Non c’è solo l’immigrazione povera, e nemmeno solo quella ricca…
L’Africa è anche terra d’emigrazione. C’è quella povera, che arriva qui da noi attraversando, con barconi, il Canale di Sicilia, per andare ad ingrossare, quando va bene, il mercato clandestino del lavoro nero e c’è quella ricca, che viaggia in business class, vive in splendide ville che valgono milioni di euro e che, invece di essere respinti, sono accolti a braccia aperte (anche dagli elettori della Lega).
I primi sono disperati che lasciano il loro paese per sfuggire alla guerra o alla ricerca di un’opportunità; i secondi, invece, sono calciatori che vengono a giocare in Italia attirati dai milioni che i presidenti delle società più ricche regalano loro.

Però, per i pochi Eto’o (Camerun), Asamoah (Ghana), Obinna (Nigeria), Muntari (Ghana) o Diamoutene (Mali) che tutti conosciamo, ci sono storie di altri giocatori, costretti a vivere vite meno dorate, che non arrivano sui giornali.
Operaincerta rimedia a questa carenza raccontandovi la storia di Abdul, un mediano del Gabul, arrivato in Italia nel 1993 (“Ero venuto in Italia per giocare con il Milan, giocare in serie A era sempre stato il mio sogno”).
Non è un campione (“Ero un po’ grezzo, ma non ero troppo male. Assomigliavo un po’ Baggio e un po’ Manicone”), però al suo paese si fa valere perché è un grintoso.
La sera in cui arriva, alla stazione di Milano perché non tutti possono permettersi l’aereo, non trova nessuna folla osannante ad attenderlo e nessun dirigente rossonero per accompagnarlo in sede.
Abdul è solo, e non sa nemmeno dove si trovi la sede del Milan. Così chiede l’informazione al primo passante che incrocia. Ma non è fortunato perché la persona cui chiede è un tifoso dell’Atalanta che, coerentemente, lo manda a quel paese.
Abdul non si scoraggia e ci riprova con un edicolante. Ma nemmeno questi si dimostra un mostro di simpatia (“Per darmi l’informazione mi aveva chiesto di comprare un giornale”).
A quel punto Abdul inizia a disperare ma, forte della massima “Se Maometto non va alla montagna... anzi se Maometto non va alla sede del Milan, la sede del Milan va da Maometto”, si mette a palleggiare con una lattina in mezzo all’incrocio, nella speranza che qualche dirigente della squadra rossonera lo noti e lo accompagni in sede.
Ma la sfortuna non sembra abbia intenzione di abbandonarlo: non ha nemmeno cominciato che arriva una pantera della Polizia (“Quando i passanti mi urlarono di scappare perché stava arrivando una pantera, io, che non avevo capito di cosa si trattasse e pensavo che stessero parlando di una pantera in carne e ossa, non battei ciglio… figuratevi se mi faceva paura una pantera… ne avevo viste un sacco nella giungla”).
Insomma, Abdul viene caricato sulla volante e portato a San Vittore (“C’erano un sacco di carcerati, quasi tutti stranieri, slavi, marocchini, brasiliani con le calze di nailon”).
La permanenza in carcere del giocatore africano per fortuna non dura tanto e dopo pochi giorni viene rilasciato. Ma i poliziotti non lo accompagnano in via Turati, alla sede del Milan: gli danno un foglio di espatrio, come un qualunque immigrato, e gli intimano di lasciare il Paese (“Non occorreva mica che mi dessero il foglio di via… dopo quello che avevo visto e vissuto, avevo già deciso di lasciare l’Italia e ritornare a giocare per la mia squadra. Altro che paese con il cielo sempre blu… io da voi non tornerò mai più!”).
Abdul ha mantenuto la promessa e non è più tornato in Italia. Di lui non abbiamo più avute notizie. Crediamo che, prima di ritirarsi dall’attività agonistica, abbia giocato per diversi anni ancora nella sua squadra del cuore, la squadra con la maglietta nera a strisce nere (“Giocavamo a torso nudo…”).
PS: Abdul è solo un personaggio frutto della fervida fantasia Paolo Rossi che, insieme a Giampiero Solari e Bruno De Franceschi, lo ha fatto diventare una canzone, incisa nel 1993 per l’album Canzonacce.

ABDUL
Ascolta la canzone
Ciao, ciao bell’Italia,
son venuto col trenino,
assai piano ma assai vicino,
come un sogno che mi ammalia,
Io vi ho visto in televisione,
voglio anch’io giocare col pallone,
sono grezzo ma son campione,
mezzo Baggio mezzo Manicone.
Ma chi sei, chi sei, chi sei.
Sono un mediano di nome Abdul,
gioco in riserva giù nel Gabul,
e nella giungla profonda e nera tiro nel culo della pantera.
Nel blu dipinto di blu, felice di stare quassù.
- Ma che nebbia sceso dal treno, ma che nebbia. Scusi? Un essere umano... scusi ? Mister, Mister...
- Sagh’è...
- Ma che modo di parlare. Scusi, sono un mediano del Gabul, corro sulla fascia fino alla morte, faccio anche alcuni metri da deceduto. Sa mica dov’è la sede del Milan?
- Ma va’ via va’... che cassu me frega a mi che tieni all’Atalanta.
- Ma che lingua barbara. Mi scusi, Atalanta... cos’è? Giocate con gli zoccoli...?
- No... è una squadra con le maglie nere a righe blu.
- Ah, anch’io giocavo in una squadra a maglie nere e righe nere
- E che maglia è, scusi.
- Niente giocavo a torso nudo, e alloraaa?
- Ma va’ via negher...
- Che brutta lingua, mi scusi va via negher, che brutta lingua.
Ma chi sei, chi sei, chi sei?
Sono un mediano di nome Abdul,
gioco in riserva giù nel Gabul
e nella giungla profonda e nera giro i tacchetti e buonasera.
Nel blu dipinto di blu io e la palla ci diamo del tu.
- Vado per la mia strada... ma che nebbia. S’è mai visto un negro nella nebbia? Infatti non si vede.
- Occio al tram.
- Devo cercare una luminaria, un’edicola. Un’edicola. Scusi edicolante vorrei un’informazione.
- Prima te me cumpret il giurnal, poi te do l’infurmaziun.
- Eh, ma come cazzo parlate? Mi scusi. Non per essere razzista... comunque, mi dia pure un giornale. Mi dia La Gazzella dello Sport.
- Che giurnal l’è?
- Un giornale sportivo.
- Ma che titul l’è La Gazzella dello Sport?
- Un titolo fantasioso. Non come voi che vedo avete dei giornali... avete un giornale chiamato “Il Giornale”. Quello che l’ha inventato ha avuto l’ingegno… il giornale... “Il Giornale”. Dev’essere... sarà uno che ha chiamato suo figlio “Figlio”, il cane “Cane”. Noi abbiam fantasia...
- Ma va via negher.
- Ammò!?! Sto anch’io parlando come voi, adesso mi sto imbarbarendo mio medesimo.
Guardi vado via, vado via tanto... mi son stancato. Io c’ho talento, io adesso mi metto a palleggiare a st’incrocio, trovo una lattina... se Maometto non va alla montagna... anzi, se Maometto non va alla sede del Milan, la sede del Milan va da Maometto.
- Ueh negher.
- Chi è...
- Scappa negher
- Cus’è .. sto già parlando...
- Scappa negher gh’è una pantera.
- Pantera? E alloraaa? Ho paura io di una pantera?
- A moré chi sei? Che vuoi? Documenti, chi sei? Che vuoi?
Sono un mediano di nome Abdul,
ero in riserva giù nel Gabul
e nella notte profonda e nera,
fammi un contratto come Rivera
-
Ma... ma è modo di massaggiare coi manganelli? Cazzo ma un modo di massaggiare un giocatore coi manganelli? Se mi dovete ingaggiare, mi dovete prendere con la forza? Ma che squadra siete?
- Squadra mobile!
- Cazzo vuol dire squadra mobile, scusi. È chiaro che deve essere mobile una squadra.
-
Mi han portato giù in ritiro località amena, San Vittore. Con tutta la squadra duemilacinquecento, un cazzo di turn-over. Pieno di giocatori stranieri, slavi,
marocchini, giocatori brasiliani con le calze di nailon. Io pensavo che si potessero truccare le partite ma le mezz’ale no...
Adesso sto qui in cella, mi alleno con la palla, dicono che non passo mai la palla? Per forza c’ho la palla al piede. Slegami che ti faccio dei cross... poi arriva uno e fa “Uhe negher...”
Sagh’è? (perchè ormai parlo anch’io come gli indigeni) Sagh’è, dimet, dimmi su dai... sagh’è.
- Espulso!
- Ma se non neanche cominciato a giocare? Scusate, mi state facendo perdere l’identità calcistica. E io sto qui a palleggiare ma anche a chiedermi...
Ma chi son chi son chi son...
Sono un mediano di nome Abdul,
ero in riserva anche a San Vittur,
e dalla giungla della galera,
io torno a casa con la pantera.
Nel blu dipinto di blu, io non ci tornerò più.
Nel blu dipinto di blu io non ci tornerò più.
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