L'abisso bianco

di Nick Neim

Nerrazioni

Ho il foglio davanti: è vuoto, bianco, immacolato, infinito. Lo guardo e il pensiero sprofonda nel nulla: ecco l’abisso, il vuoto totale. Frugo nella mente ma le parole non arrivano, rimangono in un limbo mentale che sembra invaso da nebbie e foschie e brume.
La superficie del foglio m’inghiotte; affondo sempre di più, è come se sabbie mobili mi sommergessero, togliendomi ogni capacità, anche quella di pensare. Una sorta di timore freddo m’invade e il panico paralizza il braccio, la mano, le dita: i centri nervosi sono incapaci di reagire.
Sto seduto su quest’antica sedia di legno e corda – l’ho scelta volutamente, fra tante a disposizione, perché vecchia e pratica; mi sembrava che potesse essere appropriata all’idea di ‘uomo che scrive’ – a interrogare il mio paesaggio interiore che somiglia tanto alla parete candida e vuota della stanza dove sto.
Passa il tempo ma io continuo a vagare in un nulla ideativo. Mi sento sospeso a mezz’aria, come fossi incapace di spostarmi verso l’alto o il basso, simile a una sostanza passiva, esitante, bloccata in mezzo, fra terra e cielo. Assomiglio a un corpo senza vita: gambe e braccia allargate, inutilmente spalancate nell’inerzia del liquido che lo culla a mezz’acqua, sospeso sullo sprofondo abissale; corpo che ormai la vita ha abbandonato al suo nulla.
Non beccheggia così anche chi cade da una barca, un gommone, un barcone?
Tento qualche parola, abbozzo qualche breve frase ma non vado oltre, mi fermo sul limite dell’inizio, come chi vorrebbe spiccare il volo, ma è trattenuto dalla paura del vuoto.
Contemplo il nulla, l’abisso dove sprofondo; mi scopro incapace di trovare uno sporgenza, un appiglio in questa parete verticale innanzi a me che è il foglio bianco, cui tento di accedere. Questo rettangolo di carta, privo di colore, non trasmette emozioni, non diffonde sensazioni, non idee, non intuizioni, non folgorazioni: è ossessivamente inerte. Attende. Attende che la mia mano si muova, che la mia mente pensi. E’ un muro di gomma, una muraglia respingente: più presso e più mi ricusa.
La penosa stasi mentale mi fa rabbia, mi crea una sorta d’irosa immobilità. D’improvviso m’assale l’istinto d’allungare la mano, d’artigliare questo maledetto foglio, lacerarlo, distruggerlo; devo annientare questa superficie pallida, amorfa, che sta assistendo al mio fallimento, al mio inutile tentativo di trovare parole, di scrivere. E’ questo abisso bianco che risucchia la mente e annulla le energie, è questo spazio incolore che impedisce di abbozzare frasi, di trascrivere ragionamenti; sì, è colpa del candore e della virgineità della carta.
D’improvviso un ricordo, un sogno. La montagna è alta, paziente e suprema sopra di me; m’avvicino alla base della ripida parete, appoggio le mani, tasto con le dita la roccia ma, al momento d’iniziare la salita, le gambe si rifiutano di spingere e le braccia di tirare. Riprovo. Inutile. Al risveglio angoscia e frustrazione. Anche adesso sono qui. La bianca carta, disponibile, paziente e docile – almeno sembra – aspetta; la sento sotto i polpastrelli della mia mono sudata. Con la sua immobilità sembra invocare il tratto della biro che rigiro fra le dita e appoggio, di tanto in tanto, sulla superficie nel tentativo di prendere l’abbrivio. Resto incollato a questo spazio che sembra annullare la mia volontà e umiliare la mia capacità. Scrivo poche parole ma non sono quelle che servono, non sono quelle che cerco.
Le cancello, le sbarro rabbiosamente. Non mi fermo, continuo a passare la penna sulle parole scritte per cancellarle, per nascondere la sconfitta. Tratteggio scarabocchi su di esse, seguo le linee delle parole, come procedessi lungo un tracciato, con segni veloci o rallentati assecondo le sinuose curve di vocali e consonanti trasformando tutto in macchie e in sgorbi arabescanti che lentamente si allargano, sconfinano sul bianco, assaltano lo spazio vuoto, conquistano il centro del foglio e dilagano per tutta la superficie.
Ecco, ho distrutto il vuoto del foglio, non c’è più l’abisso bianco. Adesso ci sono il nero e il grigio, creati dagli innumerevoli passaggi della penna ad ogni andirivieni – qui più densi, là più radi, ora suadenti e ondosi, poi nervosi e tesi.
Adesso tutte le parole sono scomparse, cancellate; soltanto una trama d’inchiostro nero rimane del mio fallimento. Ancora qualche tratto di penna qua e là come a voler abbellire o perfezionare l’occultamento poi, un pensiero finalmente: Quanti fallimenti abbiamo cancellato? Quali trame – e non solo d’inchiostro – nascondono le nostre innumerevoli paure, mascherano la nostra vera natura?
Ma questi non sono pensieri, sono constatazioni.
E’ una fitta ragnatela d’inchiostro quella che ho innanzi; l’abisso resta al di là dell’intrico del tracciato della penna. E’ una trama poco piacevole, amorfa, eppure somiglia a un foglio con righi e note musicali, ricorda vagamente uno spartito su cui è registrato il mio requiem mentale.