LA GRANDE VITTIMA
 
 
di Anna Pullace
 
       
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L'Africa subisce le ripercussioni dei grandi cambiamenti climatici

Non è, neanche minimamente, responsabile dell’inquinamento del Pianeta (le emissioni di anidride carbonica dell’intero continente ammontano al 4% del totale mondiale) eppure l’Africa è la più grande vittima dei cambiamenti climatici provocati dai gas serra emessi dai Paesi ricchi e industrializzati.


Alluvioni, cicloni, carestie, siccità, crisi agricola (e quindi fame), desertificazione, diffusione di malattie infettive, sono le conseguenze del riscaldamento globale che sta interessando il nostro Pianeta e aumenta a ritmi vertiginosi. L’Africa è la parte del mondo più colpita da queste sciagure. Non che fino ad ora non ci fossero malnutrizione, malattie o calamità naturali, responsabili, fra l’altro del fenomeno sempre più massiccio dell’emigrazione, ma il global warming sta intensificando questi fenomeni e, se non si prenderanno immediati e decisi provvedimenti, il Continente nero ne sarà devastato.
Il recente rapporto Stand up 2009: uniti contro la povertà e i cambiamenti climatici, curato da Campagna del millennio, Caritas italiana, Unione sport per tutti e Wwf, lancia l’allarme sugli effetti drammatici dei cambiamenti climatici, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Negli ultimi 20 anni i disastri naturali sono quadruplicati, passando da 129 agli attuali 500 l’anno, il 94% dei quali colpisce Paesi già in difficoltà. Queste cifre sono destinate a triplicare nei prossimi 10 anni se non si arresterà il riscaldamento globale attraverso la riduzione delle emissioni di gas serra.
L’innalzamento del livello del mare, causato dallo scioglimento dei ghiacciai (quelli del Kilimangiaro si stanno riducendo esattamente come quelli del Polo), porterà decine di milioni di sfollati entro il 2100 perché spariranno isole e interi arcipelaghi e molte coste saranno sommerse dall’acqua (in Pakistan è stimato addirittura il 40%, quasi la metà delle coste del Paese).
L’aumento delle temperature farà aumentare la diffusione di malattie infettive, ad esempio la malaria, e provocherà un crollo, stimato del 50%, della produzione agricola dei Paesi poveri.
Entro 15 anni saranno 2 miliardi le persone, fra Asia e Africa, a soffrire la sete, così come quelle che soffrono la fame che, secondo gli ultimi dati diffusi dalla Fao, hanno già toccato il miliardo.
La conclusione del dossier Stand up 2009 è che occorre fermare i cambiamenti climatici, trovando un accordo deciso e vincolante alla Conferenza mondiale dell’Onu di Copenhagen che, a dicembre, vedrà riuniti al tavolo delle trattative i leader politici mondiali, già dal 2012, anno in cui scadrà il Protocollo di Kyoto, fallito anche perché poco rispettato o neanche ratificato (come nel caso, clamoroso, degli Usa). L’obiettivo che sarebbe auspicabile raggiungere è un taglio delle emissioni dell’80% rispetto ai livelli del 1990. Per raggiungere questi risultati e rimediare agli effetti del mutamento del clima, Stand up 2009 calcola che basterebbe investire appena l’1% del Pil mondiale.
Capi di stato e di governo hanno avuto diverse occasioni di incontro per negoziare gli accordi da sottoscrivere a Copenhagen. L’ultimo di questi incontri si è svolto i primi di novembre a Barcellona ma ancora non sembrano esserci grandi risultati.
Anche il continente africano si sta preparando al vertice di dicembre al quale parteciperà con una posizione unitaria, decisa dai rappresentanti dei Paesi africani al settimo Forum mondiale sullo sviluppo sostenibile, tenuto nel mese di ottobre a Ougadougou, la capitale del Burkina Faso. Il forum, patrocinato dall’Unione africana e dall’Onu, era incentrato sul tema Cambiamenti climatici: quali opportunità per uno sviluppo sostenibile. I Paesi africani, per la prima volta uniti, hanno sottoscritto un documento da presentare a Copenhagen in cui chiedono aiuto al resto del mondo, in particolare a quelle Nazioni che “hanno costruito il loro sviluppo economico a scapito dell’ambiente”, per poter far fronte agli effetti dei cambiamenti climatici. I leader africani chiedono a tutti gli Stati l’impegno concreto a ridurre le emissioni di gas serra e un sostegno economico perché l’Africa possa adattarsi ai mutamenti del clima e usufruire del trasferimento di tecnologie “verdi”, non avendo a disposizione le risorse per realizzare le misure di adattamento necessarie alla sopravvivenza.
“I più grandi inquinatori hanno responsabilità diverse da quelle dell’Africa” - sono d’accordo nel dichiarare i leader africani. Il tema delle responsabilità differenziate non piace, però, molto al resto del mondo, tanto che al vertice sul clima di Bangkok ha rischiato di far saltare i negoziati. Il fatto è che, se il cambiamento del clima è un emergenza planetaria, per i Paesi poveri africani riguarda la vita quotidiana di oggi e non un futuro ipotetico. Basti pensare alla mortalità infantile nell’Africa sub sahariana, ad esempio, che è del 18%, con punte del 26 - 28% in Paesi come l’Angola, il Niger o la Sierra Leone, dove i bambini che muoiono, per malnutrizione o per malattie infettive, hanno meno di 5 anni.
Save the Children, l’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti dell’infanzia, ha presentato a Barcellona un rapporto in cui dimostra come i cambiamenti climatici sono la più grave minaccia del secolo per la sopravvivenza dei bambini, vittime innocenti di disastri naturali, malattie e fame che il mutamento del clima non potrà che peggiorare.

 

 

 
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