Tra Buttitta e Brecht...

[…]L’avemu cca
ancora cca
chi stissi facci
e u cori di sarvaggi
i scannapopulu;
ci liccamu i pedi,
ci damu u votu,
l’ugnia pi scurciarinni;
a corda pi nfurcarinni;
a mazza e a ncunia
pi rumpirinni l’ossa.L’avemu cca
ancora cca a mafia,
assitatta nte vanchi d’imputati
a dittari liggi;
a scriviri sintenzi di morti
chi manu nsangati.L’avemu cca
i compari da mafia
chi manu puliti,
i firrara di chiavi fausi,
i spogghia artari ca cruci nto pettu;
unni posanu i pedi sicca l’erba,
sicca l’acqua
spuntanu spini e lacrimi pa Sicilia.L’avemu cca
l’affamati du putiri;
l’affamati di carni cruda,
ca cridinu a Sicilia
un porcu scannatu
e ci spurpunu l’ossa.[…]
Si si sicilianu
fatti a vuci cannuni,
u pettu carru armatu,
i gammi cavaddi di mari:
annéa i nimici da Sicilia!
Da Un seculu di storia di Ignazio Buttitta
[…]Li abbiamo qua
ancora qua
con le stesse facce
e il cuore di selvaggi
gli scannapopolo;
gli lecchiamo i piedi,
gli diamo il voto,
le unghie per scorticarci;
la corda per impiccarci;
la mazza e l’incudine
per romperci le ossa.L’abbiamo qua
ancora qua la mafia,
seduta nei banchi degli imputati
a dittare legge;
a scrivere sentenze di morte
con le mani insanguinate.Li abbiamo qua
i compari della mafia
con le mani pulite,
i fabbri di chiavi false,
gli spoglia altari con la croce nel petto;
dove posano i piedi secca l’erba,
secca l’acqua
spuntano spine e lacrime per la Sicilia.Li abbiamo qua
gli affamati del potere;
gli affamati di carne cruda,
che credono la Sicilia
un porco scannato
e le spolpano le ossa.[…]
Se sei siciliano
fatti la voce cannone,
il petto carro armato,
le gambe cavalli di mare:
annega i nemici della Sicilia![…]
Se,
nel gioco della torre, dovessi, tra scannapopolo o ingannapopolo (come
il poeta li chiama in altra poesia), mafiosi, fabbri di chiavi false,
spoglia altari con la croce nel petto e affamati del potere,
risparmiare una sola categoria dal buttare giù, opterei senza dubbio
per i mafiosi. Il male che fanno, lo fanno apertamente, a rischio della
vita e, se gli va male, pagano di persona. Si possono guardare dritto
negli occhi. Gli altri non meritano forse neanche uno sputo in faccia.
Eppure a quest’altri gli lecchiamo i piedi, gli diamo il voto, le
unghie per scorticarci, la corda per impiccarci, la mazza e l’incudine
per romperci le ossa.
Leonardo Sciascia fa dire al capo mafia don Mariano, rivolto al capitano dei carabinieri Bellodi: «Io
ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci
riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la
divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i
(con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli
uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse
ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che
sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse
mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando
un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le
anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più
espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su
queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»
Dante Alighieri giudica gli ignavi "sciaurati che mai non fûr vivi"
e, non ritenendoli degni nemmeno di stare tra i dannati, li colloca
nell'Antinferno costretti a girare nudi per l'eternità attorno a una
insegna - non descritta, forse di una vana bandiera - punti da vespe e
mosconi. Il loro sangue, unito alle loro lacrime, si mescola al fango
dell'Inferno, come se questi dannati fossero dei cadaveri, morti
viventi sepolti vivi, col corpo straziato dai vermi. Di essi nel mondo
non rimane traccia ("Fama di loro il mondo non lassa") e anche Dio li ignora ("misericordia e giustizia li sdegna") non vale neanche la pena stare a parlare di loro (non ragioniam di lor, ma guarda e passa).
Omero, nell’Iliade, fa dire ad Achille che Agamennone è tiranno solo perché la gente a cui comanda è spregiata e vile.
Noi,
ciascuno di noi con nome e cognome, che pure siamo capaci di gentilezza
e di carità e che lecchiamo i piedi e diamo il voto, ecc., dove, nelle
categorie di Buttitta, di Sciascia, di Dante, di Omero, ci collochiamo?
La tirannia, la mafia, la corruzione, il sopruso ci sono, ci sono stati
e, probabilmente, ci saranno sempre. È tirannia o complessità
dell’animo umano difficile assai da governare? Noi che facciamo?
Dietro l’indignazione, dietro la denuncia vana e parolaia di tirannia
mafia corruzione sopruso non nascondiamo forse la nostra ignavia? Cosa
ci vuole perché gli appelli di Buttitta: «fatti la voce cannone, il petto carro armato, le gambe cavalli di mare: annega i nemici della Sicilia! » e di Bertolt Brecht: «Affoga nella lordura, abbraccia il boia, ma trasforma il mondo: ne ha bisogno!»
possono essere accolti dal vasto popolo dei quaquaraquà e diventare
categorie politiche? Quando l’uomo riuscirà a rendere più umana la
complessità dell’animo umano?
Quando? fra dieci, cento, mille. . . anni?

Trasforma il mondo
Con chi non siederebbe l’uomo giusto
per aiutare la giustizia?
Quale medicina sa troppo d’amaro
al moribondo?
A quale bassezza non giungeresti, per
sterminare la bassezza?
Potessi tu finalmente trasformare il mondo, perché
con te stesso essere troppo buono?
Tu, chi sei?
Affoga nella lordura,
abbraccia il boia, ma
trasforma il mondo: ne ha bisogno!
Bertolt Brecht