Per te sorridono le distese marine

Come i primi poeti hanno pensato Venere (e l'amore)

di Ester Procopio

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La dea Venere, in quanto divinità della bellezza e dell'amore passionale, è stata decantata dai poeti in varie composizioni, alcune delle quali costituiscono ancora oggi i caposaldi della nostra cultura letteraria.
Il più celebre e antico inno a Venere è di Lucrezio. È infatti con l'invocazione alla dea, virtuale custode del canto poetico e sua radice, che il "De rerum natura" si dispiega in esordio (vv. 1-49):

Madre degli Enèadi, piacere degli uomini (hominum voluptas) e degli dèi,
Venere vivificante (alma), che sotto le mobili costellazioni celesti
ravvivi il mare portatore di navi, la terra che reca le messi,
poiché grazie a te ogni genere di esseri animati
è concepito e vede, nato, la luce del sole:
te, dea, te fuggono i venti, te ed il tuo arrivo
le nuvole del cielo, per te la terra industriosa
fa crescere i fiori soavi, per te sorridono le distese marine,
e, rasserenato, brilla di una luce diffusa il cielo.
Infatti, non appena la bellezza primaverile del giorno si svela,
ed il soffio del favonio vivificatore, dischiuso, prende forza,
per prima cosa gli uccelli del cielo annunciano te
e il tuo arrivo, o dea, colpiti in cuore dalla tua potenza.

Venere è definita da Lucrezio alma (vivificante): con tale aggettivo il poeta vuole alludere al potere animistico e fecondatore della dea, grazie alla quale «ogni genere di esseri animati è concepito e vede (...) la luce del sole» e sotto il cui controllo ricadono le distese marine e la terra. Venere non è propriamente la creatrice del mondo (ruolo che nelle antiche cosmogonie viene sempre assegnato a una divinità maschile), ma ne è il principio vivificatore, senza il quale non sarebbe possibile la vita che «manda avanti se stessa» (uso le parole del teologo Mancuso): infatti la natura è «attraversata da un'energia vitale che vuole se stessa e che, volendo se stessa, è sempre tesa a emanarsi, effondersi, espandersi, incrementarsi» (V. Mancuso, Il principio passione, Garzanti, p. 78).
Prima di essere associata alla greca Afrodite, Venere rappresentava nella religione romana la Madre-Natura, incarnava cioè l'energia vitale, la fonte del «soffio del favorio vivificatore» che perpetua e la vita custodisce: Lucrezio, in quanto seguace di Epicuro, non può che avviare il proprio poema sulla Natura sotto il segno di questa visione cosmologica che non assegna ruolo primario agli dei (completamente staccati dal mondo degli uomini, caratterizzati da una beata indifferenza) ma alla madre della Natura e della vita, «piacere degli uomini».

Con l'avvento del cristianesimo i valori pagani non possono essere accettati e gli antichi dèi sopravvivono in letteratura ma solo grazie a una prospettiva sincretica (convivono cioè con la concezione del dio monoteista come fantocci mitologici e allegorici - incarnano virtù, difetti, inclinazioni - svuotati del tutto dell'originario senso religioso); tale è anche l'approccio di Dante Alighieri.
I romani avevano associato la dea Venere a quel particolare pianeta luminoso (erroneamente ritenuto una stella) - luminoso in quanto avvolto da uno spesso strato di nubi riflettenti - che orbita tra la Terra e il Sole ed è visibile solamente prima dell'alba a est  (assumendo il nome di Lucifero o, dal Medioevo, Diana) oppure poco dopo il tramonto a ovest (assumendo il nome di Vespero); sin dall'antichità, attraverso la mediazione platonica e aristotelica, si riteneva che ogni astro esercitasse un proprio e decisivo influsso sugli uomini: il Medioevo conserva questa impostazione anche se rinnovandola in senso cristiano e cercando di privarla del determinismo originario (cercando cioè di salvare il concetto di libero arbitrio rispetto agli influssi celesti; la questione è dibattuta, tra l'altro, nel IV canto del Purgatorio).
Dante precisa all'inizio di Paradiso, VIII la distanza tra il sistema cosmologico pagano e cristiano (vv. 1-12):

Solea creder lo mondo in suo periclo
 che la bella Ciprigna il folle amore
 raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
per che non pur a lei faceano onore
 di sacrificio e di votivo grido
 le genti antiche ne l’antico errore;
ma Dïone onoravano e Cupido,
 quella per madre sua, questo per figlio,
 e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;
e da costei ond’ io principio piglio
 pigliavano il vocabol de la stella
 che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio

I canti VIII e IX del Paradiso costituiscono il cosiddetto "ciclo di Venere": Dante è asceso ai cieli dalla sommità del Purgatorio grazie all'aiuto di Beatrice e all'inizio dell'VIII canto si trova nel terzo cerchio, quello che ospita Venere e le anime amanti (incontrerà nell'ordine Carlo Martello, Cunizza da Romano e Folchetto da Marsiglia); egli tiene a ribadire qui l'antico errore delle genti antiche, ossia ritenere che Venere (chiamata Ciprigna dall'isola di Cipro, dove nacque) «il folle amore / raggiasse», l'amore passionale, e non l'amore puro che avvicina a Dio, come invece è nel nuovo sistema.

Il poeta Petrarca, iniziatore della lirica moderna e definito pre-umanista, si disinteressa delle questioni teologiche nè costruisce un poema narrativo che dia loro spazio e sistemazione coerente - come la Commedia -, mirando piuttosto al recupero della classicità, depurata dai sincretismi medievali. Nel Canzoniere, così come nelle altre sue opere, Venere non ha molto spazio: essa trova incarnazione nella donna amata, Laura, a metà strada tra una divinità pagana (con caratteristiche e di Venere e di Diana) e la Madonna cristiana, dal momento che incarna sia i valori di bellezza e amore che di purezza e castità; è sufficiente un suo sguardo per far innamorare il poeta, ma lei è immune dall'amore e in grado di resistergli.
Dagli stilnovisti - differenti da Petrarca, ma di cui egli è pur sempre debitore - in poi, la Venere pagana non manca di avere una grande influenza in letteratura, attraverso il risalto attribuito ai poeti a una sorta di suo corrispettivo terreno e cristiano, la donna-angelicata.
Parallelamente acquisisce terreno e si impone il mito del figlio di lei, Cupido, il dispettoso artefice degli innamoramenti, con tutti i loro squilibri.
Non è Venere, ma Cupido il protagonista del primo trionfo petrarchesco, il Triumphus Cupidinis appunto; il poeta si trova a Valchiusa in ritiro spirituale, sopraffatto dalle pene d'amore, e quando si addormenta gli appare la visione di Cupido in trionfo, come un generale vittorioso romano, ai suoi piedi le povere anime degli innamorati, sconfitte (Triumphi, TCI, vv. 11-15 e 22-30):

vinto dal sonno, vidi una gran luce,
e dentro, assai dolor con breve gioco,
vidi un vittorïoso e sommo duce
pur com’un di color che ’n Campidoglio
triunfal carro a gran gloria conduce.
(...)
quattro destrier vie più che neve bianchi;
sovr’un carro di foco un garzon crudo
con arco in man e con saette a’ fianchi;
nulla temea, però non maglia o scudo,
ma sugli omeri avea sol due grand’ali
di color mille, tutto l’altro ignudo;
d’intorno innumerabili mortali,
parte presi in battaglia e parte occisi,
parte feriti di pungenti strali.

Cupido riveste una tale importanza nel poema allegorico petrarchesco che cessa di far parte del corteo di Venere (come da tradizione pagana, insieme alle Ore e alle Grazie), diviene figura autonoma e, addirittura, è il «vittorioso e sommo duce» di un corteo, quello degli innamorati, di cui la stessa madre Venere fa parte, vittima dell'amore per Marte (come si legge al v. 151).
Se ciò avviene è perchè Petrarca, più che mettere in scena una divinità "in carne e ossa", prende la divinità a pretesto per dare vita al concetto astrattissimo dell'amore. La dea Venere è ben lontana dal rappresentare e dominare l'amore: l'Amore come concetto si eleva sopra tutto, soggiace tutti, gli uomini come gli déi.

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Immagine: La nascita di Venere, Odilon Redon