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Intervista all'art designer Francesco Messina

Francesco Messina è visual designer e musicista. Con il suo Polystudio ha progettato per società editoriali (RCS Libri, Bompiani, Rizzoli Larousse, Electa, Mazzotta, Charta, Marsilio), per case discografiche (Emi, Polygram, Warner, Universal, CGD, Sony). Ha lavorato inoltre per musei, teatri, giornali e numerose istituzioni culturali. Note rubate ad internet ma necessarie per introdurre una persona dall'intelligenza davvero stimolante.

Quando ha iniziato a lavorare in qualità di grafico per i progetti di immagine relativi a prodotti musicali e cosa ricorda di quei primi passi?
"Certe cose, in particolare quelle che ti sono più familiari, ti sembra di averle fatte da sempre. Quando, dopo la maturità sono andato a Milano ad Iscrivermi all'Istituto Europeo di Design, mi sono presentato con una serie di copertine autoprodotte per musicassette che registravo con gli amici. Poi magari c'è la data della prima copertina progettata per un disco edito da una grande compagnia, ma anche questo, visto da lontano è solo un passo dei tanti. Si mescolano il ricordo dell'entusiasmo per l'occasione avuta e una visione fortemente autocritica per l'ingenuità di quei primi lavori".

Come è cambiato il modo di lavorare in virtù del suo percorso professionale e degli sviluppi tecnologici oggi a sua disposizione?
"Andando dritti al centro della questione suggerisco di guardare allo straordinario sviluppo tecnologico come ad un'arma a doppio taglio, o alla solita moneta con due facce. Per me qualsiasi autonomia regalata ad un progettista dalla tecnologia è semplicemente fantastica, una manna. Il problema nasce però quando il committente pensa che le macchine possano velocizzare tutto, anche il processo creativo.  Quello invece sta ancora nella tua testa, e non ha nulla a che fare con il trattamento digitale delle immagini. Un Mac con i softwere  giusti aumenta l'autonomia operativa e i migliora i tempi esecutivi, ma le idee da elaborare hanno bisogno del loro tempo. L'intuizione più veloce è solo il frutto della più lunga delle incubazione. Pensaci, è una faccenda che riguarda i saperi impliciti, non quelli espliciti. Quindi, se è vero che perdere troppo tempo per un progetto non serve, è anche vero che ci vuole un po' di tempo per "entrare"nel cuore del progetto sonoro che si dovrà rappresentare".

Quanto influiscono i tempi, le mode e le correnti artistiche nella creazione di un buon prodotto?
"Molto, anche il 100% se sei assillato dalla preoccupazione di correre dietro a qualcosa che continua a sfuggirti perché cambia continuamente. Molto poco se hai sviluppato un percorso di stile personale. Quello si aggiorna da solo, giorno dopo giorno, non ha bisogno di update quando devi affrontare un progetto; quel momento sarebbe già tardi, metterebbe ansia. La questione dello stile deve precedere l'atto della committenza: bisogna sentirsi sempre pronti, chiarendo a se stessi e agli altri che si ha voglia di affrontare una nuova esperienza".

 

Sono in molti gli amanti della musica a rimpiangere il formato dei 33 giri, se non per la qualità audio, per quello che riguarda la bellezza grafica dell'oggetto. Crede che con l'avvento del CD si sia perso qualcosa in termini di estetica, o la sfida per l'art designer resta ancora stimolante?
"Ma sai, quando si è presa coscienza del fatto che si sarebbe, con il cd, lavorato in un formato più piccolo, nel mondo anglosassone le case discografiche si sono scatenate alla ricerca di maggiori apporti creativi applicando una formula semplice: meno spazio = servono più idee. Io ricordo di essere stato chiamato da un direttore artistico della Emi che molto laconicamente mi disse che a fronte del nuovo piccolo formato delle future copertine, ci avremmo dovuti concentrare sull'uso di ritratti dell'artista piuttosto ravvicinati e un lettering molto semplice. Paese che vai. Comunque non credo che negli anni in cui era in uso il vinile si siano fatte tante fantastiche copertine perché il formato era grande. Era l'aria che tirava di quei tempi a farle "grandi". Ma capisco bene chi oggi ama il vinile".

Quali sono le fasi di progettazione per la realizzazione di una copertina di un CD-LP?
"Per me la fase era, e resta, una sola. Quella legata al momento in cui capisci che hai trovato la soluzione. Diciamo che la fase due, più o meno lunga, è quella in cui la devi difendere".

Quanto e in che termini il contenuto del disco può influenzarne il progetto grafico? (penso alla carta vetrata in "Dieci stratagemmi" o alle raffinate immagini per i lavori di Alice)
"Certo (fai bene a tirar fuori l'argomento) il genere di composizioni con cui hai a che fare sicuramente influenza il processo creativo, ma guarda che a volte le cose girano diversamente. Se lavori all'interno di un mercato ben definito, almeno un po' delle sue regole le devi accettare. L'ambito commerciale ha i suoi principi, puoi lottare per cambiarli ma non far finta che non esistono. Intendo dire che a volte può succedere che per un disco non troppo commerciale sia meglio per tutti pensare ad una copertina affascinante, o esattamente al contrario, un progetto musicale più facile potrebbe essere "nobilitato" da una copertina molto raffinata: Dipende da come ti poni come progettista: vuoi rappresentare visivamente il contenuto? vuoi invece far parte del progetto ed aggiungere un elemento visuale alla musica? Sono due atteggiamenti diversi; io preferisco il secondo".

Lei scrisse a proposito di un disco e del percorso artistico di Battiato: "non si può mostrare ciò che si è, si mostra solo ciò che gli altri possono vedere". Crede che la stessa regola possa valere anche per i lavori grafici?
"Credo continui a valere per qualsiasi cosa. Se porto lo stesso lavoro a dieci persone diverse, ci vedranno dieci cose diverse. Per questo lavorare per la musica resta bellissimo. Anche se hai chiaro chi sono il committente e il destinatario, le varianti sono ancora tali da farti pensare che è meglio concentrarsi sulla musica, e al diavolo tutto il resto. Sia chiaro non ci sono controprove. Come diceva Stanislav Lem in Solaris: qui non ci sono risposte, ma solo scelte. Bisogna solo vedere se te le lasciano fare. Nel campo del design il committente è importante. Castiglioni diceva che qualsiasi progetto ha un padre e una madre: il progettista e il committente. Il problema è capire le forze in campo, capire se il committente è l'artista o la casa discografica. Poi, certo, ci sono anche dei normalissimi progetti di natura molto commerciale, anch'essi bellissimi da fare, che chiedono un atteggiamento professionale molto serio ma molto più lineare per il quale non serve tirar fuori questo tipo di problematiche".

Quanto è importante l'uso di un font nei suoi lavori? Come sceglie, insomma, i caratteri di testo che andranno a comporre parte del suo lavoro?
"Si tratta di un aspetto fondamentale del lavoro di un grafico. Anche quando si sceglie il font (solo) apparentemente più anonimo o lineare si compie un gesto importante. Dietro l'evoluzione (o l'involuzione) della scrittura ci sta lo stato di salute di una civiltà, della cultura di un popolo. O perlomeno è l'espressione di una società. Ma se ci pensi, la faccenda vale anche per i suoni".

Ha mai comprato un disco solo in virtù di una bella copertina? Quanto può incidere, al di là di tutto, un buon progetto grafico per il successo di un prodotto musicale?
"Ho fatto di peggio. Avevo migliaia di dischi e tenevo quelli che mi piacevano dentro le copertine che mi piacevano, ma questi scambi si rivelarono disastrosi, quando non ricordavo più le combinazioni. Ad ogni modo resto convinto che solo dei progetti musicali di nicchia possano soffrire o essere favoriti molto dalla qualità della copertina. Il resto riguarda un atteggiamento personale, fortemente etico e a suo modo quindi progettuale: le cose nella vita vanno sempre fatte bene, con divertita serietà. Il bagno di assoluta volgarità e massimalismo in cui siamo sommarsi in questi anni non deve per principio suggerire atteggiamenti rinunciatari. Ripeto le cose vanno fatte bene, con rispetto. In attesa di tempi migliori".

Da "Prati bagnati del monte Analogo" al progetto "Devogue" lei ha sempre percorso un cammino artistico fuori dalle correnti ed in anticipo, in certi casi, sulle mode imperanti. Dove sta andando la musica oggi? Lei la seguirà o è già in cerca di nuovi territori sonori?
"Non ne ho mai avuto la più pallida idea: hai ragione il tempismo non è il mio pezzo forte. Figurati se ne capisco di più adesso! Qui il problema però non è la direzione in cui guardare, ma il vento che non soffia. Recita il detto: quando non c'è vento nemmeno il capitano può farci nulla. La nave mi pare un po' impantanata. Ma poi c'è sempre la musica classica con cui consolarsi. Ma no bisogna perdere la voglia di annusare un po' l'aria, che prima o dopo potrebbe anche cambiare. Ma molto dopo, credo. Intanto vedo questo  come un periodo di grandi compilazioni, mentali e sonore: utilissime per imparare a buttar via un sacco di cose mediocri che bizzarri motivi di gente altrettanto curiosa aveva indotto a sopravvalutare. Per la cronaca, limitandosi a campi ristretti, adesso trovo qualcosa di interessante nel new folk. Strumenti acustici molto originali mescolati ad una elettronica discreta, intelligente".

Il tema del mese di questa rivista è l'immagine. Quali pensieri associativi (e non) evoca in lei questa parola?
"Non dovrei essere io a dirlo, dato che sono del mestiere, ma ci vorrebbe una sana ridimensionata generale. Solo per reazione naturale, sintomo di semplice ordinaria vitalità, viene voglia continuamente di vedere qualche pagina bianca e ascoltare un po' di silenzio. Va bene, siamo nell'epoca della comunicazione, non possiamo farci nulla, ma questa è bulimia al massimo stadio. Anche internet! Fantastico, ma è come Mercurio: i messaggi li porta, mica li legge. Allora direi che dovremmo ricominciare a leggere (o rileggere) bene. Poi il numero di immagini e suoni necessari sarebbero meno. Ma forse qualitativamente migliori. Capisco, il finale è un po' moralista, ma non posso farci niente".

 

 

 
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