I somari non sono somari

di Ciccio Schembari

Tre aneddoti per una conclusione

Non è vero che i somari, gli asini, sono somari. Non è vero che non capiscono nulla, eppure per dire che una persona non capisce nulla si dice che è un somaro e una volta, quando, come tanti sono soliti dire, la scuola era seria e buona (per me la scuola non è stata mai né seria né buona e non lo sarà mai), certi maestri avevano un paio di orecchi da somaro e lo mettevano in testa a quei ragazzini che non avevano fatto i compiti. Guarda caso sti ragazzini erano sempre e solo figli di povera gente. Io pure non facevo i compiti, anch’io a scuola ero somaro ma, per fortuna, capitai una maestra che, a me e a quelli come me, invece di metterci in testa le orecchie da somaro ci portava a casa sua e ci faceva fare, ogni tanto i compiti scolastici, ma principalmente i servizi casalinghi dallo spazzare, al passare lo straccio, al cucinare, al lavare la biancheria. . . insomma tutto quello che c’era da fare in casa. Le madri erano contente perché ci toglievamo dalla strada (all’epoca non c’erano le macchine e si giocava in mezzo alle strade) e imparavamo a fare i servizi. 
Ma torniamo ai somari che non sono somari. Io lo affermo non da scienziato che non sono affatto scienziato ma da intellettuale ruspante ovvero che ruspa una cosa qua e una cosa là e ne tira delle riflessioni. Perciò vi racconto tre mie esperienze con i somari e valutate voi la fondatezza della mia conclusione che i somari non sono somari. Un giorno mio padre mi lasciò in una stradina di campagna col carro trainato da un’asina. Avevo cinque o sei anni. Ero a terra e pensai di salire sul carro ma, essendo piccino, non ero capace di salire di davanti, dalla parte delle aste e dove potevo tenere le redini in mano e l’asina agli ordini. Riuscivo invece a salire da dietro e, però, le redini non ci arrivavano. L’asina capì la mia difficoltà e decise di ostacolarmi e perciò mentre tentavo di salire da dietro si metteva a camminare. Dalla parte anteriore avevo le redini ma non ero capace, dalla parte posteriore ero capace ma l’asina mi metteva in difficoltà. Un bel problema! Ebbi un’idea, legai le redini al pomello della sponda del carro e salii da dietro, poi – mi dissi – prendo le redini e fermo l’asina. Così feci, salii da dietro, la somara si mise a camminare, le redini si sciolsero e mi trovai sul carro con la somara che correva ed io impotente. Una situazione di pericolo che non finì male solo per il pronto intervento di un garzone.
Un’altra volta, ero già grande, al liceo (dovete sapere che io, sempre senza studiare, a scuola andavo avanti, perché non è vero che per andare avanti a scuola è necessario studiare) e sapevo guidare bene il calesse e il carro e mio padre me li affidava tranquillamente anche per andare dalla campagna a Ragusa e viceversa. Sia col carro scarico sia col carro carico. Carico di paglia non imballata, ché all’epoca non c’erano le trebbiatrici meccaniche, ma messa dentro i linzola, i lenzuoli fatti di rete di corda. Si riempivano di paglia a mano e ne veniva fuori un bell’uovo di circa 150x70 cm e del peso, ciascuno, di oltre 60 kg. I carrettieri professionisti arrivavano fin oltre i 100 kg. Sul carro se ne mettevano cinque: tre di sotto – due di taglio, quello davanti fin quasi al culo della bestia e quello dietro, e uno in mezzo – e due di sopra. Oppure carico di fasci di frasche (fascine di rami d’ulivo o di carrubo). Se ne mettevano parecchi di fasci avendo cura che l’ultimo di sopra e davanti fosse di fieno per poterci stare seduti con comodità. Erano specie di montagne mobili ed io messo sopra a guidare l’animale che trainava. Si portavano al paese le frasche per ardere, infuocare, il forno per cuocere il pane e la paglia per le bestie perché tutti i fine settimana il rientro in città dalla campagna avveniva col carro e ogni casa aveva la stalla. Anche il palazzo della marchesa Schininà, in Via Roma, aveva la stalla e il massaro fittavolo della tenuta di Magnì, ogni sabato, portava, dalla campagna, quello che aveva da portare alla marchesa, liberava l’asina dal carro e la lasciava là. Questo durò anche dopo che palazzo e tenuta furono donati alla chiesa per ottenere la diocesi e il palazzo diventò sede vescovile e seminario. Ma torniamo a me e alle somare. Io per guidare il carro, ero al pieno della professionalità ma non avevo mai guidato l’aratro. Non è la stessa cosa. Nel carro si ha un sola bestia e due redini, destra e sinistra, non solo ma anche per frenare o stimolare, incitare o dare appoggio, la comunicazione con la bestia è più diretta, più facile. Nell’aratro hai due bestie e solo due redini. È un’altra cosa ed io, per via che in autunno andavo a scuola, non avevo pratica di aratri. Una volta però mi trovai nei campi e c’erano due aratri, uno tirato da due cavalle e l’altro da due asine. Prima provai con quello delle cavalle. Queste capirono immediatamente che non ero capace e perciò presero a camminare lentamente e con comodo, ignorando i miei vani tentativi di stimolo. Mi sentii impotente! Poi provai con quello delle somare. Anche queste percepirono immediatamente la mia incapacità, si guardarono negli occhi e si misero a correre forte al punto che non riuscii né a fermarle né a star loro dietro e fui costretto a mollare l’aratro. Allora si fermarono soddisfatte, si guardarono negli occhi: l’abbiamo fottuto!!! Mi sentii più somaro delle somare!!!
Sempre nel periodo del liceo – avevo visto i film cogl’indiani – mi dilettavo di cavalcare senza usare capestro e briglia. Avevo una piccola verga e ciò bastava. Con la cavalla, nessun problema, né di direzione né d’altro. E anche con la somara, nessun problema. Ma la somara non sopportava la cosa e cercava come disarcionarmi. Ci provava ogni vota, ma io le facevo capire che non c’era nulla da fare e filava dritto, tranne nto varu, in prossimità cioè del varco nel muro di pietra a secco che separa una chiusa dall’altra. Il varco è stretto e indicare la direzione più difficile. Nel tragitto c’erano tre varchi e, a ogni varco, l’asina faceva la gnorri mettendosi a girare su se stessa e cercando di sbattermi a terra. Tutte le volte! Ed io, tutte le volte, con l’aiuto della piccola verga cercavo di farle prendere la direzione giusta e lei si metteva a girare nell’altro senso. Io correggevo e lei cambiava senso. Andavamo avanti per un bel po’, in un senso e nell’altro, fino a quando riuscivo a non darle spazio alcuno per fare la gnorri e la costringevo a imboccare il varco. Riuscii sempre a restare a cavallo e a farle imboccare il varco! E lei sempre, ogni vota e a ogni varco, attaccava a camurria, la scocciatura. Ora che ho scritto questo ricordo mi sorge un dubbio: la somara, a ogni varco, faceva sta camurria perché male sopportava avermi a cavallo o perché le piaceva, come piaceva a me, questo gioco del girare su se stessa?! 
Ecco perché sostengo che i somari non sono somari!!!