IL LAVORO CHE VERRÀ
 
 
 
       
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In tempi di crisi non è lecito fare ai giovani la solita promessa politica del posto fisso

In tempi di crisi non solo finanziaria ma soprattutto economica, spirituale e strutturale e non semplicemente materiale e congiunturale, non è lecito fare ai giovani la solita promessa politica del posto fisso. Non è possibile scherzare con le loro speranze perché sono le vittime innocenti dei mille problemi sociali, economici ed esistenziali di questo tempo, specie nel mezzogiorno. Bisogna offrire finalmente e seriamente alle nuove generazioni un quadro certo di possibilità dignitose, di sapore attivo e propositivo sul piano socio-economico, culturale e motivazionale e non semplicemente l’antica via clientelare ed assistenziale. Servirebbe una nuova leva più spirituale ed economica, più culturale, efficace e seria per aprire una porta centrale di accesso al mondo del lavoro attraverso nuove opportunità egualitarie, di base formativa, per tutti per esercitare il giusto e fondamentale diritto al lavoro.


Sul piano del metodo al fine di elaborare una più adeguata proposta lavorista, non demagogica e non populista, di fuoruscita dalla crisi occupazionale che avanza e colpisce sia il privato che il pubblico è utile seguire l’indicazione di Francesco Riccardi di una vera e propria “Costituente del lavoro”. Non a caso egli precisa che «il lavoro oggi merita una Costituente che ne ridisegni uno Statuto». Si tratta finalmente «di costruire zattere resistenti, protezioni certe e punti di approdo che ci permettano di sviluppare il lavoro e la nostra vita» (cfr. Avvenire 22 ottobre 2009, p. 2). Si tratta non di inseguire acriticamente gli statuti dei lavori ma di “aprire il ghetto della precarietà nel quale sono rinchiusi i giovani”, non riproducendo il vicolo cieco della flessibilità ideologica e strumentale del posto di lavoro ma inaugurando invece la via meritocratica della “flessibilità delle mansioni” per fare carriera di qualità virtuosa a cui far corrispondere una nuova e più congrua retribuzione di risultato personale e di garanzia solidale ed esistenziale. Dall’analisi a più voci risulta che il flessibilismo ideologico, prima voce del liberismo selvaggio, ha allontanato i giovani dall’ingresso nel mondo del lavoro “forte”, ne ha terremotato le garanzie sociali, professionali e sindacali e ha moltiplicato il mondo dei precari, nelle forme tipiche e atipiche. Ha disgregato il senso e il valore del lavoro come cultura spirituale, etica e professionale di scopo separandolo dal futuro e da un progetto esistenziale di costruzione di una propria vita di relazione familiare e professionale. Continuare ad alimentare i lavori precari con il mito e il requisito della flessibilità significa continuare a danzare sul crinale di un precipizio sociale e personale sul piano della integrazione intergenerazionale e riprodurre con il precariato lo “sbandato”. Il precariato si è rivelato un fenomeno di costruzione sociale della devianza. Al dualismo storico tra occupati e disoccupati sta seguendo quello tra occupati garantiti e protetti e occupati precari che sono quei giovani privi di ammortizzatori sociali, adeguati e funzionali, e di prospettive certe di tutela professionale e pensionistica. Dalla cronica e strutturale incertezza dei mille lavori bisogna passare decisamente all’esercizio pieno del diritto al lavoro nella forma non della mansione fissa né del posto fisso ma del lavoro garantito “a tempo indeterminato” e articolato nelle mansioni a geometria variabile e a percorsi di merito personale e produttivo ridisegnando il lavoro di ingresso. Se per ragioni economiche o tecnologiche “congiunturali” viene a mancare quel determinato posto di lavoro se ne deve creare un altro, se muore una mansione se ne deve creare un’altra di livello simile ma utile nel momento contingente a cui accedere con incentivi pubblici. Dobbiamo liberare dalla catena clientelare e dalla debolezza strutturale ed economica al più presto il mondo del lavoro giovanile (18-25 anni) creando una nuova realtà e circolarità di rapporto virtuoso tra produzione e nuovo lavoro sia nel privato che nel pubblico. La “dissenteria” del ministro Brunetta non costituisce certo una via di equilibrio, politico e sociale, né motivazionale né istituzionale ma solo la valvola di sfogo di una cattiva coscienza politica che individua nei cosiddetti fannulloni “il capro espiatorio”.


La tesi di Francesco Riccardi in buona sostanza è invece un primo passo utile per ridisegnare la nuova flessibilità del lavoro ed incrementare la produttività lavorativa legandola ad un’etica del lavoro e della responsabilità personale, aziendale e collettiva.
Anche gli ammortizzatori sociali sono da ripensare non solo come tutele giuridiche e supporto economico solo assistenzialistico, ma soprattutto come agenzie di lavoro di transizione e non di parcheggio nei periodi di crisi bloccando il facile ricorso al licenziamento in barba all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Le mansioni maturate nel precedente sistema produttivo potrebbero essere funzionali ad una produzione più competitiva nel mondo globale o socialmente utile nelle aree povere del nostro Paese o potrebbero avviare attraverso una più adeguata offerta formativa e produttiva una nuova socializzazione lavorativa ad una nuova mansione senza ingessare le imprese in difficoltà. Questo sistema di porte girevoli di ingresso e di uscita produttiva potrebbero generare nuove condizioni di rete per formare e addestrare una nuova manodopera riqualificata e reimpiegabile in un sistema produttivo globale. I Sindacati riavrebbero come le Associazioni dei lavoratori (cfr. le Acli) una grande funzione di tutela finalistica concreta, cioè funzionerebbero anche da ammortizzatori sociali strutturali di tipo organico e funzionale alla ripresa economica e produttiva. La Costituente del lavoro dovrebbe porsi quindi il problema prioritario di come attuare subito con una leggina condivisa un piano straordinario di occupazione per la fascia giovanile “18-25 anni”. Sarebbe così garantito l’esercizio del diritto al lavoro dopo l’esercizio pieno e finalizzato  del diritto allo studio. Mentre per gli altri lavoratori, maturi e anziani, basterebbe invocare socialmente un grande sforzo di maggiore tutela personale e familiare ad hoc di tipo fiscale e retributivo per attraversare la crisi economica e lavorativa di oggi. (cfr. Intervista a Giuseppe Bertola, in La Stampa, 31 Ottobre 2009, p. 6).
Massimo Giannini si chiede su Repubblica (cfr. La Destra Zelig, 21 ottobre 2009, p. 33) se “in questi anni si sia ecceduto nella flessibilizzazione dei rapporti di lavoro” e se “la nuova variabile indipendente del sistema, invece del salario, sia diventato il precario” si deve porre mano alla riforma della famosa Legge Biagi per modificare la struttura dei contratti collettivi, modificare le regole di ingresso nel mercato del lavoro e accorciare la distanza tra chi gode di tutele e chi ne è privo. Con l’attuale precariato selvaggio non si può impunemente, sul piano politico e sociale, fare “l’apologia del posto fisso”, principio fondativo del populismo autoritario, come ha fatto il Governo  Berlusconi-Tremonti, che ha stravinto le elezioni sull’onda del liberismo e del flessibilismo del posto di lavoro con la promessa persino della riduzione delle tasse a tutti, industrie e famiglie. Massimo Giannini avvisa il governo che “nessuna economia, nemmeno quella pianificata, può garantire il posto di lavoro a tutti”.
Le diverse vie potrebbero aiutare la ricerca della soluzione. Il progetto del Libro Bianco di Maurizio Sacconi prevede a riguardo forme di indennità di disoccupazione e di reinserimento lavorativo per coloro che “si trovano in uno stato di dipendenza socio-economica da un solo committente”. Nel settore privato si svilupperebbero i fondi con incentivi fiscali e con contributi obbligatori dei lavoratori e degli imprenditori una sorta di cassa integrazione riformata affidata alla gestione degli enti bilaterali formata dai sindacati e dai datori di lavoro secondo la logica dello “Statuto dei lavori” teorizzata dal compianto Marco Biagi. Il Progetto di Pietro Iachino, giusvlavorista, si spinge verso la cosiddetta “Flexsecurity”, che prevederebbe, per i nuovi rapporti di lavoro, un contratto a tempo indeterminato con un periodo iniziale di prova obbligatoria di sei mesi. E’ possibile il licenziamento dopo, solo per motivi economici ed organizzativi con un congruo indennizzo calcolato in misura crescente all’anzianità di servizio.
Il progetto delle Acli punta oltre che su una unica disciplina dei contratti di lavoro anche sul  “contratto prevalente a tempo indeterminato per i lavoratori subordinati neo-assunti”. Si prevede inoltre un’unica aliquota contributiva sia per i lavoratori dipendenti che per i parasubordinati pari al 30% della retribuzione.
Come si vede non c’è in atto un’attenzione specifica ad un grande Piano Nazionale per l’ingresso garantito dei giovani nel mondo del lavoro nella fascia giovanile 18-25 che è oggettivamente la più debole e la più bisognosa di cure urgenti e mirate di tipo culturale ed economico e che costituisce oggettivamente e strategicamente la nuova leva dello sviluppo e della innovazione del mondo del lavoro e della produzione. Forse sul piano concreto manchiamo di una politica specifica della solidarietà per quanto riguarda il lavoro come profetizzava Giorgio La Pira e come teorizzava Luigi Mengoni nella lucida e famosa interpretazione del principio lavoristico nella Costituzione (cfr. Mario Napoli, La solidarietà da riscoprire, Vita e Pensiero, Milano 2009, pp. VII-X). La solidarietà “lavoristica” deve crescere innanzitutto a favore dei giovani sul piano di una politica economica di pronto intervento del Paese regolando in modo opportuno e condiviso la libertà economica del sistema produttivo con i bisogni sociali emergenti dei nuovi poveri, che sono oggettivamente i giovani, condannati ad un lavoro precario, invano tutelato dalla Costituzione Repubblicana, sia nello spirito che nella lettera. Bisogna ristabilire la certezza del diritto al lavoro con virtuose strutture di bene comune nel “pubblico impiego” con trasparenti e periodici concorsi pubblici (oggi latitanti e/o a passo di lumaca!). Nel “privato” sarebbero da agevolare assunzioni “giuste”, fidate e meritocratiche, per chi nel Paese studia per lavorare seriamente e produttivamente.  
Questa via non è utopistica ma utopica, cioè percorribile da parte di una politica saggia e responsabile costruita in un libero Parlamento di “forti e liberi”. Per il “dopo Berlusconi” ci vogliono fin da adesso i seminatori e non semplici posizionamenti di vantaggio di alcuni gruppi o di alcune tribù.
I cattolici come movimento spirituale, plurale nelle opzioni ma unitario nell’anima e nella ispirazione, faranno bene a marcare la loro differenza e distanza dal regime che crolla per ricostruire dai cocci culturali e valoriali, sociali, economici e politici con un seme di nuovo futuro una migliore  democrazia dei diritti sociali e della solidarietà civile. La loro vocazione storica è stata, dal dopoguerra in poi, quella di impedire una deriva plebiscitaria e autoritaria del Paese sul piano politico e di contrastare l’individualismo di massa, indifferente e cinico, sul piano sociale, culturale ed economico. L’aspirazione per parte nostra al “lavoro che verrà” sarà cristiana e laica ma chiara e radicata sulla difesa della dignità della persona umana dei lavoratori e dei loro giusti diritti in una Comunità nazionale.
Ha ragione Romano Prodi quando invita a distinguere “fra demagogia e democrazia, fra i vantaggi di oggi e l’impoverimento futuro, spiegando il ruolo necessario e positivo dello Stato democratico in una società moderna e proponendo con coerenza le azioni da compiere perché le crescenti ingiustizie non distruggano il nostro futuro…” anche perché ci stiamo avviando “passo passo verso una crisi definitiva dei fondamenti di solidarietà e di convivenza della nostra società” (cfr. Il Messaggero, 25 ottobre 2009, p. 17).

 

 
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