L'agnella

Narrazioni

di Nick Neim

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Oggi no. Oggi non ho voglia di scrivere, di raccontare questa storia. Stamane una pigrizia della mente mi tiene bloccato, incapace di parlare del giovane Paolo e del suo dolore quando gli fu tolta Ciuffo e tutto fu finito. L’angoscia non lascia posto alla vita, vincendola e opprimendola. È per questo che non me la sento di raccontare la storia del ragazzo.
Dovrei dire dell’afflizione che l’assalì nel giorno che vennero a prelevare l’agnella per portarla via. Un rumore di motore – prima cupo in lontananza, poi scoperto e villano, vicino alla casa fino ai piedi del fabbricato – disse a tutti che il furgone era arrivato. Erano venuti due uomini per portare via Ciuffo; Paolo sperava che non venissero, pregava – non so bene neanch’io chi – che suo padre si dimenticasse, tralasciasse, desse tempo. Il giorno prima l’aveva sentito dire alla moglie: “è necessario, è per il suo bene.” E poi anche lo psicologo era stato categorico: “dovete separarli, lo so che sarà difficile, ma dovete farlo per il suo bene.” Così, adesso, queste due persone – l’uno basso e tarchiato, l’altro alto e filiforme – entreranno in casa e troveranno l’agnella chiusa nella cantina; sta lì da due giorni, prigioniera. È proprio là che si stanno dirigendo. Non bela più come il primo giorno, non chiama più. Penso che non potrà più correre sul prato, non potrà bagnarsi due volte al giorno sotto gli spruzzatori degli innaffiatoi, non potrà brucare l’erba fresca di pioggia spruzzata e tenera di germoglio. Non me la sento di parlare di quando andavano correndo nel prato a inseguirsi, a stendersi all’ombra del leccio dietro il muretto e riposare nel tepore di maggio. Non serve a niente, fa solo male. Gli fu regalata a Natale, gliela portò il padre in una cesta di verghe e canne, tremante, bianca come una nuvola senz’acqua, di pochi giorni, d’allattare. La chiamò Ciuffo. La svezzò. La prendeva in braccio – lei all’inizio tentava di sgusciare – per darle il biberon di latte di pecora; imparò presto e poi fu lei a cercarlo per avere il latte: solamente da Paolo lo prendeva. Aveva tredici anni. Avrebbe voluto un cavallo; nella villa non avevano stalle per i cavalli; gli fu concesso un agnello: fu femmina, un’agnella. Il prato di quasi due ettari, che scende dalla strada giù fino al torrente, e una piccola tettoia a ridosso della rimessa per le macchine, furono adatti per quel piccolo animale. “E poi di sicuro si stancherà presto, com’è suo solito.” Disse suo padre alla moglie che non avrebbe voluto nemmeno quel piccolo pugno di lana, tutto ossa, sbilenco, insicuro nel passo, accucciato spesso nel cesto a dormire; lei storse la bocca e andò via. Del resto c’è tanto spazio in questa casa, basta impedirle di venire dove sto io, avrà pensato. Gli consegnarono l’agnella. Furono felici in due. Non ho voglia di descrivere come Ciuffo era bianca di lanetta e linda. Nei primi giorni spandeva un odore acre, anche se ancora tenero e frammisto a latte e timidi belati. Imparò subito a farsi lavare ogni giorno, a volte anche due; apprese a non sporcare il pavimento quando la portava dentro nel salone e su per le scale fino alla sua stanza. Annusava in giro, curiosava e poi si metteva comoda sul letto ad aspettare che Paolo finisse quello che doveva fare. A volte si annoiava e allora allungava il muso e lo spingeva sul braccio, sul fianco, sulle costole; scendeva dal letto e gli leccava le mani, le gambe; lo annusava tutto. Per dormire non ci fu modo di convincere il padre. “Nella piccola tettoia starà comodissima.” Deciso e inflessibile. Già a febbraio era cresciuta. Non era più una piccola massa informe e instabile di lana bianca, s’era formata una guizzante agnella piena di forza e candida come zucchero filato. A marzo aveva già perso l’innocenza dei poppanti per assumere l’aria e l’andatura di una bestia – non trovo un termine diverso per indicarla – adulta. Tutti i giorni, alle cinque del pomeriggio, entravano nella cantina, dove suo padre aveva fatto sistemare una vasca e uno scaldabagno; prima la spruzzava con la doccia, la bagnava tutta e poi la insaponava sfregando con le mani, col sapone e una spugna aspra di mare. La pelliccia lanosa non faceva molto schiuma, bisognava strofinare molto e a lungo per ottenere una saponata abbondante raschiando e frizionando in tutto il corpo. Scoprì così che sotto, sul ventre, non aveva lana ma lanuggine morbida, che la coda si sporcava facilmente, che alla giugulare le stavano crescendo due piccoli pendenti carnosi, che non aveva mammelle ma soltanto due piccoli capezzoli che lentamente andavano sviluppandosi, che gli zoccoli al di sotto erano morbidi come gomma da cancellare, che in cima al capo stavano spuntando due bozzi rigonfi, che i suoi escrementi erano palline nere aggrumate, che orinava dal sesso e che quello bisognava lavarlo almeno due volte al giorno.
Ma io non voglio parlare di questo, non posso dire di come la lavava e la strigliava in tutto il corpo: era lei che lo cercava ormai, spingendolo col suo muso da giovane pecora.
Fine di aprile, l’aria andava riscaldandosi, correndo se ne avvertiva la calura sul viso o sulle membra, sotto i vestiti. Come al solito avevano corso sul prato e Ciuffo era più irrequieta del solito: saltava verso l’alto a piedi pari, si rivoltolava sull’erba, si strofinava al ragazzo. Alle cinque Paolo riempì la vecchia vasca di ghisa con acqua appena tiepida, calda non andava bene. Ciuffo saltò dentro schizzando attorno. Iniziò a bagnarla e poi a insaponarla; strigliava e ripassava con le mani e la spugna quel corpo d’agnella ormai tondo e pieno. Quella, allora, senza che l’avesse mai fatto prima, iniziò a belare sommessamente, allungò il collo in avanti, emise un rumore sommesso e profondo e confuso e profondo di gola. D’improvviso, una curiosa e strana e oscura voglia di lei prese Paolo; lasciò la spugna, entrò nella vasca, s’inginocchiò e si congiunse con quell’essere lanoso che girò la testa e lo guardò con occhi d’acqua e di cielo e di nuvole. Il giorno dopo pensò che forse era meglio non essere lui a fare il bagno a Ciuffo, incaricò Giuseppe il giardiniere. Paolo guardava dalla finestra e vide che l’agnella non voleva entrare nella cantina; non si fece avvicinare da quell’uomo lento e pacifico che, dopo un paio di rincorrimenti, rientrò in casa; per quella sera l’agnella rimase senza bagno. Il giorno dopo puzzava già e in casa qualcuno si lamentò. “Qualcuno faccia il bagno a quella pecora” strillò da lontano la moglie di suo padre. Andò in cantina e preparò la vasca, l’agnella saltò dentro; lui la bagnò, la strofinò e quella prese di nuovo a belare sommessamente, a masticare a vuoto, a gorgogliare di gola; le fece il bagno e alla fine entrò nella vasca; così tutti i giorni che seguirono e mai gli riuscì di evitare di unirsi con lei. Trascorsero un paio di settimane; qualcuno parlò con suo padre che un pomeriggio venne e lo trovò nella vasca con l’agnella. Non disse niente, gli proibì semplicemente di badare alla pecora, così la chiamò; l’affidò a Giuseppe e, un paio di giorni dopo, lo portò dallo psicologo. Costui gli parlò a lungo; voleva sapere perché e cosa lo avesse spinto. “L’amo.” Gli rispose. Oggi sono venuti a prendere Ciuffo. Paolo guarda dalla finestra come quegli uomini hanno rinchiuso la sua agnella in una specie di gabbia per impedirle di scappare. Nel momento in cui hanno aperto il portellone posteriore, lei belò come cercasse il suo aiuto, ma lui se ne stette dietro i vetri alla finestra.
Amico mio, non ho voglia di raccontare questa storia, non saprei quali parole usare e come parlare del giovane Paolo e di ciò che lo spinse e di ciò che perse e di ciò che trovò e di ciò che provò. Siccome però, aspetti qualcosa da parte mia, te la mando così, come potrebbe fare uno strambo boscaiolo che, a veloci e incerti colpi d’ascia e di scure, abbozza su un tronco una figura lasciandola alla fine così, imperfetta e latente, alla fantasia di chi guarda.