| A RITMO DELL’ANIMA | |||
Musica africana tra emozione, tradizione, ritualità e terapia..... In principio era il silenzio…; poi, un suono…; un altro …; e un altro ancora…. E fu il ritmo, scandito, nell’immensità del silenzio, dall’alternarsi di pause e suoni. Agli albori dell’esistenza, con la nascita della vita e l’organizzazione delle cellule, nasce, così, la melodia. Il ritmo è insito in ogni singola molecola dell’essere, che si evolve seguendo un andamento ritmico-musicale. La strutturazione del linguaggio, le funzioni biologiche, ogni manifestazione e variazione del ciclo vitale, ogni forma d’arte, ogni evoluzione ha in sé una cadenza ritmica di maggiore o minore intensità, che non è dato a tutti di ascoltare e cogliere nella sua essenza profonda.
È prevalentemente nelle melodie e nella musica africana che la componente ritmica ha una intensità talmente profonda ed evidente tale da coinvolgere e trascinare l’ascoltatore. La tradizione musicale africana ha mantenuto inalterato l’intimo connubio tra l’uomo e la natura ed ha preservato da ogni contaminazione quel suono primigenio che ha connotato la nascita della vita nel silenzio delle origini. Consapevole di essere autore ed attore della sua esistenza, l’africano concepisce la musica come supremo strumento per mantenere la psiche in omeostasi con la creazione. Da questa convinzione nasce l’imprescindibile bisogno di celebrare e scandire ogni singolo momento della vita con la musica, che svolge la stessa funzione di un bisturi che penetra nelle parti più recondite dell’animo umano ed incide modi, tempi e regole che inducono a riconoscere una componente divina nell’esistenza. Il ritmo e la melodia in Africa accompagnano rituali che rappresentano delle tappe importanti nella vita del singolo e della collettività. Le emozioni suscitate dalla musica in particolari momenti del percorso individuale e sociale, vengono evocate ogni qualvolta si riascoltano i suoni che hanno caratterizzato quel momento; che hanno accompagnato, ad esempio, il passaggio dalla stadio adolescenziale all’età adulta, attraverso la circoncisione, o la nascita di una nuova famiglia. L’effetto della musica non è legato ad un casuale stato d’animo in cui l’ascoltatore si trova, come avviene all’uomo occidentale, ma è intimamente connesso al succedersi dei vari stadi vitali.
Niente è casuale nella impostazione musicale africana; ogni arrangiamento ritmico, ogni pulsazione delle percussioni, ogni vocalizzazione ha l’obiettivo di smuovere e coinvolgere quelle parti del corpo e dello spirito che entrano in gioco nel momento che si celebra. Nelle varie fasi celebrative di un evento, musiche e canti sono il segno di una identità culturale; melodie e ritmi sono quelli della tradizione orale, che affonda le sue radici in epoche ancestrali. Ogni musica viene suonata per diversi mesi con cambiamenti a seconda delle diverse fasi della celebrazione ed anche un ascoltatore profano si rende conto che il mutamento delle voci verso tonalità strazianti durante una notte vogliono significare che la preparazione alla circoncisione è finita e che questa è la notte in cui verrano circoncisi tre giovani adolescenti. Sì una circoncisione fatta in età tardiva consente a chi la subisce di passare ad una età più adulta e che quel dolore così atroce possa essere per lui il ricordo dell’importanza del suo cambiamento, non come da noi dove solo l’età biologica ti dà fa acquisire certi “diritti” dal cambiamento del ritmo e delle musiche, che si passa da un rito ad un altro. Sì, perché la musica africana non mente, è autentica, come autentico è il popolo che ne è esecutore e fruitore. Ritmi binari esprimono la calma, la sicurezza d’animo dell’età più matura, così come ritmi ternari accompagnano momenti di frenetica, virtuosa e frizzante aria di festa. E siccome la musica è il mezzo per comunicare con l’infinito, per entrare in intima comunione con l’essenza dell’universo, può accadere che in particolari occasioni donne, bambini e quanti non appartengono a determinati ordini o categorie di persone debbano chiudersi in casa ed evitare di porgere l’orecchio alle musiche suonate in certe notti in cui si consuma un sacrificio o si rendono necessari riti propiziatori o di guarigione. Sì, perché la musica, in Africa, è anche una medicina, un farmaco che ha come principi attivi frequenza e melodia che, ben somministrate da chi ne è competente, migliorano la qualità della vita e lo stato psichico del fruitore. Certamente questo tipo di terapia non ha le caratteristiche dei farmaci cui siamo abituati noi esseri progrediti, ma la tradizione africana tramanda segreti e abilità a coloro che continuano ad esercitare con serietà e coscienza pratiche millenarie volte a non deludere le aspettative di coloro che hanno riposto in essi la loro fiducia. Il sapiente “musicoterapista” africano, con l’aiuto di una èquipe che lo sostiene e che egli coordina, espleta il suo lavoro al servizio della comunità, anche se la sua cura presenta disagi e richiede determinati tempi e contesti. L’azione terapeutica della musica si abbina all’uso di bagni con decotti di erbe e alla somministrazione di tisane, le cui proprietà sono conosciute a pochi. Musica ed erbe, agendo in sincronia, ossigenano e purificano la pelle, primo e veritiero filtro di esperienza umana e lubrificano e rigenerano gli ingranaggi di un corpo che si trova in uno stato di sofferenza generale, psichica e fisica. La sofferenza per l’africano ha un grande valore, ma ogni giorno con dignità, con sorrisi e con fede egli continua il suo cammino supportato da forti legami familiari e sociali. Le tradizioni sono montagne sulle quali l’africano si rifugia per sfuggire alle difficoltà che la vita quotidianamente gli riserva. Tradizioni fatte di credenze, di cibo, di cerimonie e soprattutto di musica.
Dal 1950 in poi, in molti stati africani si cominciò a respirare “aria di libertà”, poiché si scioglievano, “politicamente”, catene di schiavitù dolorosamente perpetuate per secoli. In questo nuovo clima di libertà anche la musica subì una “rivoluzione”, che divenne anche culturale, e un Presidente-Dittatore, Seckou Toure, decise che era giunto il momento di far conoscere la tradizione e la musica guineana a tutti. E per “tutti” intendo, prima i guineani stessi e quindi il mondo intero. Sì, perché le condizioni in cui l’africano vive, tra distanze e pericoli di ogni genere non permetteva grandi scambi culturali con i vicini , per cui ogni stessa etnia presente sul territorio difficilmente non era a conoscenza del linguaggio musicale ed artistico degli altri connazionali. L’identità etnica era rappresentata dalla stessa lingua e dallo stesso linguaggio musicale, ma gli stessi ritmi avevano variazioni, melodie, interpretazioni diverse a seconda della regione di provenienza. L’identità nazionale diede così la possibilità di divulgare in modo unitario un certo sapere che per secoli era appartenuto alla tradizione. Tutti i migliori interpreti delle diverse espressività artistiche e culturali, grazie ad una attenta ricerca, furono portati dai propri luoghi di appartenenza nella capitale, dove si formarono alcune Compagnie di danza (Ballet) ed Ensemblemusicali, di impronta Governativa che raggruppavano tra loro varie forme di tradizione orale. Ad oggi molti di loro hanno perso la valenza culturale che avevano alle origini, perché le generazioni sono cambiate e la musica nella capitale ha subito una trasformazione che ha assunto la fisionomia che è propria di una capitale che è a contatto, per quanto possibile, con il mondo intero ed anche perché la grande città non offre al giovane musicista la possibilità di assaporare le intimità di una tradizione legata ad un contesto più ermetico ed originale, come il villaggio. E poi perché per il giovane africano come per il giovane italiano, le Nike ed il telefonino sono più attraenti…..
Personalmente, vivo l’Africa tutti i giorni, avendo sposato una donna della Guinea, che appartiene ad una famiglia in cui la madre si chiama Kouyatè,la famiglia (casta) di Griot (cantastorie) per eccellenza,definita così da Soundiata Keita il grande Imperatore Malinke del 1200 e suo padre, Mamadou “Nylon” Camara, fu uno di quelli che in tenera età lasciò il villaggio perché scelto dal Presidente Toure a rappresentare la sua cultura, quella dei Peul. Mamadou, insieme ad altri dell’ Ensemble governativo, che formavano il Ballet Djoliba, ha fondato l’Ensemble Instrumental, l’unica formazione autentica come all’origine. Per oltre sessant’anni sono stati “Ambasciatori”della loro cultura nel mondo, portando musiche, canti e danze e rappresentando la Guinea per come gli era stata tramandata, anche se il numero dei componenti è nel tempo diminuito a causa del decesso di alcuni artisti. I componenti dell’Ensemble, la cui età è compresa tra i sessanta e i settanta anni, durante la mia ultima permanenza in Guinea, nel giorno del mio compleanno, hanno avvolto me e il gruppo di ragazzi ragusani( Les Tambours D'Harmattan) che erano con me in una coltre che ha annullato spazio e tempo e ci hanno trasportato in un viaggio in cui tra capriole, voci pietose e melodie arcane ci siamo connessi con la parte più profonda,nostra e forse universale, mostrandoci la loro fierezza, la loro gioia e la loro forza, nonostante l’età avanzata, e ci hanno fatto concretamente capire quanta dignità e importanza dovrebbe essere ricercata nell’arte vera, che appartiene alla storia dell’uomo ed ai suoi archetipi ed al simbolismo, nella sua reale essenza e per la quale nessuno “sente” più il bisogno, considerato l'esagerato senso estetico e la valenza puramente commerciale che la musica ha assunto oggi.
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