Il convegno Arte del vivere tra etica e creatività… quando educare è un piacere a Ragusa
Proseguono gli incontri organizzati annualmente dalla Cooperativa COS di Ragusa finalizzati alla creazione di una nuova cultura educativa. Ne parliamo con la dott.ssa Giovanna Triberio, psicoterapeuta della Gestalt e psicologa scolastica, nonché socio fondatore della COS.

“Arte del Vivere tra etica e creatività..”: è un titolo impegnativo. Perché un convegno dedicato a questa tematica?
Dopo il Convegno dello scorso anno, dedicato all'Adolescenza, ci è sembrato logico creare un continuum argomentativo che da un lato approfondisse quanto emerso dalle tematiche precedenti e dall'altro allargasse il panorama all'infanzia, periodo nel quale ancora di più si pongono tutte le ambizioni educative di quanti, genitori e non, si apprestano ai bambini e alla loro personalità in fieri. Educare non è solo una missione, non è una vocazione, non è un mestiere, bensì tutte queste cose insieme, legate tra loro dall'arte del vivere e dalla sacralità conseguente all'arte stessa, a qualsiasi forma di arte.
Quale “impegno” vorreste elicitare nei partecipanti?
Noi ci auguriamo che quanti hanno partecipato al Convegno abbiano ricevuto contenuti e sollecitazioni e non abbiano ingoiato parole e concetti, come purtroppo si è soliti fare fino ad oggi anche nella sfera educativa e dell'apprendimento. I bambini non vanno "riempiti" alla stregua di sacchi vuoti per farli stare in piedi! Va colto il loro modo di essere e attraverso questo si insegna loro uno "stile", un modo che dovranno scoprire man mano e al quale dovranno imparare a fare affidamento. Solo così le loro capacità cognitive, intellettive, intuitive da semplici strumenti prestazionali potranno diventare terreno su cui viaggiare agevolmente nei campi del sapere e dell'essere.
Quando educare è un piacere?
Educare sarà un piacere quando le condizioni di cui ho appena accennato si realizzeranno. Aggiungo che educare sarà un piacere quando il bambino arriverà alla soluzione in un modo diverso dal mio e soprattutto quando arriverà ad una soluzione diversa dalla mia, e quando dico "mia" intendo quella dell'adulto. Da adulti tendiamo a clonare nei bambini che ci vengono affidati, come anche nei figli, le teorie, le soluzioni, le convinzioni che accompagnano i nostri "insegnamenti", quando, invece, sappiamo, almeno in via astratta, che la creatività del bambino scaturisce dalla sua libertà di vedere il mondo e di pensarlo dal suo punto di vista. Poi troverà l'adulto, sereno e consapevole, con il quale potrà confrontarsi, poiché per l'adulto il confronto è il segnale primario del piacere di educare.
Quest’anno il convegno è stato preceduto da due workshop: l’uno sulla Fiaba come patrimonio creativo dell’umanità, l’altro sulla educazione alla corporeità ed alla emotività, attraverso l’attività del Clowning. Quali le ragioni hanno determinato la scelta?
La scelta delle tematiche svolte all'interno dei due workshop è nata dalla conoscenza diretta delle due conduttrici e dall'esigenza espressa, nei questionari di gradimento del precedente convegno, dai partecipanti: si voleva esperire uno spazio laboratoriale dove poter sperimentare delle tecniche o, comunque, averne un accenno per poter proseguire e approfondire le tematiche stesse. Inoltre sia la fiaba che l'arte del clowning stanno riscuotendo un grande interesse, specie nella scuola dell'infanzia e nelle attività di recupero di bambini con particolari disabilità o disagi.
È possibile individuare sia nel genitore che nell’insegnante atteggiamenti e stati d’animo comuni che accompagnano la relazione educativa pur nella diversità dei ruoli?
La risposta a questa domanda comporterebbe uno spazio non indifferente, sia in termini di tempo che di esposizione. Mi viene da rispondere con immediatezza "SI!!!", rischiando di non dare tante spiegazioni. Nella mia più che ventennale esperienza di psicologa scolastica mi sono accorta di come, certi bambini con problematiche psicologiche, tendono a riprodurre in classe con insegnanti e con i compagni, gli stessi copioni deformati o deformanti che si rappresentano nella loro famiglia. Spesso gli insegnanti, non consapevoli e fin troppo sensibili, cadono nella "trappola" tesa dal nostro bambino perché è questo l'unico modo attraverso il quale può sopravvivere, non conoscendo altre modalità relazionali, diciamo "sane". E' chiaro che gli stati d'animo dell'insegnante, alle condizioni presentate, diventano un tutt'uno con il disagio del bambino che, anziché apprendere a distinguere positivamente stati d'animo e persone, manterrà le tensioni del suo disagio come ultima ratio del suo presunto benessere. Diversamente l'insegnante, grazie alla sua azione da "gancio" nei confronti di ciò che emotivamente prova nei confronti del bambino, potrà rendere funzionale tali emozioni e sentimenti e comprendere la vita psicologica del bambino e le difficoltà ad essa legate.
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