Libri ed armi, una convivenza bizzarra

di Maria Cristina Vecchiarelli

La biblioteca italiana sopra l'accampamento imperiale

È estesa oltre cinquantamila metri quadri, situata in posizione strategica tra la Stazione Termini e la città universitaria La Sapienza.
Si articola in quattro corpi di cemento armato, vetro e alluminio, in uno stile architettonico d'avanguardia per l'epoca in cui fu realizzata e inaugurata, alla metà degli anni settanta del secolo scorso.
È intitolata al re Vittorio Emanuele II.
È stata ristrutturata, riqualificata e riorganizzata nei suoi spazi nel 2001.
Si fregia dell'opulenza delle sue acquisizioni che constano di oltre sette milioni di volumi a stampa, ottomila manoscritti, diecimila stampe e disegni e ventimila carte geografiche.
Apre proprio in questi giorni, il 10 di febbraio, un ulteriore spazio espositivo nuovo di zecca, suddiviso in due ambienti: uno permanente, chiamato La stanza di Elsa, dedicato ad Elsa Morante (i cui manoscritti originali, comprendenti tutte le sue opere, mature e giovanili, le sue poesie, i suoi romanzi incompiuti, i diari, i quaderni di scuola e i suoi cospicui carteggi, per espressa volontà della scrittrice, sono stati ceduti dai suoi eredi e, lì custoditi, costituiscono attualmente l'Archivio Morante, uno dei fondi d'autore più prestigiosi a livello internazionale), dove verranno ricreate le suggestioni del laboratorio di scrittura dell'autrice attraverso gli arredi originari che componevano il suo studio; l'altro, battezzato La galleria, riservato ad allestimenti temporanei sulla letteratura contemporanea, che inizia la sua attività, sino al 31 maggio prossimo, con la mostra 900 in 8 tempi, ciascuno dei quali è dedicato a figure centrali del Novecento che trovano nelle sue collezioni una ricca testimonianza di opere e documenti autografi: D'Annunzio, Pirandello, il Futurismo, Ungaretti, Montale, I Novissimi, Pasolini e Calvino.
Ha, infine, la particolarità di poggiare le sue fondamenta sui resti di un enorme comprensorio militare di duemila anni fa.
È la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, per i romani, più familiarmente, "la biblioteca di Castro Pretorio", la più grande d'Italia: abitata ogni giorno, dal lunedì al venerdì dalle 8,30 alle 19,00 e il sabato mattina, da centinaia di frequentatori, assidui o saltuari, di ogni età e nazionalità.
Questo pur imponente complesso, sito nel rione che mutua il nome proprio dall'antico acquartieramento, sede della Guardia pretoriana, occupa però solo una parte dell'area originaria dell'accampamento, un rettangolo ad angoli arrotondati che misurava quasi diciassette ettari, ovvero centosettantasettemila metri quadri.
I Castra praetoria furono eretti, appena fuori dalla cinta delle mura Serviane, nella prima periferia della città (inglobati solo oltre due secoli dopo, dall'imperatore Aureliano, nel perimetro della nuova cinta muraria, e rimasti così come ci appaiono ancor oggi), da Seiano, il truce ministro di Tiberio, nel 23 D.C., per concentrare appunto i membri della Guardia pretoriana in un solo e ben munito accampamento, affinché, come spiega Tacito all'inizio del Libro IV dei suoi Annales, "numeroque et robore et visu inter se fiducia ipsis, in ceteros metus oreretur" (dal numero, dalla forza, dal vedersi tutti insieme, venisse sicurezza a loro e paura agli altri).
"Pretoriani" furono chiamati, sin dal III secolo A.C., i gruppi di militari scelti in seno alle prime coorti delle legioni - le quali, pare, fossero a tale scopo più sostanziose delle altre - per specifici compiti di protezione delle autorità dello stato: pretori, consoli, generali. Fino alla fine del periodo repubblicano non vi fu dunque mai un corpo militare distinto all'uopo costituito, i pretoriani essendo legionari come gli altri, senza prerogative particolari. Fu l'avvento di Cesare a cambiare le cose, quand'egli arrivò a considerare l'intera X Legio, formata dai suoi fidi veterani della guerra gallica, come sua armata personale, e ad impiegarla a tale scopo, favorendo così, anni più tardi, la circostanza in cui essa, ereditata da Marc'Antonio prima e da Ottaviano poi, venne da quest'ultimo convertita, tra il 20 e il 29 D.C., in Guardia pretoriana, ossia specifica guardia del corpo dell'Imperatore, distaccata e differente a tutti gli effetti dal resto dell'esercito per la peculiarità dei compiti, della composizione e delle condizioni di ingaggio.
Per non contravvenire al costume che proibiva lo stanziamento di legioni in Italia e segnatamente a Roma, la Guardia pretoriana fu in origine divisa da Tiberio in nove coorti anziché in dieci (poiché di dieci coorti era formata una legione effettiva). Tali coorti erano poste agli ordini del prefetto del pretorio, importantissima carica equestre inizialmente collegiale e in seguito individuale, e capeggiate da un tribuno militare e centurioni fino ad un numero massimo di sei. Ma si derogò ben presto alle norme, e la consistenza delle coorti nel tempo prese ad oscillare, lievitando fino a sedici, per poi ridiscendere e risalire, sino ad assestarsi stabilmente a dieci, come una vera e propria legione. Anche il novero degli effettivi di ciascuna coorte fluttuò, nel tempo, tra i cinquecento (ossia, la metà dei militi componenti le coorti regolari) e i mille. Da ciò conseguì un'importante variabilità anche della consistenza numerica dei membri della Guardia: dai verosimili quattromilacinquecento di epoca augustea ai sedicimila dell'era di Vitellio, ridotti a cinquemila sotto Domiziano e definitivamente stabilizzati a diecimila al tempo di Settimio Severo, tutti residenti negli affollati Castra Praetoria.
A fronte di molteplici compiti civili o bellici, dai più impegnativi e delicati - la salvaguardia dell'integrità personale dell'imperatore comprendeva anche servizi di vera e propria intelligence - a quelli ben più modesti ed ordinari, che rientravano comunque nel variegato spettro delle azioni ritenute dal sovrano necessarie per l'incolumità sua e degli organismi dello Stato, amministrativi (ad esempio, di supporto ai gabellieri nella riscossione delle tasse), di pubblica sicurezza (servizio d'ordine negli stadi e nei teatri, ma anche davanti alle statue dell'imperatore), e persino di ausilio ai vigiles nello spegnimento di incendi, la paga di un pretoriano, già di base superiore a quella di un legionario, come pure la sua liquidazione, era ulteriormente incrementata da premi che più di un imperatore usò elargire per tentare di blindarne la fedeltà; e inoltre il periodo di ferma, che per i legionari era stabilito in venti-venticinque anni, per i pretoriani non superava i sedici. L'arruolamento nelle fila dei pretoriani era perciò visto come un incarico di prestigio; i notabili ambivano farvi accedere propri rampolli; e, almeno fino al II secolo D.C., le selezioni furono particolarmente elitarie, riservate in prima battuta ai migliori legionari di origine italica e in subordine a quelli di più antica romanizzazione.
Per tutte queste ragioni il destino dei pretoriani si trovò intrecciato strettamente con quello dell'impero, quando essi non lo determinarono apertamente e direttamente, non solo deponendo con mezzi drastici, ossia assassinandoli, vari di quelli che avrebbero avuto l'onere di proteggere - Caligola, Galba, Commodo, Caracalla, Eliogabalo, solo per citare i più noti - ma addirittura osando giungere, in un caso a "mettere all'asta" l'impero stesso. Questa pagina nera della storia si scrisse alla fine del II secolo D.C., quando, dopo aver fatto fuori il troppo virtuoso, stimato ed ammirato dal popolo imperatore Pertinace, in una Roma allo sbando gli sfrontati pretoriani, imbaldanziti dalla loro prodezza e dalla debolezza, codardia e ignavia dei rappresentanti del potere politico, fecero correre per le strade della capitale l'annuncio che avrebbero ceduto l'impero al miglior offerente, coinvolgendo in una gara al rialzo i due unici aspiranti rimasti alla successione: il suocero di Pertinace, Sulpiciano, avido governatore della città, che già aveva tentato di prezzolarli con la promessa di una ingente regalia, ispirandoli ad allestire l'esecranda riffa, e il ricchissimo senatore milanese, Didio Giuliano. I due, sollecitati dai pretoriani che gridavano l'ultima cifra offerta, aizzando il contendente a superarla, si diedero così al rilancio, alzando poste via via sempre più ingenti e folli per accaparrarsi, l'uno a scapito dell'altro, la fedeltà della Guardia e, con essa, di fatto, la guida dell'impero, smaccatamente venduto all'incanto.
Vinse Didio Giuliano. Il 28 marzo 193, costringendo alla resa Sulpiciano grazie alla stratosferica offerta di seimiladuecentocinquanta dracme ad ogni pretoriano, si aggiudicò ipso facto il titolo di imperatore ed entrò trionfante nel Castro, acclamato dai pretoriani che gli giurarono fedeltà. Giuramento che, dati i precedenti, non avrebbe dovuto lasciarlo tranquillo; e vittoria grottesca e beffarda, destinata a consumarsi nello spazio di sessanta giorni, cioè quelli che occorsero per l'insurrezione delle legioni di frontiera avverso questa investitura, la conseguente nomina per acclamazione di Settimio Severo, l'abbandono di Didio Giuliano da parte della Guardia pretoriana, e la sua decapitazione nello stesso palazzo imperiale.
La penosa decadenza dell'impero veniva così accompagnata e rimarcata anche dalla decadenza del corpo che era stato il vertice della sua struttura militare, il fiore all'occhiello dell'esercito romano, l'ultimo residuo del glorioso, passato splendore. Ci fu un'ultima occasione, per i pretoriani, di rinverdire i fasti perduti, quando essi combatterono nel 312 con onorevole eroismo la battaglia di Ponte Milvio al fianco di Massenzio: poi il vincitore Costantino sciolse il corpo e smantellò l'accampamento, distruggendone buona parte.
Ciò che rimase dei Castra funse nel Medioevo da fortezza; mantenendo la sua funzione, è divenuto ai nostri giorni l'illustre caserma Castro Pretorio del Raggruppamento Logistico dell'esercito italiano, ex celeberrima caserma Macao (che assunse il nome dato alla zona dai Gesuiti, i quali vi si erano stabiliti al rientro dalla missione nell'omonima città orientale). Caserma che può vantarsi di essere, attualmente, la più antica al mondo ancora presidiata da militari.
Ma nell'altro troncone, lì accanto, sotto i vasti atrii della Biblioteca, sotto i libri, sotto il secolare peso pacifico e silente della cultura, giace insepolto il peso cruento di una storia feroce e millenaria, ormai mansueta come una tigre decrepita a cui sono cadute zanne e artigli, ma lo stesso ancora ingombrante, incombente, allarmante e corrusca, come tutto il resto dell'immenso patrimonio archeologico che rende così eccezionale, così affascinante, così inquietante, la quotidianità di questa caotica, irrisolta, contraddittoria città di Roma.

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​Nelle foto:
Prospettiva della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma; pianta ricostruita dei Castra Praetoria
Scorcio odierno delle mura del Castro Pretorio.