La scopa del sistema

di Vincenzo La Monica

Il sorprendente esordio di David Foster Wallace

Esistono libri faticosi e crudeli come un corpo a corpo con un rapinatore slavo, altri spassosi e allucinanti come sedute di acquagym viste su un telo dalla spiaggia, altri ancora dominanti e densi di dolore come verità inesplose che stanno per innescarsi e altri, infine, appassionati e giocosi come una notte d’amore a vent’anni.
E poi, rari e preziosi, esistono libri che sono tutte queste cose insieme. “La scopa del sistema”, incredibile esordio in scrittura di un ventiquattrenne David Foster Wallace, è proprio uno di quei libri in cui veglia costante e abbandono della coscienza, disputandosi il possesso di ragione e sentimento, danno significato all’atto di leggere.
I numerosi e labirintici nuclei portanti del libro sono individuati con logica precisione nella prefazione di Stefano Bartezzaghi all’edizione Einaudi Stile Libero. Ne rimane appena accennato, a mio avviso, il rapporto tra lo scrittore e il lettore, attraverso cui il libro diventa una ambigua stanza dei giochi e delle torture.
“La scopa del sistema” racconta, in breve, la storia di due Lenore Beadsman. La prima è una giovane fragile e bella, impegnata a condurre la vita in un mondo a lei fondamentalmente alieno, ma alla cui esistenza guarda con meraviglia. La seconda Lenore è la sua omonima bisnonna, quasi centenaria ed ex allieva di Wittgenstein, che scompare misteriosamente dal ricovero in cui si trova ospitata. Con le due Lenore troviamo una miriade di bizzarri comprimari e altri 4 personaggi chiave: Rick Vigorous, attempato datore di lavoro, nonché fidanzato impotente e perdutamente innamorato della Lenore giovane, il dottor Jay, folle ed avido psicologo dei due fidanzati, Mindy Metalman affascinante ed algida attrice fallita e il suo quasi ex marito Andy "Batacchio" Lang che, rivedendola dopo dieci anni, si innamorerà follemente di Lenore.
Questi sei personaggi, ben lungi dal cercarne uno, tentano disperatamente di liberarsi dal proprio autore, che esercita su di loro e transitivamente sul lettore un controllo quasi ossessivo fatto di inesorabili astuzie, verbosi ragionamenti, trappole logiche, espedienti ludici volti a saturare ogni possibile trovata narrativa. Solo a titolo di esempio, ecco la descrizione che Rick Vigorous fa di Lenore: “Lenore ti invita tacitamente a giocare un gioco che consiste di oscuri tentativi di scoprire le regole del gioco stesso. Che ve ne pare. Le regole del gioco sono Lenore, e giocare significa essere giocati. Scopri le regole del mio gioco, ride lei, ridendo con o di te.”
È chiaro che questo gioco è lo stesso a cui lo scrittore invita (o costringe) il proprio lettore. Lenore, prototipo del lettore, è manipolata ed influenzata dalla bisnonna che le ha insegnato che la vita vera è solo quella che si può raccontare (verità opprimente che avrà un peso, forse, sul tragico esito biografico di Wallace), dallo psicologo, dal maturo fidanzato, non a caso autore di feroci racconti sentimentali che destabilizzano l’ignara Lenore.
Senza svelare ulteriori elementi della trama, diremo solo che a Lenore è lasciata la possibilità di una significativa via di fuga dalla stanza delle torture. E al lettore? Il romanzo termina (nella versione italiana) con una frase idiomatica, pronunciata dallo scrittore Rick Vigorous, lasciata priva dell’ultimo termine. Ancora una volta una ambiguità che sembra consentire scampo al lettore dal proprio connaturale solipsismo, ma, dato il tipo di frase, ancora una volta sotto il controllo crudele e affettuoso dell’autore.
Ancora più sintomatico che il termine mancante, che non svelerò, è proprio quello di cui si nutrono scrittori e lettori, materia rilucente e appuntita con cui si fa la letteratura e, in ultima analisi, i libri.

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Foto: David Foster Wallace