DONNE MUTILATE
 
 
 
       
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L’infibulazione: una tradizione africana molto diffusa

È la pratica più terribile di mutilazione genitale femminile (MGF) nel mondo e si chiama infibulazione. Viene esercitata in società a carattere patriarcale in cui la donna è considerata un essere inferiore che non ha gli stessi diritti dell’uomo, con una sessualità da condannare. Tra le pratiche di schiavizzazione e sottomissione della donna è una delle più terrificanti, ma ancora molto diffusa e condivisa da donne cristiane, animiste e islamiche, soprattutto in Africa Centrale e nel Corno d’Africa. Si calcola che in Egitto il 90% delle donne ha subito l’infibulazione; in Somalia addirittura si arriva al 98%. Il termine deriva dal latino “fibula” ovvero la “spilla” utilizzata per agganciare la toga romana. La “fibula” era impiegata anche per evitare che le mogli avessero rapporti sessuali mentre i mariti erano in guerra, e per prevenire il rapporto sessuale tra gli schiavi perché eventuali gravidanze avrebbero rallentato il loro lavoro.


Se ne parla poco. Pensiamo sia un problema lontano dalla nostra realtà, ma non è così. In Italia ci sono oltre ventimila donne infibulate. Questi i dati ufficiali, ma i numeri sono di gran lunga più alti. Le donne chiedono di essere infibulate anche lontano dal loro paese d’origine, chiedono di far infibulare illegalmente le figlie nei paesi in cui sono emigrate e di voler essere infibulate dopo il parto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha vietato questa pratica, ma è un problema fondamentalmente culturale difficile da  sradicare. Nonostante la legislazione vieta le mutilazioni, la tradizione è più forte. La credenza che la donna debba essere infibulata è così radicata da diventare non solo una violenza fisica, ma anche psicologica; la cosa che desta più sorpresa, infatti, è che sono proprio le donne a chiederla per non sentirsi escluse o impure. Le donne non infibulate, anche se vergini, non trovano marito, vengono emarginate.


L’OMS distingue quattro tipologie di mutilazione. La più semplice è una circoncisione del clitoride che nei paesi musulmani definiscono sunna; il secondo tipo è definita escissione e prevede anche l’asportazione delle piccole labbra; poi c’è l’infibulazione vera e propria, detta anche circoncisione faraonica, che prevede l’asportazione del clitoride, delle piccole e grandi labbra. Infine, il quarto grado è l’introcisione che comprende una serie di interventi, ma è una pratica rara e poco diffusa.
La “cerimonia” è fatta di sole donne e viene praticata sulle bambine dai 2 agli 8 anni. Le donne del villaggio cantano perché per loro è un festeggiamento! Ma per molte bambine queste mutilazioni finiscono in tragedia. Oltre alla paura, al dolore ci sono tutte le conseguenze di un’operazione eseguita con strumenti di fortuna, lamette sporche e arrugginite o pezzi di vetro. Emorragie, infezioni, tetano, sterilità… queste solo alcune delle complicazioni a breve o a lungo termine che nella maggior parte dei casi sopraggiungono. I rapporti sessuali vengono così impediti fino alla defibulazione, che in queste culture viene effettuata direttamente dallo sposo. L’infibulazione ha proprio lo scopo di conservare la verginità e di rendere la donna un oggetto sessuale incapace di provare piacere con il proprio coniuge. Dopo ogni parto la donna viene di nuovo infibulata, se non si verificano conseguenze letali sia per la madre che per il feto.


È una pratica che nega il rispetto della donna e la tutela dei suoi diritti, ma la loro affermazione in questi paesi è un’impresa titanica. Nella tradizione le mutilazioni genitali femminili non sono considerate un atto di violenza sul minore, ma un segno di attenzione. Le famiglie povere si indebitano per assicurarsi che la figlia o le figlie siano integre, pure fino al matrimonio. Sono circa 140 milioni le bambine e le donne nel mondo che hanno subito una qualsiasi forma di mutilazione genitale, ma ci sono anche ragazze e donne che si ribellano a queste “cicatrici dell’anima”. La strada del cambiamento inizia proprio da loro… la donna libera di essere donna.

 

 

 
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