Il giocatore

di Salvo Bonaccorsi

I Tarocchi di Castello Ursino: un segreto da svelare sulle tracce dei Tarocchi Siciliani

La carta anticamente dei Tarocchi […] era più grande,
anzi il doppio della corrente dei nostri tempi.
Dei tarocchi di questa grandezza se ne hanno nel museo
del principe di Biscari, Paternò, di Catania e mi si dice
trovansene anche in una casa di un nobile della Val di Noto”.

Francesco M.E. e G. Marchese di Villabianca, Opuscoli palermitani,
“Dé giuochi volgari in genere, sì di mano che di sorte esercitati in Sicilia”, voce “Tarocchi”, 1786 (1)



Carte da gioco come libri

Lo spunto per l’argomento di oggi, giunge dal tema generale della rivista di questo mese “Il Libro”. Non è raro che gli strumenti di gioco più diffusi e longevi della storia umana, le carte, vengano paragonati a un libro.
Per le carte dei Tarocchi in particolare, cui sono legati i giochi di carte forse più complessi e interessanti della storia, certamente i più prolifici di idee poi adottate in altri giochi, è appena il caso di citare l’ipotesi originale, fantasiosa ed assolutamente spuria dell’archeologo massone francese Court de Gébelin che nel 1781 scrisse: “Se dicessi che al giorno d’oggi qualcuno ha ritrovato il leggendario Libro di Toth, un’opera degli antichi egizi contenente una straordinaria dottrina magica, sono certo che molti sarebbero stupiti. E la sorpresa aumenterebbe se dicessi che quest’opera passa per le mani di tutti come fosse un mazzo di strane carte da gioco. Molti crederanno che sto scherzando, oppure che sono un ciarlatano in cerca di notorietà. E tuttavia quanto sostengo è assolutamente vero. Il Libro di Toth e le carte dei Tarocchi sono una cosa sola.” (2). Che questa fosse un’ipotesi assurda, e un enorme abbaglio, storicamente e documentariamente infondato lo rivelano i documenti che manifestano come unica possibile origine del mazzo dei Tarocchi quella italiana rinascimentale, legata alle corti milanese o ferrarese rispettivamente dei Visconti-Sforza o dei D’Este, ma su questo torneremo in seguito. D’altronde è tipico di chi sa di spararla troppo grossa sentire il bisogno di precisare che “quanto sostiene è assolutamente vero”. Certo è che da quel primo gemito di affascinante falsità si è sviluppata una sequenza incontenibile di attribuzioni magiche, occultistiche e divinatorie, infine da parte di cartomanti che si sono nutriti e si continuano a nutrire, direi in senso letterale, della credulità ed ignoranza popolare.
Anche lo storico dell’arte Leopoldo Cicognara, nell’Ottocento subendo una fascinazione di matrice in parte simile a quella del De Gebelin, ma già più letteraria e forse anticipatrice di quella “narrativo-combinatoria” di Italo Calvino e dei suoi “Il Castello dei destini incrociati“ e “La Taverna dei destini incrociati”, scriveva riferendosi al mazzo di carte da gioco: “si sarebbe trovata l’interpretazione e l’origine di questo libro allegorico, composto di pagine mobili, il cui significato si muta, e si alterna a guisa delle lettere di un alfabeto secondo la varia loro disposizione(3). E su questo come non dare ragione anche ai cartomanti: il mazzo di carte se fosse un libro, sarebbe effettivamente perfetto per potervi leggere qualunque storia, o per dirla molto meglio con Borges, quando si riferisce al romanzo impossibile di Ts’ui Pen nel suo “Il giardino dei sentieri che si biforcano” descrivendolo come “una confusa farragine di varianti contraddittorie” ma con la mirabile dichiarazione di intenti: “Lascio ai diversi futuri (non a tutti) il mio giardino dei sentieri che si biforcano”, un libro in cui la storia prova a non scegliere delle alternative ma le sviluppa e le percorre tutte. La profondità combinatoria delle carte, meglio quella dei più numerosi Tarocchi (1.13*10^38 possibili distribuzioni in un gioco a 4 con le 63 carte dei Tarocchi Siciliani!) assicurano anche nel gioco la fascinosa certezza probabilistica che mai finchè reggerà il Sole, ed anche dopo in caso di trasferimento in altra sede dei siciliani per una migrazione su più larga scala, 4 persone giocheranno mai la stessa mano!
Ancora nel 1890 una autrice newyorkese di un libro sulla storia delle carte da gioco (4) lo intitolava “Devil’s Picture-Books” accreditando polemicamente la definizione delle carte da gioco quali libri del Diavolo ai Puritani e altre anime pie che nutrivano probabilmente la speranza che questo nome avrebbe allontanato le persone timide così da prevenire il loro uso”.
Ma la definizione che sento più vicina, fortunatamente non per il luogo di origine ma perché più strettamente legata all’aspetto ludico e ricreativo del gioco, è quella coniata dai carcerati della Vicaria di Palermo, che dicevano di passare lunghe ore a “sfogliare il libro di quaranta pagine”, come chiamavano il nostro mazzo di carte regionale. (5)
Da questi spunti partiremo in realtà per parlare di alcune specifiche carte, quindici in particolare, che ormai da alcuni secoli non hanno il piacere di partecipare ad alcun gioco, poiché prevalendo in loro la rarità e la preziosità sono diventate giustamente dei “pezzi da museo”. Peccato che non potremo fare a meno di rilevare come elementi analoghi di collezioni sparse per il mondo, che assommano a non più di sessantasette carte in tutto comprendendo quelle catanesi, sono stati oggetto certamente di maggiore considerazione e valorizzazione di quanto riservatagli da noi siciliani. Qualche rapido riferimento ci consentirà di accennare alla versione siciliana dei Tarocchi e ad altre testimonianze artistiche ed etnografiche, anch’esse purtroppo oggi non disponibili alla fruizione o sconosciute.

I Tarocchi ferraresi nel Mondo

Tanto per capire di cosa stiamo parlando, le uniche carte conosciute al mondo provenienti certamente da mazzi di Tarocchi riconducibili ad artisti di Ferrara presumibilmente della seconda metà del 1400 (6), vere e proprie opere d’arte dipinte a mano e miniate in lamina d’oro prodotte spesso da pittori espressamente assunti a corte per questo ludico scopo produttivo, sono solo cinque:

- Tarocchi detti di “Carlo VI” conservati nella Bibliotheque Nationale di Parigi (una sola figura e sedici Trionfi);
- Tarocchi “Estensi o di Ercole I d’Este” della Biblioteca Beinecke di Yale (otto figure e otto Trionfi);
- Tarocchi della “Collezione Rothschild” nel Museo del Louvre a Parigi tranne una nel Museo Civico di Bassano del Grappa (nove carte in tutto, di cui otto figure e un Trionfo).
- I Tarocchi di Castello Ursino, detti di “Alessandro Sforza” secondo una passata attribuzione forse erronea di Giuliana Algeri ma con maggiore probabilità creati per Ercole D’Este o forse per Borso d’Este secondo quanto rileva Michael Dummett (7)(10), e datati a partire dal 1460 (due figure, quattro Trionfi e nove carte numerali dei quattro semi italiani di spade, coppe, bastoni e oro).
- 10 carte in possesso di un anonimo collezionista milanese.

Tutti i Tarocchi ferraresi di fattura quattrocentesca sono realizzati in cartoncino spesso, ottenuto pressando insieme diversi fogli di carta. Solo un autore (8) si riferisce al materiale costituente per quelli conservati a Catania come “pergamena”; lo stesso autore attribuì, poi ampiamente smentito in seguito, le carte catanesi al pittore Bembo di scuola lombarda, quindi si tratta di un probabile errore; ad ulteriore conferma l’Istituto Centrale per il Restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario del Ministero dei Beni Culturali che si è occupato del restauro di queste carte nel 1987 (9), archivia i reperti nella sezione con materiale costituente “carta”.
La tecnica realizzativa è sostanzialmente comune a quella dei Tarocchi viscontei: una foglia d'oro lavorata con un motivo a punzone veniva applicata sullo sfondo, e successivamente venivano dipinte le figure in primo piano con colori a tempera.
Le dimensioni, che oggi ci appaiono elefantiache, sono per le carte custodite a Catania 180 x 90 mm. Per ciò si spiega la citazione iniziale del Marchese di Villabianca (1) che rilevava come fossero praticamente il doppio di quelle utilizzate per il gioco nel ‘700 quando egli scriveva. Questo perché in realtà la produzione di queste carte dipinte a mano, che in precedenza aveva interessato anche mazzi di carte ordinarie, aveva per lo più intenti artistici e autocelebrativi, divenendo spesso un prezioso regalo per matrimoni o celebrazioni di cariche acquisite. Per il gioco vero e proprio già dal 1424 è documentata probabilmente internamente alla corte la produzione di carte popolari a stampa, evidentemente meno costose (10).
Ma è proprio intorno alla metà 1700 che il Tarocco Siciliano, nato per la trasformazione del mazzo di tarocchi standard di matrice romana o bolognese con contaminazioni dal gioco delle Minchiate fiorentine, arrivato tardivamente sull’isola intorno ai primi del 1600 (11)-(12), subì le ultime modifiche iconografiche per diventare sostanzialmente identico a quello ancora oggi prodotto dalla Modiano di Trieste e utilizzato per il gioco in tutta la Sicilia sino all’inizio del ‘900, e ora solo in quattro piccoli comuni e, di ritorno, da un gruppo di appassionati catanesi (13). Esempi delle carte settecentesche o dei primi anni dell’ottocento, e dei relativi stampi in legno per la riproduzione silografica, di produzione siciliana, più precisamente palermitana, si hanno nel Museo Etnografico “G.Pitrè” di Palermo, e ne accenneremo qualcosa nel seguito.

I Tarocchi miniati di Castello Ursino

Opportunamente evidenziata la rarità e preziosità delle carte oggetto di analisi, non ci resta che accennarne brevemente la storia e le caratteristiche.
Le 15 carte oggi conservate al Castello Ursino, ricostruiscono in qualche modo la storia stessa della collezione di opere oggi lì “ospitata”. Non possiamo purtroppo dire con convinzione “esposta” poiché la travagliata storia degli spazi espositivi catanesi ha fatto sì che per decenni, e ancora oggi, la quantità di pezzi e reperti conservata in magazzini speriamo sufficientemente salubri, sia stata spropositatamente maggiore di quella offerta alla visione dei visitatori catanesi e stranieri che peraltro hanno sempre risposto con documentata sete di cultura ad ogni piccola offerta di qualche sorso della stessa.
Il Museo Civico del Castello Ursino infatti, inaugurato il 20 ottobre 1934 fu il luogo ove si congiunsero le due maggiori raccolte d’arte, già esposte indipendentemente in forma di museo nella Catania della metà del 1700: il grande Museo Biscari di Ignazio Paternò Castello, Principe di Biscari e quello dei Padri Benedettini di San Nicolò l’Arena. I due Musei erano nati praticamente in contemporanea cimentandosi in una “nobile gara” ma anche in un dialogo di scambio reciproco. Nel 1758 il Principe Ignazio inaugurò il Museo Biscari che raccoglieva moltissimo materiale recuperato in parte dal padre tra le rovine del terremoto del 1693 (marmi medievali e rinascimentali) e in parte da scavi promossi in giro per la Sicilia, divenendo custode per incarico del Senato cittadino dei reperti che avrebbe raccolto, cui si aggiunsero acquisizioni realizzate in giro per l’Italia durante un viaggio svolto nel 1750 insieme all’Abate benedettino Amico, che al contempo formava l’idea dell’altra raccolta (14).
Già nel 1757 l’Amico aveva riservato all’interno del Monastero di San Nicolò L’Arena uno spazio importante alle testimonianze archeologiche catanesi poi arricchite da acquisizioni del priore Scammacca. Il Museo Biscari, dopo i fasti settecenteschi che lo vedevano descritto da visitatori stranieri come il Barone Riedesel come “uno dei più belli e completi d’Italia e forse - senza esagerare - del mondo”, nell’ottocento cadde in uno stato di disordine e di parziale abbandono che si trascino sino al 1927 quando le raccolte furono donate al Comune. Stessa sorte aveva avuto il Museo benedettino dopo il passaggio al Comune del 1866 con la soppressione degli ordini monastici e soprattutto all’inizio del ‘900 quando la trascuratezza ne fece una sorta di deposito incoerente.
Solo con l’allestimento del nuovo museo da parte di Guido Libertini (15) dopo il restauro intrapreso e completato tra il 1932 e il 1934 le due raccolte si riunirono al Castello Ursino e stessa sorte ebbero appunto le nostre carte che, indubbiamente appartenenti allo stesso mazzo, erano state sino ad allora divise tra le due collezioni, anche se si ipotizza che originariamente potessero entrambe far parte della collezione del Museo Biscari. A livello di semplice congettura c’è da chiedersi se le altre carte di cui aveva notizia Villabianca nel 1786 circa, quelle che dice “trovansene anche in una casa di un nobile della Val di Noto” non possano essere in parte o in toto quelle che restarono poi nella collezione dei Benedettini per molto tempo.
Nel dettaglio le carte sono le seguenti, indicando con BIS quelle provenienti dal Museo Biscari e con BEN quelle della collezione Benedettina:

4 Trionfi: Il Mondo (BIS), il Carro (BIS), L’Eremita (BIS) e la Temperanza (BIS)
3 Carte di Spade: Il Re (BEN), l’8 (BEN) e il 7 (BIS)
2 Carte di Bastoni: Il 9 (BIS) e il 6 (BEN)
3 Carte di Coppe: Il Fante (BIS), l’Asso (BIS) e il 10 (BEN)
3 Carte di Denari: il 2 (BIS), il 7 (BEN) e l’8 (BIS).
I Semi delle carte sono quelli italiani con spade curve e bastoni dritti entrambi intrecciati (Figure 1-4).


Di grande rilievo per l'attribuzione delle carte è quella del Re di Spade (Figura 5).
In essa il Re tiene poggiato a terra uno scudo con un simbolo di un garofano dentro un anello in cui è montato un diamante. La combinazione di anello con diamante e garofano era tipica degli emblemi dei D’Este, preferita da Ercole I che regnò come duca dal 1471 al 1505, ma già molto utilizzata dal suo predecessore Borso d’Este. Su questa base Michael Dummett, profondo studioso e conoscitore della storia dei Tarocchi non esclude che i tarocchi di Castello Ursino siano stati dipinti a partire dal 1460 anche sotto il governo di Borso d’Este. L’ipotesi avanzata dalla studiosa Giuliana Algeri, di una attribuzione dei Tarocchi come destinati ad Alessandro Sforza, il primo Sforza duca di Milano e amico di Ercole D’Este, per la coincidenza dell’emblema da lui utilizzato analogo a quello descritto, sembra comunque meno persuasiva considerando l'indiscutibile produzione ferrarese e non milanese. L’unica altra figura presente è il Fante di Coppe (Figura 6).
Le carte più interessanti sono chiaramente gli altri Trionfi. Il Mondo (Figura 7) e L’Eremita (Figura 8) sono molto simili a quelli del citato mazzo di “Carlo VI” a supporto dell'attribuzione ferrarese. L’Eremita tiene nella mano una clessidra, che spesso nella storia dell’evoluzione successiva dei Tarocchi è stata confusa con una lanterna; stesso errore si ha negli attuali Tarocchi Siciliani dove la lanterna ha sostituito la clessidra delle versioni settecentesche ed ottocentesche. La Temperanza (Figura 9) si presenta in una maniera molto diversa dalla simbologia usuale, e di difficile individuazione. Il vaso che accoglie l’acqua versata dall’alto si distingue con difficoltà perché definito solo dalla punzonatura d’oro, o forse dipinto con colori ormai scomparsi; inoltre la figura femminile si presenta nuda seduta su di un cervo con indosso solo una collana di corallo. L’ultimo, il Carro (Figura 10 ) è una rappresentazione abbastanza usuale del carro Trionfale.


Dell’effettivo stato e della esposizione di queste carte al Castello Ursino abbiamo pochi dati: un raro video dell’istituto Luce (16) del 15 gennaio 1936 racconta i più importanti reperti facenti parte dell’allestimento Libertini e tra questi figurano i Tarocchi; nel 1951 lo studioso Stefano Bottari in un articolo (8) su una rivista d’arte si riferiva alla serie di carte dicendo che era “conosciuta soltanto per l’accenno generico e sommario che si legge nel Catalogo del Museo”, aggiungendo poi “conta pittosto segnalare il loro pessimo stato di conservazione, e la necessità di un restauro per arginare la corrosione e lo sgretolamento. La rovina sembra agevolata dal logorìo dei cartoni protettivi che in antico vennero incollati, senza calcolare le conseguenze, nel retro di ognuna di esse; tra le carte vere e proprie e i cartoni si intravedono poi fogli manoscritti (forse scritture del ‘500)”, segnalando poi nelle descrizioni il generalizzato scadimento delle colorazioni; dati certi sull’avvenuto restauro, già segnalato come urgente nel 1951, si hanno solo nel 1987, a cura del già citato Istituto Centrale per il Restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario, ma non ho notizie di interventi intermedi né successivi.
Dopo quel restauro, per quanto sono riuscito a ricostruire (17) e dunque a meno di omissioni, queste carte sono state purtroppo viste solo per pochi mesi complessivi negli ultimi 28 anni: tra il settembre 1987 e il gennaio 1988 erano al Castello Estense di Ferrara esposte nella mostra “Le carte di corte. Gioco e Magia alla corte degli Estensi”; tra il dicembre 1995 e il gennaio 1996 in sede alla mostra “Tarocchi: Arte e Magia” e per l’ultima volta dal luglio a ottobre 2011 alla mostra “Pezze di Storia”, curata da Marella Ferrera, che esponeva per la prima volta anche le collezioni tessili dei due Musei originari che mai erano state esposte anche dopo la creazione del Museo Civico.

Un futuro… difficile da leggere

Vista quindi l’evidente difficoltà a dare un contesto ed uno spazio fisso a questo ed altri reperti nell’ambito del nostro Museo Civico, abbiamo contattato la responsabile del Museo Dott.ssa Valentina Noto che con estrema cortesia ci dice che a seguire due importanti eventi espositivi uno dei quali già in corso (“Artisiti di Sicilia” e “Picasso: l’ecclettismo di un genio”) a partire da giugno si proverà a dare spazio anche ai preziosi tarocchi. Potranno essere così finalmente svelati stabilmente ai siciliani ed ai visitatori stranieri in un contestesto conoscitivo ed informativo speriamo ispirato alla battaglia culturale di verità del più grande studioso delle carte di Tarocchi, nonché grande filosofo del ‘900, Michael Dummett. Nella prefazione a un suo libro egli scriveva (10): “Le carte dei Tarocchi […] comprendono la maggior parte delle più belle carte da gioco mai prodotte e sono usate per praticare giochi di una varietà e sottigliezza ineguagliate da altri giochi di carte. Le carte e i giochi che con esse si fanno sono lungi dall’essere uno dei prodotti più trascurabili della creatività umana; mi auguro che i lettori traggano diletto dalla loro storia vera in luogo delle storie di fantasia abilmente divulgate dai maghi e dai loro apprendisti”.
Ci auguriamo a breve di poter dedicare un nuovo articolo all’avvenuto allestimento di questi reperti. La speranza è che la curiosità per questi antenati delle attuali carte dei Tarocchi Siciliani sia alimentata ed al contempo alimenti quella per gli splendidi giochi tradizionali ma modernissimi che con essi si praticano ancora oggi in Italia a Bologna, in Piemonte e qui in Sicilia. Ed in questo un filo sottile di scoperte, o sarebbe forse meglio dire di riscoperte, potrebbe unire Palermo e Ragusa a Catania.


A Palermo come già accennato sono conservati, ma purtroppo anch’essi non ancora esposti, rarissimi esempi delle carte da gioco, ordinarie e di Tarocchi siciliani del ‘700 e dei primi dell’’800, insieme a due antiche matrici in legno per la stampa delle carte (Figura 11), che sono stati oggetto di manutenzione e minimo intervento in situ nel 2010/2011 a cura del Corso di Laurea in Conservazione e Restauro Beni Culturali dell’Università di Palermo, coordinatrice la Proff.ssa Angela Lombardo, facenti parte della Collezione “Giochi e Giocattoli” del Museo Etnografico G.Pitrè ospitato nelle dipendenze della Palazzina Cinese alla Favorita. Purtroppo anche per questi reperti, poi presi in carico dall’Università per la necessità di ulteriori interventi, solo grazie alla cortesia ed all’impegno della Proff.ssa Lombardo e degli addetti al Museo, siamo in attesa al più presto di ulteriori buone notizie su quando sarà possibile nuovamente la loro fruizione al pubblico.
Nel Castello di Donnafugata nel ragusano, recentemente ho avuto il piacere di svelare casualmente come anche lì il nobile proprietario, con molta probabilità il maggior “riformatore” ottocentesco del palazzo, Corrado Arezzo, non avesse mancato di documentare la propria passione per il gioco dei Tarocchi Siciliani nei bei dipinti murali della Sala della Musica, nel riquadro dedicato ai giochi preferiti (Figura 12).
Questi sono ad oggi gli unici tre posti conosciuti dove i siciliani potrebbero scoprire o riscoprire grazie ad opere d’arte o reperti etnografici che i Tarocchi non sono solo “roba da maghi” ma un gioco intelligente e divertente che merita ampiamente di non estinguersi anche quale “bene culturale immateriale” testimone di una tradizione di creatività ed originalità siciliana. L’auspicio (e non lo ho letto nei Tarocchi!) è che questa possibilità non gli sia negata ancora per molto.


Note e bibliografia

(1) Villabianca, Giuochi volgari e popolareschi, 1989, Edizioni Giada
(2) G.Berti, Ma che Tarocchi d’Egitto, sta in «Atmosphere» anno XI, n° 56, Dicembre 1998, reperibile su http://www.giordanoberti.it/html/articoli_ma_che_tarocchi.htm
(3) A.Cicognara, Memorie spettanti alla storia della calcografia, 1831, Ed.Fratelli Giacchetti, Prato
(4) M.K.Van Rensselaer, Devil’s picture-books. A history of playing-Cards, 1890, New York, Dodd, Mead, and Company reperibile in https://archive.org/details/cu31924029917576
(5) F.Lo Piccolo, Giochi di carte e cartai in Sicilia dal XV al XX secolo, sta in «Kalos-Arte in Sicilia», n.4, 2002, Gruppo Editoriale Kalos
(6) Si veda per una sintetica introduzione alla storia dei Tarocchi ferraresi, a cura di Girolamo Zorli ed altri http://www.tretre.it/menu/accademia-del-tre/storia-dei-tarocchi/i-trionfi-ferraresi/
(7) M.Dummett, I Tarocchi Siciliani, 1995, La Zisa, Palermo
(8) S. Bottari, I “Tarocchi” di Castello Ursino e l’origine di Bonifacio Bembo, sta in Emporium, Vol.CXIV, n.682, 1951 reperibile su http://www.artivisive.sns.it/fototeca/scheda.php?id=58532#
(9) Immagini in sito Istituto Centrale per il Restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario http://www.icpal.beniculturali.it/esito_fotografico.html
(10) M.Dummett, Il Mondo e l’angelo. I Tarocchi e la loro storia, 1993, Bibliopolis, Napoli
(11) F. Pratesi, New information from a sicilian journal, 2011, reperibile in http://trionfi.com/kalos-tarocco-siciliano
(12) S. Bonaccorsi, I Tarocchi siciliani di Mineo. Piccolo manuale con esempi e cenni di strategia, 2014, Ed.I Quaderni del Centro-Centro Culturale Paulu Maura, Mineo
(13) I Comuni sono Mineo, Barcellona Pozzo di Gotto, Tortorici e Calatafimi-Segesta. Per informazioni si veda il sito della Associazione Gioco Tarocchi Siciliani – Michael Dummett http://giocotarocchisiciliani.jimdo.com/
(14) G. R. Croazzo, Le ceramiche pentatoniche, Agorà XVI (a. V - Gen - Mar2004) reperibile in http://www.editorialeagora.it/rw/articoli/38.pdf
(15) A. Libertini, Castello Ursino rinato e Guido Libertini, Agorà XIX-XX (a. V-VI,Ott.-Dic. 2004 / Gen.-Mar. 2005 reperibile su http://www.editorialeagora.it/rw/articoli/2.pdf
(16) Video Istituto Luce Visita al Castello Ursino Giornale Luce B0817 del 15/01/1936 https://www.youtube.com/watch?v=6rEFs1UVMCk
(17) Sito dell’Associazione Culturale Le Tarot http://www.letarot.it/page.aspx?id=11