L'animale indispensabile

di Amalia Cornale

Tra neuroscienza e il cinema di Woody Allen

“Ansia, incubi, un esaurimento nervoso: c'è un limite ai traumi che una persona può sopportare prima di mettersi a urlare in mezzo a una strada”.

Le ricerche sul cervello lo dimostrano: siamo costruiti per decidere e i meccanismi con cui mettiamo insieme interno (il nostro io) ed esterno (il mondo) sono diventati sempre più complessi grazie all’evoluzione (1). Ma siamo davvero così evoluti? Quanto istinto animale c’è ancora oggi nelle decisioni che prendiamo? Quante volte perdiamo il controllo e facciamo cose che “non sono da noi”? E ancora: cedere ad un impulso istintivo è un bene ( sempre, mai, talvolta? ) o un male?
Le neuroscienze hanno ampiamente dimostrato che il cervello emotivo contribuisce alla decisione, ma ancora non è chiaro se lo fa in contrapposizione o in cooperazione con il cervello razionale. Secondo un’altra teoria prendiamo senz’altro decisioni in funzione di ricordi, bisogni del momento, emozioni e motivazioni ma alla fine spesso ci ritroviamo (non senza meraviglia o sgomento) ad essere spettatori della decisione, che viene presa da una sorta di “doppio”che abita nel nostro cervello (2). A volte quindi possiamo trovarci nella paradossale situazione in cui, razionalmente, non operiamo alcuna scelta ma poi ci troviamo a pagare il conto per una decisione che, nel frattempo, il nostro “doppio” ha fatto materializzare. Prima di pensare di essere pazzi o posseduti, poniamoci una semplice domanda: siamo consapevoli che la nostra necessità di controllare razionalmente tutto ci impone di sotterrare, o addirittura negare, la nostra parte primitiva, istintuale, animale? E siamo consapevoli che meno maneggiamo questa scomoda e stonata partitura meno sapremo essere in armonia con il nostro essere, con gli altri e col mondo ? E come pensiamo di farla franca? Davvero pensiamo che a un certo punto, da qualche parte, questo istinto primordiale non emergerà in tutta la sua violenza?
I film di Woody Allen danno sempre eccellenti risposte alle teorie dei neuro-scienziati, alle domande degli antropologi e agli eventuali dubbi di noi miseri mortali. Blue Jasmine non fa eccezione, a maggior ragione dell’accresciuto interesse del regista verso i meccanismi chimico-fisici che sovrintendono il funzionamento del cervello umano e che possono spiegare, di conseguenza, i comportamenti sempre più sconcertanti della cosiddetta “civiltà”umana. Questa lettura, che si somma alla chiave psicanalitica ridotta ormai a impercettibile – ma sempre sublime-sottofondo musicale, rende perfettamente la modernità dei conflitti dei personaggi. L’attrice Cate Blanchett (Oscar strameritato! Come si fa ad interpretare un’alcolizzata impasticcata, in pieno delirio psichico senza esserlo veramente?) è Jasmine, un’elegante donna dell’alta borghesia newyorkese alle prese con il crollo totale della sua vita e del suo sistema nervoso. Da una vita di lussi e agiatezze si ritrova, per una decisione meramente istintuale presa durante una lite con marito, ospite della sorellastra a San Francisco. Nonostante le crisi di adattamento allo squallore della lower class della West Coast, Jasmine è determinata a ricostruire la sua vita e, malgrado le massicce dosi di Xanax e vodka Martini, a un certo punto sembra quasi potercela fare. Ma è qui che subentra il suo “doppio” o la sua amigdala, secondo le teorie. Proprio quando incontra la “persona giusta”, proprio quando può dare una svolta alla sua vita Jasmine decide di mentire, di distorcere e imbellettare la sua vita precedente agli occhi dell’uomo che si sta innamorando di lei. Come in tutti i film di Allen, al culmine del crescendo emotivo ci ritroviamo in ginocchio a implorare il protagonista di fermarsi, di riflettere, di prendere un respiro e cogliere quello che a noi appare chiarissimo per poter evitare il peggio. Ma in Blue Jasmine percepiamo la caduta in tutta la sua ineluttabilità. Jasmine vuole cambiare il suo vuoto, patetico passato senza cambiare se stessa e i suoi canoni (ma potrebbe? Maturare la consapevolezza dell’inutilità della sua stereotipata vita precedente non le sarebbe quasi certamente fatale?), e a nulla vale la delirante “confessione” davanti ai nipotini, unico momento in cui sembra esserci spazio per un’elaborazione o una presa di coscienza (non era tonta! Aveva fatto finta di non vedere!) La trama tocca infine il punto di non ritorno e dalla vetrina del gioielliere (dove sta per scegliere l’anello di fidanzamento) Jasmine si ritroverà, devastata e sola, sul ciglio dell’autostrada. In una manciata di secondi Jasmine si lascia sfuggire la situazione di mano, perde nuovamente e totalmente il controllo di sé e rovina tutto. Allen stavolta non concede Match Point alla sua protagonista, nessun colpo di fortuna assiste l’ingannatore di turno. Jasmine vuole a tutti i costi salvarsi ma rimane intrappolata nel suo personale e infernale schema (certamente aggravato dagli effetti infausti dell’abuso di alcool e psicofarmaci) e paga un conto salatissimo. Il film si chiude amaramente lasciandoci pieni di dubbi su come avremmo agito noi se fossimo stati nei panni del protagonista, e invece di cadere in facili – alias razionali- trappole autoassolutorie, faremmo bene a focalizzare quanto sappiamo veramente della nostra parte animale e quanto – pericolosamente-compressa la stiamo tenendo mentre procediamo nelle nostre vite.

___________
Note:

[1] La scienza della decisione . Alain Berthoz.
[2]La semplessità. La Vicariance. Etienne Koechlin