà una vita virtuosa, totalmente difforme da quella di sua madre e sua nonna) comincia anch'ella a fare la cortigiana; cambiando nome, come le impone la professione, in Imperia, uno pseudonimo che attesta le sue orgogliose aspirazioni. Bellissima, colta, di grazia aristocratica, Imperia sceglie di non frequentare la corte dei Borgia per non confondersi con quel clima orgiastico, da lupanare. Diviene una superba e rinomata professionista autonoma, a cui l'ottima educazione umanistica e la superiore raffinatezza assicurano una clientela eccellente. Il suo grande amore, il patrizio romano Angelo del Bufalo, cede spontaneamente il posto al ricco e potente banchiere Agostino Chigi, che diviene il suo vero e proprio protettore. Pur godendo del lustro e dei vantaggi assicurati da questa prestigiosa posizione, Imperia continua comunque a ricevere i suoi clienti, che amano godere non solo delle sue arti amatorie ma anche del piacere intellettuale della sua conversazione in quella sorta di circolo letterario che è la sua nuova dimora, uno splendido palazzetto nei pressi di Via Giulia di proprietà di Del Bufalo, arredato con tale eleganza e magnificenza che quando durante un'anticamera all'ambasciatore Enriques de Toledo viene necessità di sputare egli, cercando senza successo nella stanza un angolo meno prezioso, non trova altro che la testa di un servitore. Durante i lavori di decorazione della villa di Agostino Chigi alla Lungara, conosciuta in seguito come La Farnesina, a cui attendono artisti del calibro del Perugino, Sebastiano del Piombo, Baldassarre Peruzzi, Giovanni da Udine, Giulio Romano, il Sodoma e Raffaello, quest'ultimo prende a modello Imperia come Psiche, perseguitata da Venere perché più bella della stessa dea, negli affreschi delle logge da lui disegnati, e viene da lei anche ispirato per il ritratto della protagonista nel Trionfo della Galatea. Ma il Chigi si è innamorato di Francesca Ordeaschi, altra bellissima - e giovanissima - cortigiana, dalla quale avrà cinque figli e che sposerà: è per lei che fa dipingere la storia di Psiche come metafora della sua ascesa dall'oscurità della sua precedente condizione alle stelle. Imperia si sente messa da parte e, forse sopraffatta dalle delusioni, il 13 agosto 1512 si avvelena. Agostino, subito informato, le manda due medici per tentare di salvarla; lei sopravvive solo altri due giorni. Muore il 15 agosto, ma muore onorata, con tutti i sacramenti e perfino con la benedizione di Giulio II. Viene sepolta a San Gregorio al Celio in una tomba fatta costruire da Agostino; un secolo dopo la sua salma verrà rimossa per far posto a quella di un canonico di Santa Maria Maggiore, Lelio Guidiccioni, e di lei sarà così cancellata ogni traccia.img

Fiammetta
Fiammetta Michaelis, nata a Firenze, giunta nel 1478, appena tredicenne, a Roma insieme con la madre, meretrice, per svolgervi la stessa sua professione. Diviene ben presto la favorita del cardinale umanista Iacopo Ammannati, con cui intreccia una relazione che ha breve durata, dato che nel 1479 il porporato passa a miglior vita, non senza prima aver disposto di lasciarle tutti i suoi averi. Poiché ultime volontà del genere sembrano imbarazzanti persino per la disinvolta etica dell'epoca, papa Sisto IV fa bloccare l'esecuzione del testamento del defunto e lo trasmette ad una commissione istituita con suo proprio decreto. Questa, cercando di salvare capra e cavoli, concede alla "damigella di singolare beltà", come viene chiamata Fiammetta dagli stessi commissari, il suo lascito, anche se in misura ridotta; ma non per aver offerto i suoi servigi al cardinale, bensì "per amore di Dio e per provvederla di una dote". Ella entra così in possesso di ben quattro proprietà immobiliari, una vigna dotata di casino presso il Vaticano, due case attigue tra loro a via dei Coronari e un palazzetto, con tutta probabilità quello che ancora oggi viene chiamato "Casa di Fiammetta", in via degli Acquasparta 16, ad angolo con la piazza a lei intitolata.
Nel 1483 Fiammetta diviene l’amante di Cesare Borgia, terribile figlio di Alessandro VI, che verrà soprannominato il Valentino dopo aver ricevuto dal re di Francia Luigi XII il ducato di Valentinois. Questa relazione sarebbe attestata dall'intestazione della trascrizione del testamento della donna: "Flammettae Ducis Valentini Testamenti Transumptum". Ella viene inoltre indicata come "honesta mulier Dna Flammetta Michaelis de Florentia", laddove la locuzione "honesta mulier" non lascia dubbi sull'allusione alla sua professione e al suo rango rispetto ad essa. 
Fiammetta lascia le sue case in eredità al "fratello" Andrea, che più che tale presumibilmente è suo figlio. Viene sepolta poco distante dalla sua dimora, nella chiesa di Sant’Agostino, luogo di preghiera prediletto dalle cortigiane romane, dove fin dal 1506 ha avuto a il patronato sulla prima cappella a sinistra. Purtroppo anche del suo monumento sepolcrale, come di quelli di tutte le altre illustri sue colleghe lì sepolte, non rimane traccia, probabilmente demolito assieme agli altri al tempo della Controriforma.

Tullia D'Aragona
Cortigiana letterata per eccellenza. Nata a Roma intorno al 1510 dagli amplessi di una meretrice ferrarese, Giulia Campana, con il cardinale Giulio d’Aragona, nipote del re di Napoli, secondo quanto lei stessa affermerà per tutta la vita. Ufficialmente risulta figlia di Costanzo Palmieri d’Aragona, cugino del porporato, forse per minore difficoltà da parte sua nel dare il suo cognome a una creatura illegittima.
Trascorre la sua infanzia a Roma, poi a Firenze e a Siena, dove, grazie al premuroso interessamento del cardinale, riceve un'educazione alta e raffinata. Sua madre, intuendone le doti artistico letterarie, decide di riportarla a Roma, città stimolante da un punto di vista culturale, ma soprattutto molto più piena di prospettive per il mestiere che ha in mente per sua figlia. Ammaestrata a tutte le arti della seduzione tanto quanto a scrivere ed argomentare in latino, alla pari di un degno letterato, Tullia si distingue per questa sua estrema versatilità tra tutte le altre sue colleghe, anche le più colte e signorili. La sua alcova, che è nello stesso tempo un raffinato salotto letterario, ha moltissimi frequentatori, soprattutto poeti, tanto da farle guadagnare proprio il titolo di "cortigiana dei poeti". Lei stessa scrive, in prosa e in versi. Nelle sue varie case non si dispensa solo sesso, ma si animano intense discussioni che vedono coinvolte personalità come Filippo Strozzi, il cardinale Ippolito de’ Medici, scrittori alla stregua di Bernardo Tasso o Sperone Speroni che addirittura fa di lei la protagonista del suo Dialogo dell’amore. 
Nel 1531, sembra a causa di una disavventura di lavoro, si reca improvvisamente a Ferrara, dove conosce Girolamo Muzio, che si innamora di lei e le dedica le sue egloghe amorose. Ma Tullia non è donna per un solo amante, e presto lo sostituisce con altri uomini. Allora Muzio rende di dominio pubblico la sua "disavventura": una grave caduta di stile con un cliente ributtante accettato alquanto controvoglia, sembra, per un compenso da capogiro, come una qualunque meretrice di basso bordo. Infamata in questo modo, scacciata dai circoli letterari, è costretta a partire di nuovo e ad errare tra le varie città della penisola. Nel 1543 si trova a Siena, dove, perseguitata dagli Esecutori Generali di Gabella per i suoi vestimenti da gentildonna, non consentiti dallo statuto del Comune alle cortigiane, subisce persino un processo, dal quale uscirà assolta. Allora, probabilmente solo per potersi tutelare dalle severe leggi in materia di prostituzione, sposa un certo Silvestro Guicciardini. Nel 1545, nuovamente a Firenze, stringe numerose amicizie con letterati di tutto rispetto mentre si barcamena tra vari amanti, sempre rincorsa dalle maldicenze e dalle persecuzioni giudiziarie. Il fatto è che Tullia vuol sentirsi prima di tutto una donna di cultura che dispone liberamente del suo corpo per autodeterminazione, senza tener conto del suo status di cortigiana, e anche per questo non intende portare indumenti che la segnalino come tale. Ma quando, nel 1547, viene di nuovo convocata dal magistrato per ottemperare alle leggi sulla prostituzione, è costretta a presentarsi con qualcosa di giallo, il colore delle prostitute, sul vestito, per distinguersi dalle gentildonne perbene. Subito dopo riparte per Roma, dove quasi certamente rimane fino alla sua morte, avvenuta nel marzo del 1556. 
La facilità con cui Tullia si destreggia da un amante all'altro rinvigorisce ancor più le malelingue, tanto che nel libello satirico "La tariffa delle puttane di Vinegia" viene definita "la più abbietta delle puttane." Tuttavia, a dispetto di quello che la sua vita e la sua condizione potrebbero testimoniare, in lei ardono il vagheggiamento di un amore tutto spirituale, secondo la più pura concezione petrarchesca, e l'anelito di lasciare ai posteri qualcosa di immortale, etereo, superiore alla sua carnalità. Per questo cerca di coprire la cortigiana con la poetessa, perché sente che quella è la sua più intima e autentica essenza.
L'astro fulgente delle cortigiane romane declina, coi suoi splendori e le sue miserie, all'avvento della Controriforma. Alla fine del '500 papi morigerati e intransigenti come Pio IV e Sisto V tentano in ogni modo di debellare la prostituzione che, a loro modo di vedere, lorda le strade dove posero i loro piedi santi e martiri della cristianità. Nel '600 scendono dal nord Europa vere nobildonne ad occupare la scena romana; Maria Casimira di Polonia, Cristina di Svezia. Ma per decenni le "honestae mulieres" hanno abbellito e impreziosito Roma, sia con la bellezza e la ricercatezza della loro presenza e le loro doti intellettuali, capaci di stimolare l'estro creativo degli artisti e di catalizzare nelle loro alcove/cenacolo i migliori intellettuali della loro generazione, sia con le cospicue tasse che hanno versato all'erario pontificio, grazie alle quali si sono ripavimentate le strade di mezza città. Se Roma è uscita dal buio della sua decadenza, se ha riacquistato splendore, è in buona parte anche merito loro.

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Nelle immagini: Villa Farnesina; casa di Fiammetta.