Storia di una parola d'oltremare
Da bambino sentivo spesso i più anziani rimproverare i minori gridando loro: ballagazizza! Proprio così, ballagazizza.
Lo confesso, ho capito il significato della parola solo molti anni
dopo, ormai adulto. E l’ho capito quando ormai nessuno più, almeno
nella mia città, rimproverava i bambini con quella parola. A proposito
del rimprovero, va subito detto che in realtà era un rivolgersi ai
bambini con tono fintamente minaccioso, quasi con affetto, anzi,
certamente con l’affetto familiare. Tant’è che a dire ballagazizza ai mocciosi era di rado il padre, e ancora più di rado la madre. Ballagazizza
era di solito il nonno a gridarlo ai nipoti, al limite lo zio. Lo si
diceva ai monelli particolarmente agitati, a quelli perennemente in
moto, sempre pronti al gioco anche pericoloso. Insomma, i bambini di
una volta, ché a quelli di oggi, se sono particolarmente (ma anche
normalmente) agitati, li si porta dal medico perché siamo preoccupati
che possa trattarsi di un disadattamento, dell’emergere di problemi più
seri, di una patologia, di una disgrazia.
Bene, una volta, a quei bambini gli si alzava il dito minaccioso davanti la faccia e gli si gridava ballagazizza.

Bengasi
Ballagazizza è, di fatto, la sicilianizzazione della parola araba bal al gaziz, ovvero il nome di un quartiere di Bengasi, la seconda città della Libia.
E da lì parte la storia della parola usata dai nostri nonni per
rimproverarci. Poiché gli italiani abitarono molti decenni in Libia, a
partire certamente dalla guerra coloniale del 1911 (ma moltissimi
siciliani avevano impiantato attività economiche sia a Tripoli che a
Bengasi già dalla fine dell’800, soprattutto quelle attività legate
alla pesca e all’allevamento/raccolta di prodotti acquatici, come, per
esempio, coralli e spugne) si crearono interi quartieri etnicamente
orientati. Non ghetti, ma certamente aree involontariamente delimitate
e riconoscibili (come avviene in tutte le città del mondo, anche e
forse sopratutto adesso). Ma al limitare del quartiere “italiano”,
c’era a Bengasi, e forse c’è ancora, un quartiere malfamato, dove era
bene non entrare per non correre rischi. Ed era il quartiere di Bal al
Gaziz. Da li il neologismo siculo di ballagazizza, per dire
delinquente, malfamato, per quanto, come abbiamo visto, in tono
simpatico, affettuoso.
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