C’era una volta

Una favola che verrà raccontata da un nonno alla sua nipotina, nell'anno 3016

di Carlo Poerio

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C'era una volta un paese... era autunno ed uno strano fenomeno, chiamata spread, si abbatté sul paese, già da alcuni anni sofferente e nel quale la povertà si stava diffondendo sempre più. Era governato da Papi I, Gran Cavaliere di Corte e capo di una formazione chiamata "Forza Paese", un individuo dalle strane e oscure amicizie che godeva, tuttavia, di grande stima tra sudditi e cortigiani. L'anomalia spread, proveniente da alcuni misteriosi pianeti, alcuni chiamati agenzie di rating ed altri borse finanziarie, aveva già messo a dura prova la resistenza dei sudditi nel corso di tutto quell'anno. Quell'autunno, però, fu talmente violenta che gli stessi cominciarono a protestare contro Papi I colpevole, secondo loro, di non averli protetti. In verità, nei precedenti 20 anni e con la scusa di governare il paese, Papi I aveva pensato solamente agli affari suoi, per nulla leciti peraltro, disinteressandosi ai problemi dei sudditi e del paese intero. I sudditi, tuttavia, non se n’erano mai resi conto, anzi lo avevano sempre venerato come un dio e ancor più invidiato, per certi suoi particolari vizietti! Di tutto questo protestare ne approfittò l'anziano monarca, Re Giorgio I, il quale tanto disse, tanto fece e tanto manovrò che alla fine Papi I dovette dimettersi. Uscì dal palazzo della Corte tra lo scherno ed i fischi dei sudditi. Volò anche qualche monetina, le poche rimaste nelle tasche dei sudditi! Al suo posto il monarca mise uno strano individuo: Mario il Glaciale. Questi, una volta accettata la poltrona di governatore, si circondò di suoi simili, ritenuti particolarmente capaci. Tuttavia si racconta che quasi tutti provenissero proprio da quei pianeti da cui partivano i fenomeni che stavano scuotendo il paese. Erano di una specie vivente particolare, definita tecnocrati. Per contrastare le anomalie negative che si stavano accanendo sempre più sul paese, i tecnocrati pensarono bene di ricorrere ad un sistema chiamato macelleria sociale. A quei tempi era particolarmente apprezzata ed il suo uso raccomandato da altri misteriosi e temibili individui, a volte chiamati massoni ed altre volte lobbisti, i quali condizionavano l'attività di chi governava il paese. Prima, però, Mario il Glaciale cercò di convincere i sudditi che quelli che fin dall'antichità erano stati considerati diritti inviolabili degli uomini, nell'era moderna si erano trasformati in privilegi, non più tollerabili. Il diritto al lavoro era da considerare un privilegio, così quello allo studio, all'assistenza sanitaria, ad un salario giusto, alla casa e perfino ad un futuro dignitoso. I tecnocrati, al fine di sconfiggere lo spread, abolirono gran parte dei diritti ed i sudditi, inspiegabilmente, non protestarono. C'è chi disse che furono vittime di un malefico sortilegio, provocato dalle lacrime versate da uno dei tecnocrati, assalito dal rimorso, sembra, per quanto avevano deciso durante la macelleria sociale. Altri, invece, affermarono che i sudditi fossero così mansueti già da lungo tempo, vittime inconsapevoli di un sortilegio altrettanto maligno chiamato televisione, il quale condizionava i pensieri e la volontà degli stessi. In verità, in passato c'era stato qualche profeta che aveva messo in guardia i sudditi dal pericolo televisione, in particolare quelli che si fregiavano dell’appellativo di proletari e sottoproletari. Uno di questi, chiamato Pasolini, aveva definito la televisione [...] non soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi ma un centro elaboratore di messaggi... luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare... attraverso lo spirito della televisione si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere [...], aggiungendo anche che [...] per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l'intero paese... ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza [...] [1].
Rimase, purtroppo, inascoltato. Come fu e come non fu, i sudditi continuarono ad ignorare quanto accadeva ed i tecnocrati raggiusero l'obiettivo di eliminare gran parte dei diritti degli stessi. Mario il Glaciale promise ai sudditi che avrebbero ben presto scordato le sofferenze provocate dall'anomalia e avrebbero vissuto un futuro di prosperità e benessere. La sua missione era conclusa. Prima, però, si dovette eleggere un nuovo monarca che avrebbe sostituito Re Giorgio I, ormai molto anziano. I cortigiani, dopo lunga discussione e qualche immancabile contrasto, elessero Giorgio II. In pratica era sempre Giorgio I, eletto Re per la seconda volta! Re Giorgio II salutò Mario il Glaciale, non senza elogiare e ringraziare lo stesso per quanto aveva fatto per il bene dei sudditi. Iniziava una nuova vita per l'intero paese. Il Re avvertì i sudditi che avrebbero dovuto scegliere i nuovi cortigiani, coloro che avrebbero rappresentato gli stessi presso la Corte. Dovettero votare, tuttavia, con un sistema che i Vecchi Saggi di Corte avevano definito illegittimo già da lungo tempo e che, in volgare, era stato chiamato Porcellum. In sostanza i sudditi dovettero eleggere i loro rappresentanti presso la Corte, tra i cortigiani nominati allo scopo dai capi delle formazioni a cui, gli stessi, appartenevano. Venivano chiamati, non a caso, nominati. Vinse Potere Democratico, una formazione che si ispirava a nobili ideali come "togliere ai ricchi per dare ai poveri", a differenza di quelli di Forza Paese che pensavano fosse meglio togliere il più possibile ai poveri, per far ingrassare i ricchi. Potere Democratico promise di governare senza scendere a patti con quel birbante di Papi I. Però il governatore prescelto, Pier Luigi il Mite, per poter governare tranquillamente il paese dovette guadagnarsi la fiducia di una nuova formazione che aveva avuto gran successo tra i sudditi, raccogliendo il malcontento degli stessi: Galassia 5 Stelle. Fu uno dei momenti più penosi, umilianti, discussi e controversi della storia del paese, naturalmente dopo quelli vissuti con Papi I. Pier Luigi fallì perché quelli della Galassia 5 Stelle, in diretta planetaria, allora chiamata streaming, si rifiutarono di sostenerlo. Re Giorgio II, senza indugio alcuno, nominò un nuovo candidato alla carica di governatore, sempre scelto all’interno di Potere Democratico: Enrico l'Ingenuo. Questi, esortato da Re Giorgio II e grazie ad alcune mediazioni familiari, in barba a quanto promesso ai sudditi si mise d'accordo con Papi I per governare il paese. Quest'ultimo, si vocifera che fu ben felice di fornire sostegno ad Enrico l'Ingenuo, solo per poter continuare a preservare ed aumentare le sue ricchezze e schivare alcuni problemi con la giustizia che da tempo lo assillavano. Passò quasi un anno, gli strani fenomeni non si erano più manifestati ma nonostante le promesse di Mario il Glaciale e gli sforzi di Enrico l’Ingenuo, i sudditi continuavano ad essere sempre più poveri ed il paese sempre più sofferente. imgNel frattempo, all'interno di Potere Democratico stava facendo carriera un giovane aspirante cortigiano: Matteo il Rottamatore. Il quale, un giorno, ricorrendo ad un sortilegio chiamato "Enrico stai sereno" ed al sostegno di Re Giorgio II, si impadronì della poltrona di governatore su cui sedeva Enrico l'Ingenuo, cacciandolo dal palazzo. Iniziò a governare il paese, diffondendo entusiasmo ed ottimismo tra i sudditi e gridando ai quattro venti “con me il paese galoppa, miei cari sudditi”. Un piccolo gruppo di cortigiani appartenenti a Potere Democratico, però, si rifiutò di lavorare con Matteo il Rottamatore il quale, infastidito e piuttosto contrariato, li condannò a far parte di una nuova formazione chiamata Gufi e Professoroni. Per nulla intimoriti, i Gufi e Professoroni lo accusarono per lungo tempo di essere un'arrogante, presuntuoso e meschino governante, un pericolo per l’intero paese. Matteo il Rottamatore, nonostante le critiche, tirò dritto per la sua strada e per alleviare le difficoltà in cui si dibattevano quotidianamente i poveri sudditi, tolse subito l'imposta sulla casa ai ricchi. Poi, sempre per diminuire le sofferenze dei poveri, ridusse alcune fastidiose tasse a carico dei ricchi e abolì i pochi diritti che Mario il Glaciale aveva risparmiato dalla macelleria sociale. In particolare, si preoccupò che i ricchi potessero gestire a piacimento del lavoro dei sudditi in cambio di 4 crediti, all'epoca chiamati euro. Poi si inventò un nuovo sistema per consentire ai sudditi di eleggere i propri rappresentanti presso la Corte. In pratica, copiò il sistema che i Vecchi Saggi avevano definito illegittimo ma per dimostrare ai sudditi che avevano un nuovo e magnifico diritto, lo chiamò Italicum. Convinto che un suddito ignorante, in futuro sarebbe stato un suddito felice, fece alcune modifiche al sistema scolastico dell'epoca, in modo da assicurare ignoranza perpetua a tutti i sudditi. Sempre per il loro bene deportò qualche migliaio di insegnanti: quelli che vivevano a sud li spostò a nord e quelli che vivevano a nord li trasferì a sud, separando per anni e anni mogli, mariti e figli. A tutti i sudditi, inoltre, raccomandò di fare figli, tanti figli. Infine, con il sostegno di Re Giorgio II e quello di alcuni cortigiani che avevano abbandonato Forza Paese, un manipolo di veri farabutti senza scrupolo alcuno, decise che anche la Legge fondante e fondamentale del paese andava modificata, perché vecchia e fonte di tanti problemi. Prima, però, si dovette eleggere un nuovo monarca perché Re Giorgio I e poi II era proprio tanto malandato e stanco ed era ora che lasciasse il trono ad altri. I cortigiani elessero Sergio il Silenzioso. Di lui, a parte il nome, non si hanno altre notizie. La decisione presa da Matteo il Rottamatore di cambiare la Legge, nonostante le critiche ricevute, in verità fu coraggiosa e innovativa. Aveva deciso di sconfiggere la povertà per sempre e nessuno, prima di lui, aveva pensato di aiutare i poveri cambiando una quarantina di articoli di quella che era la Legge più importante del paese. Matteo il Rottamatore affermò che la sua riforma avrebbe consentito di risparmiare, ogni anno, 500 milioni di euro in spese per la Corte, corrispondenti agli attuali 500 milioni di crediti. Qualche Saggio ed i soliti Gufi e Professoroni, tuttavia, affermarono che i risparmi sarebbero stati molto ma molto più contenuti, mentre i pericoli derivanti da una modifica della Legge sarebbero stati molti e ben più gravi di quattro spiccioli non risparmiati. Matteo il Rottamatore promise che i 500 milioni di risparmi li avrebbe destinati ai 4 milioni e mezzo di poveri che in quel momento vivevano nel paese di stenti, tanti stenti. Se la riforma fosse stata accettata dai sudditi e dai cortigiani, perché alcuni non erano d'accordo, quei poveri si sarebbero messi in tasca la bella somma di 111 euro l'anno, ben 30 centesimi di euro al giorno. Una vera manna piovuta dal cielo che avrebbe cambiato radicalmente la loro vita. Nonostante le buone intenzioni, la riforma di Matteo il Rottamatore non ottenne il voto favorevole dei due terzi dei cortigiani. Per giunta, si dovette ricorrere al voto dei sudditi, allora chiamato referendum, un privilegio non ancora abolito. Allora Matteo il Rottamatore ed i suoi cortigiani iniziarono ad andare di casa in casa per l’intero paese, raccontando le belle cose che i sudditi avrebbero ottenuto con la riforma della Legge. Inoltre, per ingraziarsi il favore dei sudditi, usò ancora una volta il sortilegio della televisione. Ne fece una tutta per se. Questa, per tutto il giorno e per mesi interi, raccontò le tante cose meravigliose che si sarebbero avverate nel paese con la nuova Legge, impedendo a Gufi e Professoroni ed a chiunque fosse contrario a quelle modifiche, di far conoscere ai sudditi il loro parere. Infine, i sudditi andarono a votare. (continua)

Con tutti i suoi limiti, per ragioni riconducibili a chi l’ha scritta, quella proposta è una storia di fantasia, anche se potrebbe sembrare realmente accaduta e relativa agli ultimi decenni di un paese e di un popolo che esistono nella realtà. È una fiaba che tra 1000 anni un nonno racconterà ai suoi nipotini, in un mondo lontano, molto lontano e diverso da quello in cui attualmente viviamo. È un mondo che con i nostri comportamenti e con le nostre scelte, tuttavia, stiamo già costruendo, anche se molti sembrano ignorarlo. È un mondo che non vedremo ma che altri vivranno. Sul come finisce questa storia, ci sto lavorando.

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[1] Pasolini, Contro la televisione - Corriere della Sera - 9 dicembre 1973