Lisistrata

Lo sciopero del sesso

di Ciccio Schembari

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Mercoledì 17 agosto, ho assistito alla rappresentazione di “Lisistrata” di Aristofane messa in scena al teatro di Poggio del Sole dalla compagnia Banned Theatre di Catania con l’adattamento e la regia di Valentina Ferrante.
Lisistrata è la commedia di Aristofane che racconta lo sciopero del sesso da parte delle donne durante la guerra del Peloponneso che vedeva schierati contro Ateniesi e Spartani. Le donne dei due fronti, in perfetto accordo, attuano lo sciopero del sesso per costringere i loro uomini a fare la pace.
Leggendo la commedia mi ha colpito, innanzitutto, l’atteggiamento delle donne greche rispetto al sesso: un atteggiamento di sana, esplicita e gioiosa adesione al sesso.
In quanto commedia è piena di battute e situazioni, attorno alle differenze tra uomini e donne, che suscitano l’ilarità ma, pur essendo commedia, ha come tema centrale il rifiuto della guerra scelto e perseguito dalle donne in nome della vera, essenziale e sostanziale differenza tra la donna e l’uomo: la donna e solo la donna ha la ventura, il dono, il privilegio di generare la vita e tenere in grembo il nascituro.
A questa differenza si appella Aristofane, si appellano le donne, ateniesi e spartane, per dire no alla guerra. Al commissario che trova assurdo che le donne si occupino di guerra, Lisistrata risponde: "Taci idiota! In realtà la guerra è più affare da donne, perché noi ne portiamo il peso due volte: partoriamo i figli con dolore, li alleviamo con tanto amore e ci tocca vederli morire in guerra; e poi, nel fiore della giovinezza, quando dovremmo goderci la vita, siamo costrette a dormire da sole per colpa delle vostre spedizioni militari".
In questi ultimi settanta anni noi occidentali abbiamo avuto la fortuna di vivere senza guerra, senza avere avuto esperienza diretta delle brutalità della guerra, anche se guerre ce ne sono sempre state in altre parti della terra. Le conosciamo, le vediamo alla TV, ci siamo abituati e ne restiamo indifferenti. C’è una bella differenza tra vedere distruzioni, morti, campi profughi alla TV ed esserci di persona! img
In atto c’è guerra terribile in Siria, c’è guerra terribile in Libia, c’è guerra terribile nello Yemen. I giornali e i notiziari ne parlano puntando l’attenzione sui quei balordi dei terroristi e dei jihadisti profumatamente pagati e foraggiati. La mia attenzione invece si rivolge a quei milioni di persone che hanno perso la casa, che hanno visto assassinati i figli e le persone care. Ho sentito un giornalista dire: "Aleppo già patrimonio dell’UNESCO è oggi un inferno! La popolazione, due milioni di persone, sono allo stremo". Invito chi legge queste parole a pensare a questi due milioni di persone che vivono da anni sotto i bombardamenti, in mezzo alle macerie, che hanno visto morire i figli, i parenti, gli amici. Persone costrette alla fame e all’assenza dell’indispensabile. Persone come me, come te, come noi.
Porre l’attenzione sui terroristi, sui jihadisti ci rassicura. I balordi, i mostri non sono in noi, sono fuori da noi, lontano da noi. Da noi una cosa così non può succedere! In Europa una guerra civile non può scoppiare!
Eppure il terrorismo in Italia l’abbiamo conosciuto. Negli anni settanta del secolo scorso. E se non degenerò in guerra civile fu grazie alla presenza di due grandi organizzazioni di massa, il PCI e la CGIL, e ai loro grandi, saggi e lungimiranti dirigenti e in particolare a Enrico Berlinguer e a Luciano Lama che non diedero spazio alcuno né giustificazione alcuna alle imprese dei terroristi. Non solo ma difronte alle tante stragi, a partire da quella di Milano Piazza Fontana il 12 dicembre 1969 per finire a quella di Bologna stazione ferroviaria il 2 agosto 1980, la risposta del PCI e della CGIL fu sempre e soltanto di mobilitazione democratica di massa lontana e totalmente estranea a qualsiasi idea di risposta di forza e armata.
La possibilità che quello che sta succedendo in Siria, in Libia, nello Yemen, succeda anche in Europa esiste. Se qualcuno innesca una miccia, una miccia qualsiasi tra le tante in circolazione: europei contro immigrati; cristiani contro musulmani; poveri europei contro poveri stranieri. E se qualcuno finanzia e foraggia dei balordi e si comincia a sparare e magari a bombardare come reagiremo noi, persone semplici, deboli e pacifici? Noi deboli, ancora più deboli in quanto privi di una qualsiasi organizzazione di massa capace di elaborare e dare risposte chiare e forti, come reagiremo di fronte al crollo della nostra casa e all’assassinio delle persone care? In Siria in tanti, fino a prima falegnami, impiegati, professori. . . si sono messi a sparare. Da "La guerra dentro" della giornalista Francesca Borri edito da Bompiani, riporto questi tre casi.img
Iyad ha trentadue anni e un’aria fragile, fa il falegname. È morto il fratello, è morto il padre, è morto il suo migliore amico, sono morti tutti, è morta sua figlia: due anni. Nel cellulare la foto del cadavere nel sangue, e adesso fa il cecchino, semplicemente questo, due ore al giorno, ogni giorno, dietro uno scudo di sacchi di sabbia.
Guevara. Arriva al mattino, il velo e un filo di mascara, e parcheggia davanti al portone come andasse in ufficio. Ma è l’unica cosa che è rimasta, della sua vecchia vita: perché quello non è l’ingresso del liceo in cui insegna inglese, ma della sua postazione di cecchina, esattamente sulla linea del fronte. Ha trentasei anni e da sei mesi un nuovo nome: Guevara. I suoi due figli, Wael e Mira, sono morti in un bombardamento aereo – avevano dieci e sette anni – e lei si è arruolata nell’Esercito Libero.
Suad e Adlalh Ziady. Suad ha quindici giorni e gli occhi già rossi e sgualciti, è nata qui, in una tomba, in un’alba di missili. La sua famiglia, come tante altre, vive in una tomba perché ancora non hanno bombardato i cimiteri. Sua madre si chiama Adlalh Ziady, ha diciannove anni, la pelle gialla, mi fissa in silenzio.
A scuola, studiando la storia, si esaminano i motivi politici, economici, sociali del perché delle guerre. I potenti della terra si incontrano e decidono di fare le guerre e hanno i loro motivi. Io mi domando e domando: può esistere un motivo così importante, così grande, così generale per cui si giustifica che una bambina debba nascere in una tomba? che un padre e una madre debbano vedere i loro figli assassinati e, a loro volta, diventare assassini?
Concordo con Papa Francesco quando dice che in queste guerre la religione non c’entra per nulla ma sono fatte per produrre e vendere armi; sono fatte dai potenti del mondo per i loro sporchi e sanguinosi affari.
Nella commedia Lisistrata sono le donne a porre la questione: basta con le guerre; basta con le sofferenze. Io mi auguro, spero, sogno che tale questione sia, prima o poi, meglio prima che poi, posta da noi tutti, uomini e donne, da noi deboli che dalla guerra non speriamo alcun guadagno e che dalla guerra non possiamo aspettarci altro che brutalità, atrocità, sofferenze e morte.
Concludo ricordando le parole del grande poeta Ignazio Buttitta: "Chi mi assolve? Chi ti assolse? La storia no se possiamo fare la guerra pace, il pianto gioia, la schiavitù libertà, l’odio amore e non lo facciamo!