Venere o Afrodite

Pulizia e romanticismo versus carnalità e purulenze di stampo medievale

di Saro Distefano

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Chissà chi, chissà quando ha cominciato a fare la distinzione, fonetica e concettuale. Ma è certo che oggi (e già da secoli) a dire “Afrodite” si pensa all’amore, più o meno carnale, e certamente all’afrodisiaco che comunque, per quanto serva (o si suppone serva) a migliorare le prestazioni, trattiene una aurea di romantico, di sentimentale, di Liala, di bello e delicato. Tanto quanto a dire “Venere” si pensa subito a “venereo” è immediatamente (e giustamente) associato alla lunga lista di malattie connesse alla sfera dell’attività sessuale. Pulizia e romanticismo versus carnalità e purulenze di stampo medievale. Eppure si tratta di due distinti nomi per indicare però la stessa “persona”.
Non credo sia estraneo, ma tenendo sempre bene in mente l’incipit, ovvero che non si hanno almeno ad ora elementi che ci permettano di risalire alla fonte, il fatto che Afrodite sia la versione greca e Venere la versione romana della stessa divinità. Dea dell’amore per i greci quell’Afrodite bella e seducente, dea dell’amore per i romani quella Venere bella e sensuale.
I primi sono però i cultori della prima civiltà che per comodità definiamo occidentale, e dalla quale deriva tutto il resto, compresa quella civiltà romana che dalla greca ha preso tanto, ma non tutto. Insomma, nel mentre i greci sono – almeno nell’immaginario collettivo (ma anche nei saggi di tantissimi storici) – raffinati cultori della filosofia e dell’amore piacevole (declinato in tutte le maniere), gli altri, quelli arrivati dopo, una sorta di parvenue paragonabili, per certi versi, agli americani di oggi, sono rozzi e capaci solo di copiare. Ma capaci di copire le statue, le vesti, financo i cibi, ma non certo l’animus, lo stile di vita, la concezione stessa dell’uomo.
Afrodite è Amore, Venere è amore. E noi? Qui s’intende noi siciliani? Noi siamo figli di Roma? Certamente, tanto quanto siamo figli di Atene? Siamo romani nella rozzezza e nella violenza della supponenza e della prevaricazione, siamo greci nel ragionare, nel sottolineare e sottilizzare. Siamo fedeli all’amore carnale, sozzo, pornografico, siamo altrettanto bravi, forse i migliori, a fare dell’amore l’oggetto dell’amore, del corteggiamento, anche solo del guardare in una certa maniera, unica al mondo. Uno sguardo che arriva al cuore, tramite la cornea, di chiunque se ne trovi nella traiettoria. Sguardo che fissa e blocca, sconvolge e affascina, everywhere. Che se poi consumato in una stradina basolata all’ombra di un meriggio settembrino, laddove greci e romani, bizantini e arabi, normanni e svevi, angioini (si, pure loro, purtroppo) e catalani, castigliani e tedeschi, inglesi e americani hanno messo piede, allora Venere diventa Afrodite e Afrodite diventa Venere.