Le riflessioni di un grafomane

di Saro Distefano

Quanto ancora scriverò? Fin quando ne sarò capace e fin quando esisterà il nostro mensile

Se l’archivio di Operaincerta funziona (lo cura Blangi? mah…), allora se ne ricava che chi firma non è collaboratore sin dalla fondazione del nostro mensile online. E questo lo sapevo. E se quell’archivio funziona davvero ho altresì scoperto che il mio primo articolo è apparso su queste colonne (per un giornale non cartaceo si potrà dire ancora così?) nel gennaio 2007, numero 18, dal tema “Pubblicità padrona”.

Sono quindi trascorsi poco meno di sette anni dall’inizio della mia collaborazione. E posso vantarmi, vana gloria si dirà, di non aver perso un numero, uno solo, da allora ad ora. Anche con un solo articolo (ma in certi numeri ne ho firmati anche sette) su Operaincerta la mia firma c’è sempre stata. Lo sottolineo per evidenziare sostanzialmente due cose: la evidente mia malattia, si chiama grafomania, e la dose industriale di tolleranza e sopportazione del direttore La Monica (che, per la cronaca e per bene indirizzare chi volesse conto e ragione, ha anche la diretta responsabilità di avermi coinvolto nel progetto), che continua a darmi quella ingiustificata e mal riposta fiducia che da direttore “responsabile” dovrebbe ponderare con maggiore cura.
Aggiungo che l’aver scoperto essere di quasi sette anni la mia collaborazione mi ha stranito non poco: pensavo fossero tre o quattro gli anni del mio impegno con Operaincerta. Cosa significa questo: beh, lo sanno tutti, significa che questi anni sono trascorsi velocemente e quindi, evidentemente, bene. Meglio così.
Quanto ancora scriverò? Fin quando ne sarò capace (intendo in questo caso la capacità di non commettere troppi errori) e fin quando, appare evidente, esisterà il nostro mensile. E siccome, lo ricordo a chi avesse dimenticato, nel gergo dell’edilizia (ho scritto edilizia e non “arte muraria”, posto che in quel settore io non so e non voglio muovermi, considerati i tempi molto delicati e nebbiosi, con tanti amici che attualmente dormono ma che sono pronti, prontissimi, a risvegliarsi) “opera incerta” è la costruzione in pietra a secco, senza malta e altri leganti, e siccome, aggiungo, noi iblei sappiamo, forse meglio di chiunque altro cos’è il muro a secco, e siccome (ed è il terzo siccome), sappiamo anche quanto dura un muro (anche più di un secolo), allora abbiamo ancora ampie aspettative di vita (editoriale).
Si tenga però sempre presente che il muro a secco dura cento e più anni (certi archeologi locali hanno riscontrato opere a secco risalenti addirittura al Medioevo) solo e soltanto se costantemente (si fa per dire, qui si intende una volta ogni dieci anni) manutenuto. Pietra e sole, vento e lucertole, asparagi e lumache, conigli e milicucchi saranno fedeli custodi dell’architettura più povera e pratica del mondo. Io spero di esserci per il numero che celebrerà i venti, e poi i trenta, e poi… basta, perché inizio ad essere stanco.