Quanno va fori Fiume

di Maria Cristina Vecchiarelli

Il Tevere e la Cloaca Massima, la "macchina dell'acqua" di Roma

Roma, si sa, è fondata sui sette colli. Ma non solo: anche sull'acqua.
È impensabile tralasciare questo elemento tra le cause della sua irresistibile espansione. O meglio,"sulle" acque: perché il circuito formato da due corsi, uno naturale, l'altro artificiale, in azione congiunta e contrapposta, fu uno dei pilastri su cui la futura "caput mundi" costruì il suo ruolo di dominatrice del mondo antico.
Se il primo dei due è ovviamente il portato d'acqua limpida e copiosa del Tevere, il fiume con cui è in simbiosi fin dalla sua nascita, l'altro è quello putrido e fetido della Cloaca Massima, ciclopica opera idraulica progettata nel VII secolo a.C. dall'ultimo re Tarquinio, gravida d'acqua pluviale e alluvionale drenata e irregimentata nel grande collettore a cielo aperto; acqua che poi, in epoca imperiale - ricoperta la Cloaca per esser usata, da quel momento in poi, anche come scarico principale dei rifiuti organici - fu commista alla vera e propria acqua di fogna.
Questo moto perpetuo e parallelo dalla periferia al centro e viceversa, questo ciclo chiuso e continuo dei due flussi, fece da apparato circolatorio all'imponente organismo di una metropoli di un milione e mezzo di abitanti, assicurandole sussistenza e salubrità grazie al selvaggio e libero corso del fiume in funzione di arteria di trasporto di ogni approvvigionamento verso il suo cuore e a quello della monumentale tecnica della chiavica come vena, per il cui tramite i liquami e ogni altro residuo biologico venivano espulsi dal suo corpo e, viaggiando all'inverso, andavano a riversarsi nel fiume stesso.
La superiorità vincente della civiltà romana si basa su uno straordinario combinato disposto di fortuna e ingegnosità. Non ci sarebbe stata Roma, in mancanza dell'una o dell'altra. Un gruppo di pastori profittò delle condizioni favorevoli di una terra fertile, dal clima mite, limitrofa a un grande corso d'acqua, per insediarvisi, analogamente a quanto fecero molte altre comunità in molte altre parti della terra. Ma a quella opportunità di partenza quegli uomini seppero poi coniugare la pragmatica intuizione, estremamente innovativa per i loro tempi, in merito alla fondamentale importanza dell'igiene e della pulizia negli agglomerati urbani, e la loro eccezionale determinazione e abilità nel concretizzarla, architettando oltre duemilacinquecento anni or sono un canale di riflusso dei rifiuti per la loro fuoriuscita dal centro abitato. Oltre che alla formazione del diritto, all'arte della guerra e all'invenzione dell'arco a tutto sesto, la romanità deve insomma la sua fama insigne anche alle fogne: ossia, alla peculiare e impressionante capacità di ideazione di un sistema di scarico che è giunto fino ai nostri giorni ancora per larga parte perfettamente funzionante.
Di acqua, a Roma, ce n'è stata da sempre in abbondanza, persino in eccedenza. I primi insediamenti abitativi si situarono sulla collina del Palatino per motivi non solo difensivi, ma anche pratici. La sottostante pianura del Velabro era una zona paludosa, percorsa da canali e "marrane", costantemente soggetta alle esondazioni del Tevere, ricca di fossi e di falde sotterranee, e di suolo fragile e poroso che si imbeveva sommergendosi ad ogni pioggia abbondante, costringendo spesso i romani ad andare, per l'uno o l'altro motivo, in giro in barca.
(Le tracce superstiti del segreto paesaggio lacustre di Roma, sepolte o emerse dagli abissi che le celavano, incrementano il già alto tasso di favolosità della città.
Sembra davvero una fiaba la vicenda del laghetto della ex fabbrica Snia Viscosa, oggi ribattezzato lago Sandro Pertini, formatosi come per incanto nel 1992 durante i lavori di scavo di un parcheggio all'interno dell'omonimo complesso tessile dismesso. Le ruspe, intercettando per errore la falda acquifera della mitologica Acqua Bullicante, aprirono il varco alla purissima sorgente minerale che zampillando dilagò nell'invaso artificiale allargato dai lavori stessi. A nulla servirono gli espedienti che la società appaltatrice mise in atto nel tentativo di scongiurare il blocco dei lavori, tra cui quello sciagurato di deviare il flusso convogliandolo nelle fognature, sortendo l'unico effetto di sovraccaricare le condotte fino a farle esplodere e determinando così l'allagamento del trafficatissimo Largo Preneste. Infine, anche grazie alle pressioni del movimento popolare sorto a difesa del lago e del suo ecosistema, dovette, almeno temporaneamente, abbandonare il cantiere, oggi presidiato da un agguerritissimo comitato di quartiere che attende senza stanchezze o cedimenti dall'amministrazione comunale la promessa riqualificazione dell'area e la sua restituzione alla fruizione della comunità cittadina, mentre lo scheletro di cemento del parcheggio, seminascosto dalla vegetazione, emerge dall'acqua come una distopica palafitta.
Nel sottosuolo dell'ospedale Forlanini, tra volte di ampiezza imponente come quelle di una cattedrale, esiste un lago formatosi a venti metri di profondità da una falda freatica affiorata negli anni trenta del secolo scorso per lo scavo delle fondamenta del presidio sanitario. Durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale quella vastità affascinante e misteriosa fu adibita a rifugio: e chissà che senso di suggestione avranno provato ogni volta i romani scendendo là sotto col cuore in gola, passando dalla concitazione drammatica e caotica delle sirene, delle grida, del rombo sinistro dei caccia, a quella dimensione di quiete irreale.
Rientra invece solo nell'aneddotica la leggenda metropolitana del laghetto scoperto nel ventre della Suburra durante le escavazioni per i lavori della prima metropolitana di Roma, l'odierna linea B: tanto la notizia tenne banco sui giornali che il giorno dell'inaugurazione, nel febbraio 1955, i cittadini si riversarono in massa nei vagoni schiacciando pieni di eccitazione il naso sui finestrini, più per ammirare chi sa che sorta di urbana caverna delle meraviglie che per tutto il resto. Subirono però la delusione di scoprire che, per quanto aguzzassero gli occhi nel buio, di acqua non si vedeva nemmeno l'ombra. Venne fuori poi che era stata un'esagerazione dei cronisti: il lago era in realtà una pozzanghera che il giorno stesso della sua formazione s'era riassorbita.)
La Cloaca Massima fu concepita proprio allo scopo di bonificare il terreno "asciugando" il Velabro Maggiore e il Velabro Minore, i due profondi e vasti acquitrini che si formavano e riformavano tra l'Aventino e il Palatino e tra il Palatino e il Capitolino. Nel III secolo a.C. fu chiusa da volte possenti di tufo giallo e marmo peperino - di diametro, nella parte terminale, di oltre cinque metri - e dopo quest'intervento adibita anche al passaggio delle acque nere provenienti dalle numerose latrine cittadine, mantenendo però l'originaria funzione di "inghiottitoio" delle acque "bianche" attraverso lo scolo degli enormi tombini effigiati come volti di divinità marine, ricchi di intarsi e scanalature in bassorilievo che oltre a comporre il disegno dei dettagli del viso avevano la funzione di convogliare ogni minima goccia dentro le fessure-bocche dei medesimi, a testimonianza dell'accuratezza quasi maniacale dei romani. (Talmente belli, questi tombini, che il più famoso campeggia appeso nel portico esterno della chiesa di Santa Maria in Cosmedin, meta di pellegrinaggi di turisti di tutto il mondo che ogni giorno si dispongono pazientemente in lunghe file per provare l'elettrizzante esperienza di infilare la mano nella sua fessura: è il mascherone della Bocca della Verità).
La sola criticità, di conseguenze non certo trascurabili, in questa sorta di macchina mirabile stava nel suo sbocco finale, quando le due acque si mescolavano. Lo sfociare dell'una nell'altra agevolava, ad ogni piena, il rigurgito delle fogne il cui contenuto andava ad inondare la città. Quando il Tevere si alzava di livello il flusso si invertiva, e l'acqua del fiume invadeva la Cloaca, spingendo i suoi liquami all'indietro, fino a farla fuoriuscire dai tombini, dagli scarichi e persino dalle latrine da cui era partita. Si provvide alla definitiva soluzione di questo problema solo nel 1870, dopo un'ennesima disastrosa inondazione, con la costruzione di due collettori posti sotto il lungotevere ad intercettare gli sbocchi delle chiaviche; ma fino a quel momento il fiume fu sempre, per Roma, la sua croce e la sua delizia: un dio imprevedibile, benefattore e distruttore, dispensatore di vita e di morte.
Non passava inverno senza che Fiume - come lo chiamano i romani - non abbandonasse il letto e andasse "fuori", allagando Roma. Lo ricordano le centinaia di targhe e lapidi disseminate sui muri della città. Le piene più disastrose sono segnate anche sulle colonne che un tempo ornavano il porto di Ripetta, oggi trasferite nel giardinetto tra Ponte Cavour e il fianco di Palazzo Borghese, e sull'idrometro oggi murato sulla chiesa di San Rocco, un tempo anch'esso posto nel porto di Ripetta. La più antica di quelle iscrizioni, risalente al 1276, in caratteri semigotici, si legge all'interno dell'Arco dei Banchi, vicino a Ponte Sant'Angelo: "HVC TIBER ACCESSIT SET TVRBI DVS HINC CITO CESSIT", seguita dalla data: "ANNO DOMINI MCCLXXVI IND. VI NOVEMBRIS DIE VI ECCLESIA VACANTE". Ma prima e dopo di quella data le cronache ci raccontano di altre piene che arrivarono a inabissare, letteralmente, l'intera città, nel 590, nel 716, 791, 856, 1300.
Il 4 dicembre 1495 Fiume traboccò con tanta veemenza che i cardinali che uscivano dal concistoro poterono a mala pena mettersi in salvo oltre ponte Sant'Angelo. Le acque rovinarono palazzi, penetrarono nelle chiese, si rovesciarono nelle vie, trasformandole in canali, come a Venezia. Molti furono gli annegati, compresa l'intera popolazione carceraria di Tor di Nona. Nel 1530 fu sommerso anche Pasquino, e la lapide che Guido de' Medici fece collocare a Castel Sant'Angelo diceva "Roma facta est tota navigabilis". Nuovo allagamento eccezionale nel 1557, con crollo della chiesa di San Bartolomeo all'isola Tiberina, ricostruita dieci anni dopo.
Il 21 febbraio 1637 il fiume, uscito di nuovo, fece segnare all'idrometro di Ripetta l'altezza di 17 metri e 55 centimetri. Il fiume, racconta Giacinto Gigli, maggiorente romano, nel suo Diario, "... arrivato per il Corso sino alla chiesa delle Convertite et a S. Silvestro in Campo Marzio, et a Ripetta sino al palazzo della famiglia de' Borghesi, et all'Orso era giunto quasi sino alla Scrofa, siccome anco haveva occupato il Ghetto più basso de' Giudei." Nuove piene il 19 marzo e il 7 dicembre 1646, quando, narra sempre il Gigli, "... arrivò sino in piazza Colonna et allagò tutta piazza Navona sino a S. Andrea della Valle, et dalle bande dove io habito nel rione della Pigna, nella strada delle botteghe oscure la chiavica dell'Olmo era già sboccata... Fu questa inondatione di grandissimo danno. Ruppe il ponte Molle, la parte che è di legno, portò via quattro mole; in una prigione, o per dir meglio, segreta di Tor di Nona, si affogorno quattro prigioni, molti si affogorno nelle proprie case per non esser fuggiti presto, altri per voler salvare la robba, et molti, che andavano in diverse barche, distribuendo il pane alli assediati, pencolando la barca si sommersero."
Nel 1805, mentre Pio VII era in Francia per incoronare Napoleone, il Tevere sommerse via Ripetta e tutti i rioni attorno. Nel 1870 la piena dilagò per tutta Roma; al Corso l'acqua arrivava a un metro, e a piazza del Popolo solo le quattro teste dei leoni delle fontane sotto l'obelisco emergevano dai flutti. Sommerse le colonne del Pantheon per tre metri, allagata Trastevere, invaso il ministero delle Poste a piazza Madama.
Ma la più catastrofica inondazione avvenne nel dicembre 1598. La ricorda la lapide della Minerva, la più alta di tutte. Dopo la caduta di piogge torrenziali, il 23 del mese il fiume cominciò a straripare in vari punti. Le acque crebbero inesorabilmente di ora in ora, con regolarità spaventosa, superando il livello di ogni inondazione precedente, fino a raggiungere ovunque il livello di dieci metri. Furono risparmiati solo i colli e le parti più alte della città: parecchie case crollarono in Borgo, all'isola Tiberina e a Ripetta, e molte altre furono irrimediabilmente devastate. Danneggiati il Ponte Sant'Angelo e il Ponte Molle (nonostante la strofa del Belli:"Una spesce llaggiù dde Ponte-mollo/è mmollo un cazzo, e cchi llo vò ccapillo/se lo vadi a ffà ddà ttra ccap'e ccollo"); abbattuti dalla furia delle acque i due archi esterni di Ponte Palatino, che da allora prese il nome di Ponte Rotto. Nove mulini che sorgevano sul Tevere furono travolti con tutti quelli che vi abitavano, e due si infransero contro Ponte Sisto. Per le vie di Roma galleggiavano balle di merci e di fieni, usci, libri, mobili, utensili. In preda al terrore la gente cercava rifugio sui tetti, a Castel Sant'Angelo e nei posti più elevati. L'inondazione era stata così fulminea da non lasciare tempo a nessuno di rifornirsi di viveri, e persino alcuni cardinali rischiarono di morire di fame. A Santa Maria dell'Anima, la chiesa nazionale tedesca, l'acqua irruppe nell'interno e, si apprende dalla relazione del provvisore della chiesa, "travolse tutte le tombe, trascinando fuori cadaveri, cenerei, marciume, frammischiandoli all'acqua dei pozzi, all'acqua potabile, alla terra, all'aria." In queste orribili condizioni i romani passarono la vigilia di Natale.
La notte di Natale Fiume, finalmente placato, cominciò a ritirarsi, lasciando ovunque un alto strato di melma, e tra i 1.400 e i 4.000 morti. Moltissimi, se si pensa che nel censimento del 1526 gli abitanti della città risultavano essere appena 55.000.
Sulla melma che ricopriva piazza di Spagna si trovò adagiato un barcone: si dice che fu questo a suggerire a Pietro Bernini, il padre di Gian Lorenzo, il modello della Fontana della Barcaccia.
Dalla costruzione dei grandi argini in pietra del 1870 il Tevere non ha più inondato Roma. Scrive il geologo Mario Tozzi nel suo libro Italia segreta che questo fiume oggi ferito, malato di inquinamento, non più "biondo" perché privato dalle cave e dalle dighe del suo carico sedimentario necessario all'alimentazione delle spiagge della sua foce (che infatti oggi soffrono di un'erosione inarrestabile), ridotto in alcuni punti fuori città a insignificante rigagnolo, "è precipitato in fondo ai suoi argini di pietra e ha perduto il suo rapporto con la città". E si interroga su quale sia il vero problema, oggi, dei corsi d'acqua nelle aree urbane: "Bastano gli argini ad impedire le alluvioni?" Domanda affatto peregrina in questo periodo di mutamenti climatici, a cui sembra dare una risposta poco rassicurante la recente catastrofica alluvione della Senna (mentre noi, per precorrere i tempi, ci facciamo crollare direttamente interi tratti di argini come il Lungarno Torrigiani a Firenze). Domanda che non riguarda la sola sorte del Tevere, ma un intero equilibrio naturale ormai sconvolto.
Nell'antica Roma il dio Tevere era rispettato, venerato, blandito con giochi e sacrifici nel tentativo di ammansire le sue vigorose collere. Ora i muraglioni hanno supplito a tutto. "Ma a quale prezzo sociale?" insiste Mario Tozzi. "Come si potrà ricostruire quel rapporto simbiotico fra uomo e fiume che esisteva dalla notte dei tempi e che si fondava sull'assecondamento, piuttosto che sul controllo, dell'energia del Tevere?" Questione con cui, presto o tardi, dovremo fare i conti.


​Nelle immagini: sbocco della Cloaca Massima sul Tevere, sotto piazza Bocca della verità; il laghetto della ex fabbrica Snia Viscosa a Portonaccio.