C’era una volta

di Carlo Poerio

Una storia che ha come protagonista la natura

Guarda la natura da questo prato, guardala bene e ascoltala. Là il cuculo, negli alberi tanti uccellini - chi sa chi sono? - coi loro gridi e il loro pigolio, i grilli nell’erba, il vento che passa tra le foglie. Un grande concerto che vive di vita sua, completamente indifferente, distaccato da quel che mi succede, dalla morte che aspetto. Le formiche continuano a camminare, gli uccelli cantano al loro dio, il vento soffia.
Tiziano Terzani

C’era una volta ed era maggio. Passeggiavo in giardino quando lo sguardo fu attratto da Stella, distante da me una decina di metri. Temibile cacciatrice quando era giovane, se assumeva la tipica posizione del felino che punta la preda, anche ora che di anni ne aveva parecchi c’era da temere per qualche uccellino. S’era acquattata nell’erba, dietro un masso, immobile guardava davanti a se. Muoveva ritmicamente la mandibola, emettendo quei versi tipici dei gatti quando puntano la preda e già immaginano di azzannarla. Bilanciava il suo corpo sulle zampe posteriori, con cura e lentamente si preparava alla corsa. Cercai nella stessa direzione in cui lei guardava e vidi qualcosa tra l’erba che mi sembrò un piccione. Non avrei assistito inerme alla sua cattura e mi affrettai ad intromettermi tra lei ed il pennuto. Il quale, invece di volare via, mi venne incontro saltellando nell’erba, becco spalancato. Emetteva dei versi che non erano affatto quelli di un piccione! Stavamo assistendo ad una scena talmente surreale che Stella, come me, rimase interdetta e si rizzò sulle zampe anteriori, guardando nella mia direzione. In quel momento, nei suoi occhi credo d’aver captato la domanda "ma il pennuto è scemo o suicida"? Avanzai ancora, timoroso che Stella potesse riprendersi dall’attimo di stordimento e ghermirlo. Me lo ritrovai  tra i piedi e per nulla intimorito, becco spalancato e cra cra disperati. Era un piccolo di cornacchia, probabilmente caduto dal nido. La portai in casa e deciso a non sfidare oltre la sorte la misi in una gabbia al riparo da Stella, dove continuò a gracchiare come un’ossessa. Pensando avesse fame, improvvisai un pastone d’emergenza: carne per gatti e mela grattugiata. Era fame vera! Accolse quell’intruglio dalle mie mani senza alcuna esitazione e, una volta sazia, dopo una breve toeletta si addormentò. Decisi di chiamare un amico veterinario per avere consigli su come comportarmi. Appresi che avevo a che fare con un piccolo Corvus Cornix Linnaeus, una cornacchia grigia. Uccello onnivoro, divora qualsiasi cosa sembri commestibile al punto da essere soprannominato spazzino dell’aria. Non era difficile allevarlo ma se un giorno l’avessi voluta liberare, dovevo avere l’accortezza di non socializzare troppo con la stessa. Poteva diventare dipendente da me e non tornare più quell’essere selvatico e libero che era, nel momento in cui era nata. Decisi che mi sarei preso cura del pennuto finché non fosse stato in grado di volare e tornare libero. Due anni prima avevo svezzato un piccolo di merlo e non era stato difficile in quell’occasione. Dopo un paio di mesi e qualche lezione di volo personalmente impartita tra le mura domestiche, lui era tornato libero nei boschi intorno casa ed a me era rimasto il ricordo di una bella esperienza. La chiamai Cornelia, senza sapere se fosse maschio o femmina. Apprezzava molto la mia cucina e perfezionai il menù con pastoni proteici e ricchi di minerali e vitamine, acquistabili nei negozi specializzati. Erano trascorsi una decina di giorni tra alzatacce al mattino e continue corse tra casa ed ufficio per dare da mangiare a Cornelia, quando in giardino trovai un altro piccolo di cornacchia. Diversamente da quanto fatto da Cornelia, provò a scappare. Non sapeva ancora volare e valutai che il giardino, frequentato dai miei gatti ma anche da quelli del vicinato, non era per lui un luogo sicuro. Inoltre, come avvenne con Cornelia, nei paraggi non c’erano altre cornacchie a difenderlo. Le cornacchie grigie vivono in piccole comunità e sono territoriali. Pertanto difendono gli appartenenti del loro gruppo da altri animali predatori, umani compresi. Non fu difficile catturarlo e lo misi insieme a Cornelia, la quale accettò di buon grado il nuovo arrivato. Gli diedi nome, Cornelio. Dopo un’iniziale momento di diffidenza, Cornelio capì che tra il morire di fame e l’accettare il cibo che gli offrivo, era preferibile la seconda opzione. Non è un caso che le cornacchie siano considerate animali molto intelligenti.
Mi resi conto, però, che la gabbia che in un primo momento aveva ospitato Cornelia era troppo piccola e che, soprattutto, non permetteva un minino di esercizio al volo. Decisi quindi di costruirne una più grande, ricavata nel vano di una legnaia. La nuova dimora, arredata con alcuni robusti rami tra i quali volare, fu molto gradita. In breve tempo Cornelio iniziò a mangiare da solo, prendendo il cibo da apposite vaschette posizionate all’interno della voliera. Cornelia invece continuava a riceverlo dalle mie mani e, in breve tempo, con la stessa si instaurò un rapporto speciale d’affetto che facevo fatica a nascondere. Sembrerà assurdo ma spesso avevo l’impressione che volesse comunicare con me, attraverso quei suoi occhi neri ed espressivi ed i versi sommessi che faceva quando mi vedeva oppure era soddisfatta del pasto che le avevo somministrato. Per questo, combattuto tra l’inevitabile sopraggiungere dell’affetto e la necessità di non farla affezionare a me, confidavo che la costante presenza e diffidenza di Cornelio nei miei confronti fosse d’esempio alla stessa e favorisse una sua maggiore autonomia. Tutto procedeva per il meglio quando, una mattina, la normale routine fu sconvolta da un evento inaspettato. Avevo dato loro da mangiare e stavo facendo alcuni lavori in giardino, proprio in prossimità della voliera. Fu solo un’impressione, l’attimo impercettibile di un evento che stava accadendo. Una cornacchia era caduta sul pavimento della voliera. Non volata ma caduta. Bastò per allertarmi. Mi avvicinai e vidi Cornelia che non riusciva a reggersi sulle zampette, aveva le ali semiaperte ed era in evidente difficoltà. La raccolsi e la portai in casa, adagiandola su un morbido panno inserito in una scatola di cartone. Non riuscivo a capire cosa stesse accadendo ma era chiaro che più passava il tempo, più stava male. E poi, ancora quegli occhi neri che mi fissavano e che, in quel momento, stavano chiedendo aiuto. Chiamai il mio amico veterinario il quale, dopo un rapido giro di telefonate, mi indicò una clinica veterinaria dove c’era un suo collega esperto ornitologo. Questi, da me preventivamente chiamato e sentita la sommaria descrizione del malessere che aveva colpito Cornelia, mi consigliò di portare le due cornacchie presso la clinica. Una volta visitata Cornelia che nel frattempo s’era sensibilmente ripresa e fatte alcune analisi di laboratorio, arrivò la diagnosi e le brutte notizie. Era affetta da una forma di vaiolo che colpisce gli uccelli, soprattutto quelli nati da poco, causata dalla puntura di zanzare infette o perché nutriti, dalla madre, con insetti contaminati. Il veterinario si rese conto che lo guardavo preoccupato e capì subito la natura della mia inquietudine. Mi rassicurò dicendo che era una malattia non contagiosa per l’uomo e neanche per gli animali domestici che non fossero, ovviamente, altri uccelli. Per questi ultimi, invece, poteva essere mortale. Le buone notizie arrivarono subito dopo. Poteva essere curata e mi prescrisse la terapia, da estendere anche a Cornelio. Avrei dovuto somministrare loro, ogni giorno, un antibiotico ed un disinfettante intestinale. Inoltre dovevo sottoporle ad una terapia a base di inalazioni, con un composto da lui preparato. Nell’apprendere la natura di quest’ultima cura devo aver nuovamente guardato il veterinario in maniera perplessa perché lo stesso, dopo aver sorriso, mi disse che la cosa era fattibile e relativamente facile. Mi sarei dovuto procurare una scatola abbastanza capiente da contenere le due cornacchie. Alla stessa avrei dovuto praticare un foro nel quale infilare l’erogatore dell’apparecchio per le inalazioni. Una volta sistemate le cornacchie nella scatola, chiusa la stessa ed avviato l’apparecchio, al suo interno si sarebbe diffuso il vapore benefico che avrebbero inalato e si sarebbe depositato sulle piume dei due uccelli, curandoli. Seguirono due settimane particolarmente faticose.
Cornelia fu una paziente meravigliosa, quasi capisse che ciò che facevo era per il suo bene. Accettava la pallina di carne tritata dove avevo nascosto l’antibiotico; prendeva l’antiparassitario intestinale che le davo aiutandomi con una pipetta per liquidi; si faceva mettere nella scatola per le inalazioni senza fare capricci. Con Cornelio, invece, fu l’esatto contrario. Le palline di carne, tra cui quella con l’antibiotico, dovevo metterle in una vaschetta dove lui, se voleva farmi il favore, sarebbe andato a mangiare. Per somministrare l’antiparassitario e sottoporlo alle inalazioni, invece, dovevo per forza catturarlo perché lui non era per nulla convinto che dovesse bere quel liquido da una pompetta che cercavo di infilargli nel becco e, ancor meno, di farsi chiudere in una scatola. Cornelia migliorò velocemente e, dopo un paio di settimane, il veterinario che l’aveva visitata la prima volta accertò che era perfettamente guarita. Anche Cornelio non aveva segni della malattia. In poco più di un mese erano cresciute parecchio ed il piumaggio che ricopriva il corpo e le ali era diventato scuro e lucente. Erano, in effetti, belle. Tuttavia mentre Cornelio s’era subito affrancato da me nel mangiare e dimostrava notevoli doti di volo, anche se nel chiuso della voliera, Cornelia non accennava ad essere indipendente e non volava. Dovevo forzarla ad acquisire maggiore indipendenza e decisi che, gradualmente, avrei modificato alcune abitudini nell’allevarla e le avrei impartito delle lezioni di volo. Iniziai alternando i pasti che riceveva direttamente da me, con altri che le fornivo riempiendo le apposite vaschette. Dapprima rimase impassibile a questa seconda opzione. Quando entravo nella voliera saltava sulle mie braccia o sulle spalle ed attendeva che l’imbeccassi. Poi non saprei se per fame, per curiosità o perché iniziò ad imitare Cornelio, con il passare dei giorni cominciò a cibarsi anche da sola. Per le lezioni di volo fu più complessa. Avevo notato che non aveva nessuna capacità di volare ed anche affrontando brevi saltelli tra un ramo e l’altro della voliera, spesso perdeva l’equilibrio e planava sul pavimento. Più che volare, si arrampicava sui rami. Subito fuori dalla voliera attrezzai alcuni trespoli collocati a distanza variabile tra loro, fatti con rami di diversa grandezza. Ad opera completata, i miei vicini ribattezzarono l’area come il parco giochi per cornacchie.
Che emozione e quanta paura provai la prima volta che la portai fuori dalla voliera. Lasciai Cornelio nella gabbia, forse illudendomi che Cornelia non si sarebbe allontanata dal suo simile. Ancora una volta fui assalito da quella strana impressione che capisse cosa stesse accadendo e il perché. Salì docile sulla mia mano e cominciò a guardare, curiosa, il mondo fuori dalla voliera. La portai su uno di quei trespoli e lei, eccitatissima per questa nuova condizione, con brevi saltelli tra un ramo e l’altro cominciò la sua nuova avventura. Di giorno, quando ero a casa, la portavo nel "parco giochi", assistendola costantemente ma discretamente. Spesso dovetti soccorrerla dopo rovinosi atterraggi. Altrettando spesso dovetti incoraggiarla a tentare brevi voli da un ramo all’altro. La sera, invece, la portavo nuovamente nella voliera, dove trascorreva la notte al sicuro ed insieme a Cornelio. Fu un periodo ricco di emozioni e, con il passare dei giorni, ebbi l’impressione che fosse contenta quando la portavo fuori dalla gabbia perché, come fossero fusa, strofinava il suo becco sulla mia guancia ed emetteva impercettibili suoni vicino al mio orecchio. In breve tempo iniziò ad effettuare qualche volo più ardito e più alto che io vivevo con ansia, temendo potesse farsi male e perché, nel frattempo, era subentrata la paura di perderla. Nonostante i mie sforzi per farla tornare libera, mi stavo affezionando a quell’esserino. Altro momento commovente fu quando scoprì il suo primo temporale. Arrivò improvviso, in un caldo pomeriggio estivo. L’avevo lasciata che riposava su uno dei suoi rami preferiti, sul quale si posava per prendere il sole. Avevo imparato anche questo allevando le due cornacchie: amano prendere il sole. Arruffano le penne del corpo ed aprono le ali, offrendo il loro corpo ai caldi raggi solari. Ero in casa e quando arrivò il temporale mi precipitai in giardino, preoccupato per una sua possibile reazione spaventata. Invece lei eri lì, sul ramo, le penne arruffate ed il becco all’insù che guardava, meravigliata e curiosa, il cielo da cui scendevano quelle calde gocce che la bagnavano. Rimasi vicino a lei, affascinato dal suo comportamento, durante quel breve temporale estivo. E venne il giorno che decisi di vedere come si sarebbe comportato Cornelio fuori dalla voliera.
Volevo tenere e due cornacchie il più a lungo possibile insieme perché non confondessero la loro vera natura con la mia. Tuttavia non potevo continuare a tenerlo chiuso in quella gabbia perché immaginavo ne soffrisse. Quindi, se fosse rimasto nel "parco giochi", avrebbero continuato l’avventura insieme. Aprii la voliera e Cornelia, come al solito, volò su un ramo che era in prossimità della stessa. Quel gran farabutto di Cornelio, invece, con mia gran meraviglia spiccò il volo deciso, puntò in alto e si diresse verso i boschi che circondano casa. Fu un lungo volo e, alla fine, scomparve alla mia vista. Guardai Cornelia ed in quel momento ebbi la sensazione che fosse meravigliata quanto me. Cornelio non tornò più. Era forte ed autonomo, aveva dimostrato che sapeva volare, gli augurai buona fortuna. Però fui contento che Cornelia fosse ancora lì. Cornelia che sempre più spesso sorprendevo a guardare le altre cornacchie che volteggiavano alte nel cielo oppure i rami delle grandi querce che ci sono in giardino. Agitava le ali senza lasciare, tuttavia, il ramo su cui era poggiata. Sapevo che il giorno che l’avesse abbandonato sarebbe tornata libera. Quel giorno si stava avvicinando ed al solo pensiero stavo male, anche se mi dicevo che dovevo accettarlo. Passavano i giorni e lei stava cambiando, non era più la cornacchia piccola, goffa e affamata che avevo raccolto in giardino. Le sue ali erano forti, le piume di un bel nero lucente ed il dorso di un grigio ben definito. Era bella, snella ed elegante ed io ero felice di vederla così. Il giorno che temevo arrivò un pomeriggio di fine estate. Dovevo allontanarmi da casa e, in mia assenza, volevo saperla al sicuro nella voliera. Tutto accadde in un attimo che non dimenticherò mai. Lasciò il ramo su cui s’era sistemata e volò su una mia spalla. Per un lungo momento il mio orecchio fu invaso dai suoi versi sommessi, mentre strofinava il suo becco sulla mia guancia. Subito dopo spicco il volo, raggiungendo un ramo di una grande quercia. Rimasi immobile, in preda al panico. Lei, invece, da lassù mi guardò felice ed eccitata. La seguii tutto il pomeriggio mentre lei, prima timorosa e poi sempre più sicura, volava tra un ramo e l’altro, tra una quercia e l’altra del giardino. Stava scoprendo un mondo che ancora non conosceva ed era, lo vedevo, eccitatissima. Con l’approssimarsi della sera e del buio pensai che sarebbe tornata a mangiare e, invece, la persi di vista. La notte fu un incubo, con i pensieri e le paure che si sovrapponevano tra loro. Avrebbe incontrato pericoli? Si sarebbe allontanata? Di buon mattino uscii in giardino e la chiamai. Mi rispose il suo verso e guardai in alto, felice che fosse ancora nel giardino. Era sulla sommità di una grande quercia e non scese come speravo. Rimase lì e per tutto il giorno volò da un albero all’altro, con voli sempre più lunghi. Con l’approssimarsi della sera la vidi spiccare un ultimo, lunghissimo volo. Aveva scoperto cosa vuol dire volare, aveva provato la sensazione dell’aria tra le ali e di guardare il mondo, piccolo piccolo, sotto di lei. E’ una felicità che non le avrei mai negato, anche se questo ha significato perderla. Era libera.

Nella sua arroganza l’uomo attribuisce la propria origine a un piano divino; io credo più umile e verosimile vederci creati dagli animali
Charles Darwin