DAKAR
 
 
di Adriana Lazzini
 
       
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Riflessioni

La copertina di un’edizione economica di “Ragazzo negro” di Richard Wright, che mi ha sempre seguito nei miei traslochi, riporta il disegno di un giovane ragazzino di colore sorridente. Le persone di colore sorridono sempre. I neri non sono come i bianchi, loro sì che sorridono sempre. Sul loro volto nero, quel sorriso bianco, ad illuminarlo, mi ha sempre comunicato grande gioia, grande pace, senso di grande serenità.
Un giorno, dovevamo partire, io lo aspettavo alla stazione e lui mi venne incontro, splendente, con quel suo sorriso bianco sul suo viso nero. Era speciale, non riesco a trovare altro aggettivo: speciale.
Anche il bianco degli occhi sulla pelle nera, risaltavano luce, solarità.
Guardare le pubblicità progresso di quei piccoli volti sorridenti: bambini che giocano in un villaggio africano. Ogni volta che quel bianco su quel nero ha brillato, sono stata felice di vederlo.
Il bianco e il nero, bipolarismo cromatico che ancora una volta mi spinge alla valutazione e al soppesamento della dualità degli opposti e alla perfezione di certe unioni al di sopra delle differenze.
Certo che partire, per parlar d’Africa, da “cromatismi emotivo-filosofici”, fa si che il mio intento si dispieghi in associazionismi mentali ancor più sconfinati, che mi parlano e raccontano anche di colori, odori, visioni, sensazioni. Non sono mai stata in Africa, ma ne vivo l’esperienza interiore, il viaggio onirico da sempre.


La savana

Il calore, che se ci pensi ti toglie il fiato eppure non lo senti in Africa perché fa parte della sua aria, della sua atmosfera, della sua luce intensa, chiara, nitida, spiazzante, pervade ogni cosa. Non ci sono luci o ombre qui, se non le figure nere sullo sfondo dei villaggi, di uomini, donne, bambini e anziani, che si confondono in ritmi a noi estranei, possibilistici, fuori da ogni schema probabilistico che noi occidentali pretendiamo di prevedere in una  smania quasi compulsiva di controllo, interrogandone i calcoli sulla soglia di ogni decisione da prendere. Qui sopravvive la scelta della possibilità in un senza-tempo scandito solo dalla natura e ciò che si può o non può fare, senza eccessi né dinieghi.
Immagino l’arrivo al lago rosa, a chilometri di percorso sterrato e polveroso dalla capitale senegalese Dakar.


Il lago rosa a Dakar

Il lago Retba, colpisce la mia immaginazione per essere uno specchio d’acqua, realtà immobile, che ancor più amplifica la sensazione di ritmo lento e fuori dal tempo che questo paese e la sua comunità mi trasmettono. La luce bianca abbagliante, esaltata dal chiarore delle saline, comprende tutto lo spettacolo naturale affascinante di questo luogo. La colorazione del lago, dovuta probabilmente alla reazione che il sole provoca sulla composizione sulfurea dell’acqua e alla presenza di alghe sul fondo, risulta alla vista più che rosa, quasi vermiglia. Il sole alto, dell’ora in cui fantastico di trovarmi lì, accresce la fascinazione estatica che quel luogo origina in me. Passo accanto alle piroghe sospese nella leggera schiuma bianca che contorna la riva. Immergo i piedi in acqua e lascio spaziare lo sguardo sulla lontana sponda, dove attraverso il tremolìo tropicale dell’aria soleggiata, vedo la folta vegetazione verde scuro che circonda il lago. Dietro a me poche capanne spoglie, della gente che qui impiega il tempo delle proprie interminabili giornate, lavorando alla raccolta del sale. Montagne di oro bianco luccicante riempiono i miei occhi. Avanzo nell’acqua, prima le gambe, il busto, poi lascio galleggiare il mio corpo tutto. Dalla riva qualche uomo di colore e un paio di donne, sospendono il loro lavoro e mi guardano ridendo e salutando, coi movimenti scomposti dei loro stessi corpi diventati ìlari. Bianca, Bianca! Dicono ed io sorrido.

 

 
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