"Fai di tutto per essere felice...": un colloquio con la prof.ssa Alessandra Farneti
Uno degli spazi laboratorio del convegno “Arte del Vivere tra etica e creatività”
è stato affidato alla prof.ssa Alessandra Farneti, Ordinario di
Psicologia dello Sviluppo presso la Libera Università di Bolzano, che
da anni si occupa di studiare gli effetti del clowning sulla corporeità
ed sulla emotività di bambini ed adulti nei contesti scolastici. La
tematica di grande interesse ed attualità stuzzica la nostra curiosità,
irrorata da antichi ricordi legati a un naso rosso tra due
occhioni teneri, e a quell’immediato sorriso che ci introduceva
magicamente in un mondo altro in cui tutto assume forme diverse.

Perché il clown nella scuola?
A giudicare dalla gioia che provocano le vacanze, se chiedessimo ai
bambini e ai ragazzi di associare alla parola scuola altre parole, sono
quasi certa che ben pochi indicherebbero il divertimento, la novità, la
curiosità. Temo piuttosto che la scuola evochi parole come dovere,
noia, costrizione ecc… D’altra parte sia la fatiscenza di molti
edifici, sia la ripetitività di gesti e parole ormai stantii da parte
di molti insegnanti, sembrano dar ragione a Parisi (2000) che sostiene
che l’unico luogo in cui si potrebbe rifugiare un uomo dell’ottocento,
tornato in vita, sarebbe la scuola perché lì niente è cambiato, tutto
continua nello stesso modo da generazioni e generazioni!
Nella scuola i valori dominanti sono:
Il controllo e l‘autocontrollo, la serietà (risus abundat in ore
stultorum!), la razionalità e la logica (a scapito del pensiero
divergente e della creatività), Il linguaggio verbale, la pesantezza
dei compiti (prima il dovere e poi il piacere – addestramento alla
sofferenza), si dá poca importanza alla felicità (devi essere un
bambino ubbidiente, bravo, coscienzioso, serio). Mai si dice ai bambini
“Fai di tutto per essere felice”.
Lo studio deve avere la pesantezza delle cose serie e non sollecitare
la curiosità e la gioia: se ci si diverte troppo studiando c’è
sicuramente qualcosa che non va!!!
Persino nella scuola dell’infanzia c’è sempre meno tempo per il gioco e
sempre più per attività programmate che spesso annoiano i bambini: si
deve imparare l’inglese, la matematica, la musica; le giornate non
hanno spazi vuoti ma sono organizzate al minuto anche per i più piccoli
che passano dalla piscina alla lezione di qualsiasi cosa possa aiutare
i genitori a non stare con i propri figli e a cominciare presto a
sognare che essi diventino delle persone importanti e soprattutto molto
ricche.
Fatte queste premesse
La clownerie, come metodo educativo, si presenta come una sorta di
“filosofia” o “approccio alla realtà” che fa di questa maschera una
metafora interessante, atta a introdurre nella scuola un metodo
innovativo e “rivoluzionario” volto soprattutto a sviluppare la
creatività; a permettere una migliore accettazione di sé; a modificare
la relazione fra docenti e allievi e fra gli stessi allievi.

Chi è il clown e cosa rappresenta?
È difficile dire in poche parole cosa rappresenta il clown perché si
tratta di una maschera che ha una storia lunghissima, che si perde
nella notte dei secoli.
Lo conosciamo soprattutto come un personaggio del circo ma esistono
tanti modi di essere clown: molte importanti scuole nel mondo hanno
percorsi durissimi per la formazione dei clown, mescolando tecniche
artistiche diverse, come il mimo, la danza, la musica, l’acrobazia, la
giocoleria, la prestidigitazione.
I clown lavorano in teatro, per strada, nel circo e ognuno sviluppa una sua tecnica e un suo personaggio.
A differenza degli altri attori il clown non recita mai sulla base di
un testo scritto, interpretando un personaggio: il clown recita se
stesso, partendo dalla conoscenza profonda dei suoi difetti e
mettendoli in gioco.
Volendo semplificare, esistono due tipi base di clown: Il Bianco e
l’Augusto. Il Bianco, elegante e presuntuoso, ha un trucco che lo rende
antipatico. Si contrappone all’Augusto rappresentando la razionalità e
il potere. In un certo senso potrebbe rappresentare lo stereotipo del
docente pieno di sé.
L’Augusto, viceversa, rappresenta tutto ciò che la scuola ha sempre combattuto.
È l’emblema della fragilità e dell’umiltà; uno “scioccone” che sbaglia
tutto; è il contrario dell’ordine e della pulizia; ride di sé e del
mondo; sembra non sapere niente; ribalta la logica corrente; è
disubbidiente e disturbatore; non ha paura dei fallimenti; usa
strumenti musicali strani; usa gli oggetti in modo divergente; ha una
sua poesia attraverso la quale legge il mondo con gli occhi di un
adulto-bambino.
La Gelsomina della Strada, interpretata dalla grande Giulietta Masina,
rimane forse una delle immagini più poetiche e più chiare di ciò che
rappresenta il clown.
I principi della sua arte sono:
Prevalenza della corporeità e del linguaggio non verbale; creatività;
immediatezza del messaggio; scoperta del proprio bambino interno;
autoironia (e si badi bene non ironia volta a mettere gli altri in
ridicolo!); capacità di improvvisare
L’autoironia dovrebbe guidare continuamente la nostra vita, aiutandoci
a sdrammatizzare le situazioni difficili e ad accettare la nostra
pochezza e la nostra fragilità. Purtroppo non sono molti gli insegnanti
che sono in grado di essere critici verso se stessi né quelli che
sollecitano l’autoironia nei loro allievi.
Mi piacerebbe diffondere questa massima:
Se hai una grande idea di te stesso, attento: potrebbe essere l’unica idea che hai!
Detto ciò, è evidente che la clownerie come metodo formativo nella
scuola è uno strumento utile per aiutare insegnanti e ragazzi a
prendere coscienza del fatto che è importante soprattutto “sapere che
non si sa”, riscoprendo l’antica eironeia socratica, motivando
all’apprendimento in modo diverso: non si deve studiare per fare bella
figura né per essere considerati i primi, ma per il piacere di imparare
cose nuove, per quella “curiosità epistemica” che è propria anche degli
animali e che solo nella scuola spesso si spegne completamente!!!
È
frequente sentire di progetti di clown terapia negli ospedali. Esiste
una differenza tra le attività di clowning e la clown terapia?
Come
ormai ho detto e scritto più volte, io non credo che si possa parlare
di clown-terapia perché, se intendiamo la terapia come un metodo
sperimentato di cura, non esistono ancora sufficienti elementi per fare
rientrare la clownerie nelle “terapie” accettate dalla scienza. Il
fatto che “possa far bene” non basta per definirla una terapia. Se
bastasse questo, allora anche una passeggiata o una chiacchierata con
un amico, o un buon pasto potrebbero essere considerati “terapie”.
Certo che il clown in ospedale può aiutare a migliorare la situazione
dei malati, ma non vedo perché dobbiamo chiamare il loro lavoro
“clown-terapia”. Oltre a queste considerazioni bisogna dire che non
tutti i clown che entrano in ospedale sono veri clown: ci sono molti
volontari che si improvvisano clown e che non hanno la preparazione
adeguata ad avvicinare i malati.
In questo mi discosto dalla posizione dominante, fortemente influenzata
da Patch Adams, che sostiene che basta l’amore per aiutare gli altri e
che tutti possono diventare clown: considero la clownerie un’arte
difficile che richiede una lunga formazione e ritengo che si debba
arrivare a definire un profilo professionale che garantisca la serietà
del lavoro in ospedale. Alcune regioni italiane l’hanno già fatto e
credo che si dovrebbe arrivare ad ottenere una normativa nazionale.
Con questo non voglio svalutare il lavoro di Patch, a cui ho fatto
attribuire una laurea honoris causa a Bologna per l’impegno nel voler
migliorare le condizioni di vita dei pazienti, né quello di tanti
volontari che offrono il loro tempo con le migliori intenzioni.
Purtroppo non sempre le buone intenzioni producono i frutti sperati!
Credo che solo la ricerca seria possa mettere ordine in questo mondo un po’ confuso dei clown volontari.
L’associazione Gelsomina, di cui sono presidente, sta svolgendo una
serie di ricerche, in collaborazione con le facoltà di Scienze della
Formazione, Medicina e DAMS dell’università di Bologna, con un
finanziamento dell’Ospedale S.Orsola di Bologna, proprio per cercare di
mettere a fuoco in quali situazioni il clown può essere utile in
ospedale. Pensiamo, infatti, che sia necessario studiare ancora a fondo
la tecnica e il metodo di intervento.
Tra
le ricerche che ha condotto sugli effetti della presenza del clown in
contesti scolastici, vorrebbe segnalare la più significativa
riferendone gli elementi essenziali?
La
ricerca, nell’ambito della formazione, è complessa e lunga. Troppe
variabili rendono difficile il compito allo sperimentatore. Per
elencarne solo alcune, ricordiamo: la personalità e le capacità
artistiche del clown; la durata dei corsi; i tipi di esercizi proposti;
le misure di valutazione degli eventuali cambiamenti; la personalità
degli allievi; le aspettative che essi hanno nei confronti dei corsi
stessi.
Nonostante ciò è necessario cercare di capire sempre meglio se il
clowning può divenire o meno uno strumento di formazione, nella scuola
come in altri ambiti lavorativi.
Le prime ricerche condotte con campioni di insegnanti di scuola
dell’infanzia, ci permettono di essere ottimisti dato che abbiamo
ottenuto risultati interessanti.
L’ipotesi era che il giocare liberamente insieme in una situazione
controllata e contenuta, “svergognandosi” di fronte agli altri,
esibendo la “propria stupidità”, potesse contribuire a:
- modificare la percezione del Sé, mettendo in evidenza parti infantili;
- migliorare le relazioni fra insegnanti e fra insegnanti e bambini;
- fare emergere le difficoltà e le incompetenze relazionali per poterle affrontare;
- offrire
strumenti nuovi per il lavoro, centrati soprattutto sulla spontaneità e
sulla creatività del gioco libero con i bambini ma anche sulla
prestidigitazione e sull’espressione corporea.
Utilizzando
test psicologici che descrivono la percezione del sé, possiamo dire che
le scale, che hanno ottenuto delle variazioni significative fra la
prima e la seconda prova (prima e dopo il corso di clowning) sono
quelle che indicano la capacità di prendersi cura; la comprensione degli altri;
e quelle che indicano la capacità di esprimere il proprio bambino
interno, (quello che Jung chiamava il “briccone”, cioè le parti
disubbidienti e poco sottomesse all’adulto). Pur consapevoli,
dunque, che sono necessarie molte altre rilevazioni e osservazioni per
mettere a punto metodi e strumenti ripetibili, adatti a contesti
scolastici diversi, possiamo affermare che il clowning è una tecnica
che modifica la percezione del sé in senso positivo e sembra offrire
una modalità nuova per affrontare alcuni dei problemi della scuola.
A parte le ricerche ci sono molte testimonianze che sottolineano la
positività del lavoro dei clown nella scuola soprattutto dove ci sono
problemi di prepotenza e bullismo, necessità di integrazione di
soggetti fragili o diversamente abili. Il clown André Casaca, che da
anni lavora nelle scuole toscane, è un esempio di come gli insegnanti e
gli allievi apprezzino le esperienze fatte sotto la sua guida. Sono
sempre più numerose, infatti, le classi che scelgono percorsi di
clownerie per bambini, ragazzi e insegnanti.
Con
la nuova direzione intrapresa dalla scuola nell’attuale momento
storico, crede ci sia ancora posto per simili sperimentazioni?
Certo non è un momento facile per la scuola (e non solo!): ci sono
pochissimi fondi a disposizione e mi pare che gli intenti educativi
vadano in una direzione completamente opposta a quanto detto sul clown.
Spero tuttavia che proprio la constatazione del malessere che certi
valori producono possa costituire la molla per sperimentare nuove
strade in un prossimo futuro.
La storia ci insegna che la logica della prepotenza e della superbia
non ha mai vinto anche se gli uomini sembrano proprio non poterne fare
a meno!
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