I libri

di Alessandro Depegi

Leandro e le sue riflessioni

Leandro, da quando si ricorda, ha sempre dovuto considerare l’esistenza dei libri. Particolarmente da quando esiste la scuola che ha dovuto necessariamente frequentare. Il “necessariamente” ha due significati: il primo perché esiste la “scuola dell’obbligo” che probabilmente esisteva anche se ogni tanto cadevano le bombe, la seconda perché, già in quasi tenera età aveva deciso di studiare medicina, per cui la Maturità Classica era, ai tempi, indispensabile… e lo studio di tanti libri anche.
Leandro dovette quindi andare molto a scuola e fu per lui necessario aprire e leggere molti libri. Di fronte a certe necessità, sempre o quasi sempre, i libri non scolastici venivano aperti molto raramente.
Un autore, forse l’unico, veramente privilegiato fu Emilio Salgari, che Leandro ricorda con piacere. Nel 2011, nel centenario della morte, anche le poste italiane se ne ricordarono.
Oggi è diverso. Dopo gli anni di studio, di specializzazione e di necessità professionale, si apre per Leandro un sipario interessante, per cui comincia a leggere, però, intendiamoci, non leggere tanto per poter dire di aver letto.
Esistono persone che divorano libri… a tutto spiano. Riescono a gustarli? O è meglio il libro che mette in testa la modella per imparare a camminare in modo corretto? Leandro non lo sa.
Sa solo che, dopo una vita dedicata alla medicina, trova interesse a leggere quei libri che, anche se romanzati, raccontano di sofferenze causate da sopraffazioni. Sofferenze volute o permesse che Leandro ha, ormai da anni, definite “gratuite”.
È risaputo che la professione del medico dovrebbe essere rivolta alla soluzione di sofferenze; le peggiori sono quelle gratuite che potrebbero non esserci se l’onestà non fosse per molte persone una parola sconosciuta.
Dopo aver letto altri significativi libri che rammentano gratuite sofferenze a livello mondiale, Leandro si trovò a leggere un libro di “casa nostra”, ma non più molto attuale. Fu assorbito da questo libro e, grazie alla delicatezza con la quale lo scritto arriva al lettore, avrebbe potuto piangere.
Il libro è: “QUANDO CI BATTEVA FORTE IL CUORE”. Sì, perché a quei tempi il cuore di chi viveva da quelle parti si trovò veramente a battere forte forte e, per molte persone finì tragicamente di battere… per sempre.
Siamo a Pola, quando la città coll’anfiteatro romano era ancora abitata da gente italiana… ma non più per molto dato che Tito e i titini erano là pronti a sopraffare gl’inermi.
La lettura di quelle tragedie, in quel libro, scritto da chi nacque poco lontano e che, bambino, respirò gli affanni di quei profughi, spinse Leandro ad approfondire l’argomento.
Ecco cosa può fare un libro! Stimolare la conoscenza e far agire… non reagire, bensì agire, fare qualcosa perché certe sofferenze ricevano quella comprensione che gli uomini… dimenticano.
Quando gl’istriani soffrivano Leandro era un bimbo che poteva già comprendere, ma non sapeva nulla di quanto accadeva da quelle parti… e troppo pochi erano quelli che sapevano. Tutti erano intensamente assorbiti dalla conoscenza postuma delle nefandezze naziste e dalla scoperta dei campi di concentramento. Rispetto ai milioni di persone finite nelle camere a gas, i morti istriani sembravano poca cosa, e sembrava ancor meno importante la sofferenza dei profughi… che hanno dovuto abbandonare quasi tutto.
Per Leandro, che riuscì a dare alle stampe una parte delle proprie fatiche personali e professionali, è oggi diventato imperativo conoscere di più e far conoscere di più tutte quelle sofferenze che avrebbero potuto essere evitate.
I morti, in un certo senso, hanno ritrovato la pace; hanno smesso di soffrire e possono prepararsi per una prossima vita. Coloro che hanno potuto rimanere vivi e che hanno subìto soprusi e sofferenze di ogni tipo, non hanno altra scelta che quella di continuare a lottare con speranza verso il futuro. Le Istituzioni di una Nazione che si considera civile dovrebbero aiutare e muoversi per una vera giustizia. L’hanno fatto?... o si sono dimenticate di farlo?... o l’hanno fatto in modo insufficiente?
Queste e altre domande, dovrebbero o potrebbero porsi quei giovani europei che vanno in vacanza in Istria o in Dalmazia; che vanno a gioire su quelle spiagge dove tanti nostri connazionali hanno pianto tutta la loro disperazione.
Tutto questo, non per odiare, bensì per ricordare, nello stesso modo come sembra si debba ricordare i campi di concentramento nazisti.
Quel libro fu per Leandro qualcosa di magico. Nello stesso modo come un apparente fortuito caso gli fece imboccare quella particolare strada professionale, così, la lettura del libro gli mise in moto determinate antenne stimolanti la conoscenza di certi momenti terribili della storia d’Italia… da non dimenticare.