SARDE E TERREMOTO
 
 
di Carlo Blangiforti
 
       
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Il sismologo, il museo e la pasta con le sarde

A me il terremoto fa pensare alla pasta con le sarde. Alla pasta con le sarde, alla salsiccia arrostita nella carta dei quaderni e alla conserva di pomodoro. Sono ricordi personali d’infanzia, dell’ultima estate passata tra campi e ruscelli. Ne ho parlato altre volte di questa storia. Era il 1975, avevo sette anni e il bizzarro terremoto che colpì il mio paese, Mineo, durò un’estate; ci fu una serie di leggere repliche, tanto leggere da non far temere né per le cose né per le persone, ma comunque avvertibili da allarmare la popolazione. Così, Mineo si svuotò. Trasferimento, quasi un esodo, verso le campagne: enormi disagi per gli adulti, un’interminabile scampagnata per i marmocchi. Ragazzi della via Pál, combattenti di una guerra dei bottoni in salsa siciliana, maldestri protagonisti di un nostrano Signore delle mosche, noi piccoli minioli ci divertimmo per tre mesi.
Ma quella fuga coincise con una momentanea sospensione delle visite dei parenti palermitani. Ogni volta che i miei zii venivano a Mineo era una festa: la famiglia si riuniva, noi cugini giocavano, si rideva, si beveva e mangiava. E palermitani com’erano, si mangiava la pasta con le sarde preparata con sapiente maestria dalla zia Maria.
Però non c’era preoccupazione negli alloggi di fortuna, il terremoto apreva, quasi, la condizione naturale di chi per millenni aveva conosciuto eventi sismici. Ed è così. La gente di quest’angolo della Sicilia sudorientale ha familiarità con le scosse. Molti aspettano il big-one, alcuni sperano che ci sia già stato, altri se ne fottono e tirano avanti, ma tutti da millenni conoscono le scosse che con cadenza centenaria seminano distruzione nel Val di Noto, terremoti che hanno lasciato sedimenti di rassegnazione e di devozione popolare. La paura quella resta, non ci si rassegna mai alla paura, una ‘nnacatedda (dondolata) e il cuore e le visceri tornano a dirci che potrebbe essere l’ultima volta. La paura, però, può essere esorcizzata.
A Mineo,  c’è un piccolo museo, una sorta di rarità. Musei sismologici ce ne sono, pochi ma ci sono, in Italia spesso si trovano nell’ambito dei dipartimenti di Geofisica, sono musei che si rifanno agli aspetti meramente scientifici. A Mineo, il piccolo museo “Corrado Guzzanti” (non si tratta di un semplice caso di omonimia)[1] allinea gli strumenti che questo scienziato dell’Italia tardo umbertina utilizzò per misurare gli avvenimenti tellurici. Alcune apparecchiature furono costruite ad hoc dal menenino.


Ritratto giovanile del Guzzanti


Due parole sul sismologo. Corrado Luigi Guzzanti Muratori nacque a Mineo nel 1852. Direttore delle poste locali,[2] ricevette l’incarico di gestire una stazione sismologica istallata nella cittadina dopo il terremoto del 1878. Gli si dedicò anima e corpo. Dal 1887 al 1934, l’anno della morte, tenne vivo, portandolo ad altissimi livelli, l’osservatorio di Mineo. In vita raccolse una caterva di riconoscimenti, onorificenze, diplomi di benemerenze e medaglie d’argento (Esposizione di Milano nel 1891 e di Torino nel 1898). Fu ispettore della società sismologica italiana per la Sicilia, per il Napoletano, per l’isola di Malta e per la Tripolitania. Apprezzato, dunque, in Italia e all’estero (Stati Uniti, Canada, Giappone, Francia ecc.) fu anche un fotografo scientifico: catturò lampi e tuoni, varie manifestazioni meteorologiche: un suo album nel 1911 fu distribuito dal Regio Ufficio Centrale di Meteorologia di Roma, come tipo normale, ai principali osservatori del Regno.
Io gli strumenti del sismologo li conosco bene. Allievo delle scuole elementari, ho avuto la fortuna che il mio maestro era anche quello che si occupava nella manutenzione degli strumenti sismologici e meteorologici del Guzzanti. Fino alla metà degli anni ’70, dunque, l’osservatorio era vivo. Era ospitato in una sorta di sgabuzzino buio e polveroso che dava proprio sul “Bagghi’o Cullieggiu” (Il baglio del Collegio dei Gesuiti, l’attuale atrio comunale). Dopo il nulla, l’abbandono, poi il restauro delle apparecchiature, l’allestimento e l’apertura del museo.


Corrado Guzzanti nel suo studio

Ma andiamo alla vera particolarità del Museo Sismologico: l’istituzione è parte di una struttura più grande, il Guzzanti assieme a quello etnoantropologico costituisce il Museo della Memoria. L’esposizione di reperti, che raccontano una vita contadina e popolare più o meno recente, forse spiega il riferimento alla memoria, ma c’è qualcosa di più intrigante. Un’esposizione che racconta gli strumenti di studio del terremoto, associata alla vita quotidiana di tempi quasi dimenticati, ci spiega quanto questi due fatti sia così correlati nella società sicula.
Non ne sono sicuro, ma il piccolo osservatorio ha registrato anche il terremoto del ’75 prima di fermarsi per sempre. A quasi cento anni di distanza il lavoro di Corrado Guzzanti era ancora utile, e noi piccoli menenini, che in gita andavamo a vedere quei grossi mastodonti di ghisa che allungavano le loro braccia pesanti, come contrappesi, nel vuoto. Ci sentivamo protetti.
Scappammo. Per mesi abbiamo vissuto in campagna, poi tutto è tornato alla normalità.
Il ritorno alla normalità coincise con le visite dei parenti palermitani.


Leggo su un blog una notizia sorprendente: “Desde las 8 de la mañana, miles de peces se avistaron en la playa Angosta, en donde también algunos agujones aparecieron muertos, lo que ocasionó asombro entre la gente que pasaba por el lugar. En tanto, algunos turistas que se encontraban en la zona disfrutaron del espectáculo e incluso algunos intentaban pescar, pese a que la alerta emitida por las autoridades para no ingresar al mar ante la posibilidad de un incremento del oleaje provocado por el tsunami en Japón.”[3] Alcuni scienziati ritengono esista una connessione con lo tsunami giapponese. Non posso non leggere in questo un segno del destino.
A questo punto, il ritorno alla normalità non può non passare per il ritorno in Giappone delle sardine. Ah, dimenticavo, nel paese del sol levante probabilmente non conoscono ancora la bontà della pasta con le sarde della zia Maria.

Pasta con le sarde

Ingredienti (per tre o quattro persone)
500 g di sarde fresche,
500 g di bucatini,
500 g di finocchietti selvatici,
2 cipolle medie o 1 cipolla piuttosto grossa,
3 acciughe salate,
50 g di uva sultanina e altrettanti di pinoli,
una bustina di zafferano,
olio,
sale e pepe.

Preparazione
Lessare per una ventina di minuti i finocchietti in tanta acqua salata, quanta ne servirà poi per la pasta (4 litri per 500 g), scolarli e tritarli. Tenere da parte l’acqua. In un tegame, scottare le sarde in 1 dl d’olio extravergine d’oliva (un minuto per lato), scolarle e riservarle. Mettere a soffriggere nello stesso tegame le cipolle finemente affettate fino a leggerissima coloritura e unire quindi i finocchietti, le sarde, l’uva sultanina (rinvenuta in acqua tiepida per mezz’ora), i pinoli, sale e pepe. Cuocere a fuoco basso, mescolando, per amalgamare la salsa.
Dopo una ventina di minuti, unire le acciughe che sono state dissalate, lavate, asciugate e infine sciolte in un tegamino con un cucchiaio d’olio caldo. Cuocere ancora per 15 minuti, sempre mescolando e unire quindi una bustina di zafferano, sciolto in un cucchiaio dell’acqua di cottura dei finocchietti. Mettere intanto a cuocere la pasta nell’acqua di cottura dei finocchietti. Scolarla al dente e unirla al condimento. Lasciare riposare per qualche minuto prima di servire.

 

Fonti:
it.wikipedia.org
www.contexto.com.ar

__________

Note:
[1] L’attore comico Corrado Guzzanti è il pronipote del sismologo.
[2] Don Corrado Guzzanti è stato immortalato da Capuana del romanzo “Scurpiddu” (capitolo “Scurpiddu Bersagliere”).
[3] "Dalle 8 del mattino, migliaia di pesci sono stati osservati nella spiaggia di Angosta, dove sono state trovate morte anche alcune aguglie, il fatto ha provocato stupore tra la gente presente. Nel frattempo, alcuni turisti che si trovavano nella zona si godevano lo spettacolo, addirittura raccogliendo del pesce, malgrado l’avvertimento, rilasciato dalle autorità di non entrare in acqua per il rischio tsunami giapponese."

 

 

 
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