Bestiario romano

di Maria Cristina Vecchiarelli

Gli animali nella storia e nel mito di Roma

Delle oche del Campidoglio, che starnazzando avvertirono i Romani dell'invasione dei Galli, tutti sanno. Alla lupa, che lupa non era, ogni cenno è superfluo. Della "ciovetta" e del cavallo di bronzo della statua di Marco Aurelio si è detto: e assai noto è pure un altro cavallo, quell'Incitatus che le cronache narrano nominato senatore da Caligola. Degli spettacoli del Colosseo si è eruditi fin da bambini, anche se fa lo stesso sensazione la notizia del numero di animali uccisi nell'ecatombe organizzata per l'anno mille dalla fondazione di Roma, nel 249 D.C.: 32 elefanti, 60 leoni, 6 ippopotami, 10 tigri, 10 iene, 10 alci, 10 giraffe, 10 zebre, 20 asini selvaggi, 40 cavalli. E qualcuno magari ricorderà che l'area interrata del Foro Romano fu chiamata, dal 1500 ai primi decenni del 1800, Campo Vaccino, perché lì si teneva il mercato delle vacche.
Esistono però altre bestie meno famose ma comunque interessanti nel passato di Roma o nei suoi miti. Di  alcune si può cogliere solo una lontana memoria in tale o talaltro luogo della città; in molte, effigiate o scolpite su mura e monumenti, ci si imbatte ancora ai nostri giorni. Certe sono di cospicue dimensioni, per cui non si può fare a meno di notarle; certe invece si scorgono solo prestando attenzione.
Di tutte qui sotto tenteremo un alquanto incompleto ma auspicabilmente dilettevole censimento, in rigoroso ordine alfabetico.

API
Simbolo araldico della toscana famiglia Barberini che nel XVII secolo dominò Roma politicamente e culturalmente. Sostituirono i volgari tafani, evocanti l'autentico precedente cognome, a seguito della prepotente ascesa della casata: mutati i Tafani in Barberini, dal toponimo del loro paese di origine, anche i tafani vennero rimpiazzati coi più nobili ed operosi insetti. Si rinvengono un po' ovunque nelle vestigia della Roma barocca: sparse a pioggia dal Bernini sul monumento funebre di Urbano VIII in San Pietro, affrescate da Pietro da Cortona sulla volta del salone di palazzo Barberini grosse e pingui come tacchini o appollaiate sulla deliziosa fontana a loro dedicata, pure berniniana, che, allocata oggi dopo vari spostamenti alla confluenza tra Piazza Barberini e Via Veneto, era posta in origine, adibita a riceverne le acque di scolo, accanto alla superba Fontana del Tritone, recante essa pure scolpita la sua ape d'ordinanza. E tra il cospicuo sciame si staglia l'individuo più notevole: la chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza, spettacolare e immodesta glorificazione del nome dei Barberini tanto quanto della sfrontatezza artistica del Borromini, che la ideò ispirandosi nella pianta ad una gigantesca ape, con tanto di ali, musetto e posteriore bombato, e completa di pungiglione: una bizzarria che ne fa a furore di popolo il più originale capolavoro del Barocco.

AQUILA
Simbolo araldico dei Borghese, famiglia principesca proveniente dal senese anch'essa protagonista della storia politica e religiosa di Roma e d'Italia. La si distingue scolpita al sommo della fontana secentesca addossata alla facciata del palazzo del Monte di Pietà, e sulla fontana dell'obelisco Lateranense, in San Giovanni. E, colossale, troneggia sulla rustica fontana dell'Aquilone, nei Giardini Vaticani: sorta di orrido in miniatura attribuito alla collaborazione di vari artisti tra cui il Maderno.

CAVALLI
Oggi si incontrano solo al tiro delle botticelle, le carrozzelle da cartolina, o montati al piccolo trotto da rare folkloristiche pattuglie equestri di forze dell'ordine nel centro storico. Ma al tempo in cui erano l'unico mezzo di locomozione esistente furono protagonisti delle storiche "corse dei barberi" di Via del Corso (da cui il nome) inaugurate nel 1400 da Paolo II ad imitazione dei giochi antichi. Di questi cavalli barberi era nota la proverbiale irruenza, tutt'altro che spontanea e genuina, però, poiché provocata ad arte sbattendo sotto le loro code un miscuglio a base di pece bollente. Da questa, diciamo così, simpatica usanza discende la famosa e assai colorita espressione del popolino romano, che qui non citeremo, a proposito delle persone che mostrano di avere molta fretta. Corse di cavalli, per decenni a partire dal 1810, in occasione di festeggiamenti o di visite di sovrani stranieri, si svolsero sporadicamente anche in Piazza Navona, già sede imperiale degli agoni (da cui, per corruzione, il termine "Navona"), ossia dei giochi che vi si tenevano, quando al posto dell'attuale piazza sorgeva il Circo di Domiziano. 

CAVALLI MARINI
Le loro effigi marmoree popolano palazzi e piazze della città assieme alle statue di cavalli veri e propri, montati o affiancati dai loro cavalieri; di ogni epoca; tra questi è il ragguardevole ensemble della Fontana dei Dioscuri al sommo del colle Quirinale, costituito dai due gruppi statuari provenienti dalle terme di Costantino fatti trascinare sin lassù da Pio VI. Il trasporto fu alquanto laborioso, una vera impresa titanica; e ad opera faticosamente compiuta un bello spirito, probabilmente parente stretto della "congrega degli arguti" di Pasquino e soci, sovrappose all'iscrizione "OPUS FIDIAE" incisa sul basamento la scritta "OPUS PERFIDIAE PII SEXTI".
Cavalli marini si ammirano in alcune delle più belle fontane cittadine: una coppia di essi traina il cocchio di Oceano nella fontana di Trevi; quattro sorreggono la vasca della splendida fontana dei Cavalli Marini a Villa Borghese; uno (ma non è marino) sta incastrato al centro delle rocce della celeberrima fontana dei Fiumi in piazza Navona; e uno, probabilmente il più fortunato di tutti, scalpita nella fontana delle Naiadi con una delle procacissime ninfe, quella degli Oceani, abbarbicata addosso.

CERVI
Leggenda vuole che un generale pagano di nome Placido intraprendesse una caccia di ristoro dalle fatiche della guerra, e che durante la caccia gli apparisse un cervo che sorreggeva tra le corna una croce d'oro. Convertitosi per quella visione al cristianesimo subì, col nuovo nome di Eustachio, martirio sotto Adriano; e Costantino volle ricordarlo erigendogli una chiesa sul luogo stesso del suo martirio. La chiesa è appunto quella di Sant'Eustachio, sormontata da una testa di cervo con la croce tra le corna, a ricordo della miracolosa apparizione.
Un'altra testa di cervo pressoché identica è scolpita sulla facciata della chiesa di San Pantaleo.

COLOMBA
Simbolo araldico della famiglia Pamphili o Pamphilj, di origine umbra, altra potentissima dinastia. La si scopre col ramoscello d'olivo nel becco in un bassorilievo in mezzo al tripudio di piante e animali della fontana dei Fiumi, commissionata da Innocenzo X, papa di riferimento, al Bernini; e anche sul retro della chiesa dirimpetto, Sant'Agnese in Agone, che fungeva praticamente da cappella privata della famiglia, e dove il papa è sepolto.  

DELFINI
In una città con centinaia di fontane sono sparsi dappertutto, spesso in compagnia di tritoni. Delfini abitano le già citate fontana dei Fiumi, fontana dei Tritone e fontana delle Naiadi; fungono da appoggio ai piè dei giovinetti della Fontana delle Tartarughe; si offrono allo sguardo stesi nella fontana di Piazza Colonna, eretti in quella di Piazza Nicosia, allegramente minacciosi in quella del Pantheon a Piazza della Rotonda, decisamente grotteschi in quella del bellissimo chiostro dell'antica certosa di Santa Maria degli Angeli, all'interno delle terme di Diocleziano...

ELEFANTI
Vale la pena menzionare almeno un paio di questi esemplari, uno molto noto, l'altro pressoché sconosciuto ai nostri giorni.
Il primo - il cosiddetto "Pulcino della Minerva", cioè "porcino", piccolo porco - è un elefantino di pietra posto dal Bernini a sostenere l'obelisco egizio al centro della piazza omonima, che ispirò nel Seicento un distico latino molto irriverente al poeta satirico Quinto Settano (pseudonimo, non c'è manco da sottolinearlo, di un tal monsignor Sergardi). Il poeta descrive così l'elefante, che volta le spalle all'ex convento domenicano della Minerva, e con la proboscide alzata sembra indicarsi le terga:Vertit terga Elephas, versaque proboscide clamat/Kiriaci fratres hic ego vos habeo che traslato suona: Col tergo volto l'elefante, e colla/proboscide rivolta gridar pare:/io v'ho, frati del Kirie, in quell'affare.
Il secondo, raffigurato in una metopa di palazzo Baldassini, è stato uno fra i più popolari personaggi della Roma del Rinascimento: si tratta dell'elefante Annone, donato a Leone X da un re di Portogallo, accolto con tutti gli onori e ospitato in Vaticano con ogni comodità. I romani correvano a migliaia ad ammirarlo, non potendosi capacitare "che una bestia fusse cusì mirabilmente grande". Ma nonostante la grande simpatia riscossa, e tutte le premurose cure di cui veniva fatto oggetto, l'elefante in capo a due anni morì, stroncato dal clima umido della città, compianto dal papa e dal popolo.

GATTI
A Roma, capitale del randagismo felino, ce ne sono a bizzeffe, guardati con rispetto e curiosità dai turisti, come se anch'essi facessero parte del pacchetto di cose artistiche da rimirare. Ben pochi, tuttavia, si saranno accorti della graziosa gattina di marmo a grandezza naturale, rinvenuta nel vicino tempio di Iside, e dunque "sacra", che occhieggia dall'alto di un cornicione sulla omonima via della Gatta e sull'attigua piazza Grazioli (e quante ne avrà viste da lì, poveretta, ai tempi del Bunga Bunga sul lettone di Putin...). 

LEONI 
Anche di questi non c'è penuria: basta volgere lo sguardo intorno e se ne incrociano magnifici esemplari. Rimarchevoli i due leoni egizi in basalto sulla cordonata del Campidoglio, che accolgono degnamente il visitatore all'accesso a quella ch'è una delle piazze più belle del mondo. Senza pace quelli delle fontane sotto l'obelisco di piazza del Popolo, perennemente invasi da screanzati turisti e residenti a cavalcioni. Si allungano placidi (copie ottocentesche degli originali cinquecenteschi) ai piedi dell'infelice obbrobrioso Mosé nella monumentale fontana dell'Acqua Felice. 

LUMACA
Ha anche lei - forse in copia ottocentesca dell'originale eseguito dall'Algardi su bozzetto del Bernini - la sua bella fontana: originariamente destinata a piazza Navona, forse perché ritenuta troppo piccola fu presto sostituita con quella del Moro, e spostata dalla "Pimpaccia", Donna Olimpia Maidalchini Pamphili, nella Villa del Belrespiro, oggi Villa Pamphili, dove è allocata tuttora. 

ORSI
Non c'è traccia di orsi in Via dell'Orso, sita in Rione Ponte, uno dei più affascinanti e caratteristici di Roma. Ci sono due bassorilievi di leoni, invece: uno dei quali, probabilmente scambiato per orso, ha forse dato il nome alla strada. C'è invece nella prospiciente via di Monte Brianzo una fontana a forma di testa d'orso: la fontana dell'Orso, appunto. E c'è all'altro angolo, in Via dei Soldati, la superba Hostaria dell'Orso, frequentata da Dante e da altri insigni quali Rabelais, Montaigne, Goethe, luogo di mistero per il rinvenimento, durante i lavori di restauro del 1936, in una caditoia medievale murata sporgente sul suo fianco, dello scheletro di un giovane trapassato forse secoli prima.
E due orsi sono ancora visibili in alto sulle mura di Palazzo Taverna a Monte Giordano, nel cuore del quartiere barocco: era dalle loro bocche che, con elegante e impressionante effetto scenografico, zampillava l'acqua nella sottostante fontana, attiva ancora oggi.

PASSERA
Questa è una piccola facezia: le passere in senso ornitologico non c'entrano. C'è a Roma una misteriosa Santa Passera che dà il nome ad una via e ad una chiesa senza esser mai esistita. Si tratta in realtà di un Santo Abate di origine orientale, San Ciro, passato attraverso una bizzarra serie di corruzioni popolaresche: San Abate Ciro, Sant'Abbaciro, Sant'Appasiro, Sant'Appacero, San Pacero, Santa Pacera, Santa Passera. Meglio del gioco del telefono che facevamo da bambini.

PESCI
Sulla seconda rampa di scale del Palazzo dei Conservatori, in Piazza del Campidoglio, una lapide rammenta che i pesci che superavano il metro e i tredici centimetri di lunghezza dovevano essere decapitati, "fino alle prime pinne incluse" e le loro teste - oggi accantonate come rifiuto, ma allora considerate la parte più saporita - donate a questi magistrati amministratori. Ogni contravvenzione alla norma comportava una multa di dieci fiorini d'oro. Il medesimo concetto ribadisce l'altra lapide ora sulla chiesa di Sant'Angelo in Pescheria, al Portico D'Ottavia, ch'era sede del mercato del pesce. I bassorilievi delle lapidi rappresentano storioni, specie ora presente solo nelle acque del Po, ma che nel Medioevo era vivente anche nell'ancora biondo Tevere.

RANA
Una leggenda medioevale piuttosto diffusa attribuisce un falso etimo al termine "Laterano" che nomina il luogo dove sorge la basilica di San Giovanni. Nerone, avendo esaurito ogni possibile esperienza efferata, concepì l'inaudito desiderio di poter partorire. I medici incaricati di provvedere, gettati in prigione e minacciati di morte per il loro comprensibile tergiversare, ricorsero infine all'espediente di fargli bere un beverone contenente una piccola rana. L'anfibio, cresciuto, fu poi fatto uscire dal corpo dell'imperatore tramite la somministrazione di un potente emetico. Alla rana, "nata" viva e vegeta, fu assegnata dal felice padre una nutrice: le furono dati per compagni i figli dei più gran principi di Roma, e venne mandata in giro su un carro d'argento con le ruote d'oro, tempestato di gemme. Ma quando il carro giunse su un ponte, la rana balzò nel Tevere e sparì. Nerone, furente, mandò a morte la nutrice chaperon e quindici figli di principi, i cui padri si ribellarono sconfiggendo l'odioso e folle tiranno, che si fece uccidere da un suo capitano. Dopo di che i principi vincitori costruirono il Laterano, in ricordo della rana lata, cioè portata in seno, dal defunto imperatore.

SALAMANDRA
Risalta in un tondo sulla facciata di S. Luigi dei Francesi. Erutta fiamme e ha una corona in testa: è infatti l'impresa - personale, non lo stemma di famiglia - di Francesco I, grande e libertino re di Francia.

SCROFA
E' raffigurata nel piccolo e assai deturpato bassorilievo che si trova murato sulla via a cui dà il nome: anticamente gettava acqua dalla bocca e faceva parte della fontanella che ora si trova sull'angolo della via stessa.

SERPENTI
Ornano anch'essi varie fontane: nell'onnipresente fontana dei Fiumi ce ne sono due. Quello di terra striscia nella parte più alta, mentre quello di mare nuota con la bocca aperta, fungendo così da inghiottitoio delle acque. 
E ad un serpente è collegato un altro mito. Nel 462, imperversando nella città una pestilenza, dieci commissari romani si recarono ad Epidauro a chiedere un responso ad Esculapio, dio della medicina. Mentre la loro nave era ancorata in porto un grosso serpente uscì dal tempio, strisciò per le strade e salì sul vascello. Sicuri che questo fosse l'auspicio invocato, i commissari ripartirono, risalendo il Tevere. Arrivati nei pressi dell'isola Tiberina, il serpente si gettò dalla nave sull'isola. Fu edificato allora sull'isola, conformata con blocchi di travertino come un barcone, con un obelisco al centro a simulare l'albero maestro, un tempio ad Esculapio, L'isola divenne così luogo di cura; e anche di guarigione, a giudicare dagli ex voto di terracotta rinvenuti, Utilizzata ancora come lazzaretto ai tempi della peste che imperversò a Roma sotto Alessandro VII, ospita ancor oggi uno degli ospedali più antichi e rinomati della città, il Fatebenefratelli. 

TARTARUGHE
Ornano la deliziosa fontana loro omonima in Piazza Mattei, costruita, dice la voce di popolo, in una sola notte da uno dei duchi Mattei per far colpo sul padre della sua prescelta sposa. Tolte dalla fontana durante il periodo bellico per evitare che si sbriciolassero in qualche bombardamento andarono, ovviamente, perdute. Miracolosamente rinvenute nel negozietto di un robivecchi, vennero ricollocate al loro posto, senza però trovar pace. Dopo l'ultimo furto di una di loro, nel 1979, vennero definitivamente sostituite da copie. I tre originali superstiti sono ora conservati nei Musei Capitolini.

VACCHE
A testimonianza della paradossale coesistenza degli opposti a Roma, tra il '500 e il '600 sorse, negli immediati paraggi di piazza Navona, in un vicolo per tal ragione chiamato vicolo delle Vacche, una stalla dove un ingegnoso contadino, antesignano della filiera corta, mungeva gli animali distribuendo direttamente il latte agli acquirenti. 

Finisce qui il breve dossier sugli animali, reali o immaginari, legati alla vita antica di Roma. Dei coabitanti di oggi - piccioni, cornacchie, storni tiratori di precisione, spaventosi gabbiani assassini cannibali, ratti di fogna infestanti senza eccezioni ogni quartiere della città - qualcuno forse, chissà, farà un articolo nei secoli a venire...


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​ Nelle foto: Fontana dell'Aquilone nei Giardini Vaticani; Fontana delle Naiadi, particolare della Ninfa degli Oceani; Orso sulle mura di Palazzo Taverna.