Nel cuore dell’Africa nera, tra psicoterapia e mal d’Africa
Nel 1997, dal 27 al 29 Novembre, a Kampala, in Uganda, si è tenuta la Prima Conferenza Africana sulla Psicoterapia, organizzata dal World Council of Psychotherapy.
Ero lì, mandato dall’Istituto di Gestalt H.C.C. di Ragusa presso cui allora lavoravo, per tenere una relazione in cui presentavo la Psicoterapia della Gestalt. C’erano psicoterapeuti provenienti da tutte le parti del mondo e di orientamenti psicoterapici diversi. E chiaramente c’erano psicoterapeuti africani, sia quelli occidentalizzati, cioè provenienti da una formazione di tipo occidentale, sia quelli indigeni, africani doc, che portavano il contributo della vera ed autentica psicoterapia africana.

Avevo sognato quel viaggio tante volte nella mia vita, fin da bambino. Amavo ed amo l’Africa, quella nera, avendola avuta sempre dentro di me profondamente nelle viscere. Arrivai a Entebe, l’aeroporto di Kampala a circa 30 Km di distanza dalla stessa, alle 21, dopo aver sorvolato e percorso dall’alto tutto il Nilo, dalla foce alle sue sorgenti: spettacolare! Era buio pesto in quel piccolissimo aeroporto dove alcune donne tranquillamente cucivano biancheria e per un attimo mi sembrò di essere in Sicilia ad osservare le nostre donne anziane che lavorano a maglia o all’uncinetto. Mi trovai catapultato dentro un taxi senza sapere né come e perché e quando dissi l’indirizzo del mio minuscolo albergo africano, il tassista mi rispose che non sapeva dove era ma che non mi dovevo preoccupare. Iniziamo bene, pensai io.
Era la prima volta in assoluto che si teneva una conferenza di psicoterapia in Africa e questo mi rendeva molto orgoglioso: essere lì a tenere una relazione per me era un grande onore. C’erano esponenti di tutti i maggiori indirizzi psicoterapici occidentali ed anche di scuole a me fino a quel momento sconosciute come la Sophia Analisi. Conobbi tanti colleghi di diverse nazionalità, ma come sempre accade feci gruppo con gli altri italiani, che per la maggior parte erano cani sciolti. O per lo meno io mi aggregai con quelli che per l’appunto erano dei cani sciolti, Francesco (pugliese) Alfredo e Gioia di Roma ed un’altra di cui però non ricordo il nome.

La strada che dall’aeroporto portava alla città era per lo più diritta e la cosa più sconvolgente era la grande quantità di gente che a quell’ora la percorreva a piedi e le casette che si scorgevano proprio lungo la strada in cui tu potevi guardare dentro. Un pensiero mi assalì ad un certo punto: “Ma se questo mi deruba e mi ammazza?” Mi resi conto di quanto siamo prevenuti e pieni di pregiudizi, noi occidentali.
Nonostante i miei lugubri pensieri arrivammo in hotel. Incredibile, un piccolo alberghetto alla periferia di Kampala assediato da neri, cioè da gente di colore nero. A livello della strada. nell’albergo c’era una specie di bar dove si ascoltava musica, si ballava e si beveva birra, ed era pienissimo di gente. Tutta nera. Ebbi paura, anzi terrore, ero l’unico bianco in mezzo a decine e decine di neri. Capii in quel momento come si può sentire un africano quando arriva in un paese occidentale e compresi cosa significa sentirsi “un diverso” ed avere paura di essere emarginati e derisi. Per fortuna o per compassione il mio autista mi accompagnò fin dentro all’albergo consegnandomi nelle mani del direttore, Ben, anche lui ovviamente nero.
Nei tre giorni di conferenza molte furono le relazioni presentate in plenaria e in piccoli gruppi ma al dire il vero niente di particolarmente interessante. Chi parlava in inglese si rivolgeva al pubblico in modo diretto, chi non sapeva l’inglese aveva con sé il proprio traduttore personale. Io avevo preparato il mio intervento in inglese ma il punto era come avrei fatto con le domande del pubblico? Francesco mise a mia disposizione la sua traduttrice, ma alla fine non ne ebbi bisogno in quanto me la cavai benissimo col mio inglese e devo dire che ci furono molti interventi interessati quel pomeriggio. Ma il grosso del convegno era ascoltare gli psicoterapeuti africani, non tanto quelli di formazione occidentale che bene o male si rifacevano a modelli psicoanalitici, quanto quelli indigeni, i cosiddetti stregoni. Capiamoci, nessuna magia, gente comunissima in camicia e giacca che spiegava scientificamente ciò che essi facevano e perché lo facevano.
Ero arrivato un po’ di giorni prima del convegno per poter andare in giro a vedere e conoscere. Con Ben e suo fratello Manuel, studente di psicologia, diventammo subito amici. Erano molto cordiali e si offrirono di accompagnarmi in giro. Girai mercati, dove la carne appesa all’aria e al vento era ricoperta da mosche, quartieri fatti di capanne misere dove la gente in 4 metri quadrati faceva tutto e la porta dava sulla strada e con 30 euro al mese ci viveva una famiglia di 5 persone, villaggi fatti di case costruite con paglia e fango dove fummo ospiti a pranzo del capo villaggio e in segno di grande ospitalità la moglie non mangiò con noi, bensì restò fuori ad aspettare che avessimo consumato il nostro ricco pranzo fatto di pesce essiccato, radici simili alle patate e non ricordo cosa altro. Vidi le piantagioni di tabacco e i campi coltivati a patate. Visitai diverse scuole, quelle con mense e camere dove poter dormire e quelle fatte di capanne semidiroccate: in tutte una grande dignità, una grande preparazione dei docenti, una grande funzionalità rivolta ai bambini ed in tutte mi colpiva sempre una cosa: nessun bambino gridava, nemmeno nelle attività che erano fatte in movimento all’aria aperta, e nessun insegnante alzava la voce. E ad ogni scuola che visitavo pensavo sempre la stessa cosa: magari anche da noi in Italia ci fosse lo stesso grado di attenzione e rispetto per l’altro ed in particolare per i bambini!
E veniamo al dunque e cioè la psicoterapia africana. Antica come le origini del mondo e dell’uomo, trae le sue fondamenta epistemologiche e scientifiche dallo studio diretto e immediato dell’uomo e cioè dalla sua unità psicofisica: mente, corpo e anima uniti fra di loro in un tutt’uno che è l’essere umano stesso. In tale ottica non vi è alcuna diversità di approccio alla cura delle malattie che noi occidentali definiremmo organiche da quelle mentali. Il punto di partenza del medico/stregone è che il “male”, cioè la malattia dev’essere fatta uscire fuori dall’organismo umano. E nel caso di malattie mentali il male che deve uscire fuori sono le emozioni trattenute. Le emozioni non elaborate diremmo noi, determinano un blocco nel corpo e nella mente alterando i pensieri stessi della mente e la fisiologia del corpo. E la psicoterapia africana in un batter d’occhio, ancor prima della nascita della psicoanalisi, ha sintetizzato tutto l’insieme di teorie psicologiche elaborate da Freud in poi, compresa quella sistemica, in quanto il trattamento del paziente va fatto insieme alla sua famiglia e con il coinvolgimento stesso della famiglia allargata, nonché degli altri membri del villaggio ove risiede il paziente.
In albergo mi derubarono di tante cose, ma furono gentili perché mi lasciarono i vestiti, ne presero solo alcuni, i più belli, ed altre cose che mi servivano. Soldi e documenti li portavo sempre con me, per fortuna. Feci la denuncia assistito da Ben e per l’occasione accompagnato con la macchina dell’albergo. Sapevo che era inutile, ma dovevo farla. In fondo non me ne fregava niente delle cose che mi avevano rubato, compresa macchina fotografica e cellulare. Era più la paura che potessero riprovarci e ci misi un bel po’ di tempo per rendermi conto che non sarebbero più entrati in camera poiché avevano preso tutto quello che volevano lasciandomi le cose che mi servivano. Erano ladri gentiluomini. Anche lì, dopo aver compreso ciò, pensai che noi occidentali siamo proprio stupidi!
Lo stregone ha la sua piccola clinica, un piccolo villaggio fatto di case e capanne dove vi sono le stanze per i malati, anche quelle con le catene per quelli pericolosi e violenti, le case per i familiari e i parenti della tribù del paziente, le capanne dove sono immagazzinate le erbe e così via. E la cura dura diversi giorni, anche settimane in cui si susseguono danze al ritmo frenetico dei tamburi, cui partecipa tutta la tribù, accompagnate da canti fortemente ritmati e urla, che hanno lo scopo di portare l’eccitazione e la tensione psicofisica al massimo e quindi determinare lo scarico delle emozioni, con somministrazioni di decotti ed infusi di erbe medicinali, con riti cui partecipano i familiari con lo scopo di riequilibrare l’intero sistema familiare che è all’origine della malattia mentale del paziente, con l’applicazione di corna di animali cave sul corpo del malato che fungono da “coppette” (ricordate le coppette che usavano i nostri nonni?) che hanno lo scopo di succhiare fuori dal corpo del malato “il male”.
Al mattino la colazione era abbondante, a base di frutta (semplicemente meravigliose le piccole banane africane) e di uova e pancarré. Poi, si tornava a mangiare intorno alle 17, lì si usava così. Quando per la prima volta andai con Ben a mangiare in un ristorante, si fa per dire, fui colpito dalla lentezza dei ritmi delle persone che lavoravano lì. Avevo già notato il rapporto col tempo, scandito da ritmi lenti, ancor più lenti di quelli nostri della Sicilia, della gente africana. Ma lì in quel luogo dove eravamo seduti a mangiare solo io e Ben, beh, non la faccio esagerata ma passò mezz’ora prima che venisse qualcuno a chiederci cosa volevamo e almeno un’ora dall’ordinazione, prima che ci portassero quanto ordinato. E la cameriera che aveva preso le ordinazioni procedeva per andare in cucina con passo lentissimo, facendo delle pause come se incontrasse qualcuno mentre camminava con cui si fermava a chiacchierare. Ma lì, oltre che a me e Ben, non vi era proprio nessuno. Beati loro che gustano e vivono profondamente il loro tempo!
Tra le attività collaterali della conferenza era prevista, per chi voleva, una visita all’Ospedale Psichiatrico di Kampala. Chiaramente andai insieme ad alcuni, non eravamo in molti poiché la maggior parte andò a vedere le sorgenti del Nilo. Sì, ok, belle le sorgenti, ma io ero lì per la psicoterapia africana. I contenuti erano molto simili a quelli occidentali, la struttura molto diversa, spazi ampissimi dentro e fuori, grandi padiglioni, prati, ecc. Ma lì c’era poco di interessante per noi, così Francesco, Gioia, Alfredo ed io decidemmo, dopo avere preso informazioni, di andare a fare visita ad uno “stregone” africano e alla sua clinica. Fummo ben accolti e ci permisero di visitare e girare ovunque, rispondendo a tutte le nostre domande. Alla fine il dottore ci concesse anche una intervista nel suo studio. Fu una chiacchierata veramente interessante in quanto fu chiaro a tutti noi come secoli di cultura cattolica avevano impedito a noi occidentali di vedere ciò che in altre culture era ovvio da sempre. E ci rendemmo conto che solo in occidente la psicologia e la psicoterapia sono delle scienze recenti, da Freud in poi, mentre in tutte le altre culture, basti pensare alla medicina cinese o a quella ayurvedica (indiana), compresa quella africana, esse esistono come scienze da sempre. Il connubio tra religione e medicina sempre esistito in Africa cosi come in Asia ed America Latina, ha fatto sì che presso questi popoli le scienze mediche e psicologiche esistessero da sempre in una visione integrata tra religione, medicina in senso stretto e psicologia. Per loro non vi è alcuna differenza tra medicina e psicologia come avviene nel mondo occidentale, né tra medicina e fede.
Partii da Kampala dopo essere rimasto ancora un po’ di giorni dopo la fine della conferenza. Girai ancora villaggi vicini, parchi, case. Partecipai anche ad un paio di matrimoni, non ero invitato chiaramente, ma appena mi videro in chiesa divenni l’invitato d’onore. Che festa, quei matrimoni pieni di balli, canti, ritmi, vita! Fui il primo dei bianchi ad arrivare e l’ultimo a partire. Vidi partire tutti i miei colleghi fino a quando gli ultimi due giorni restai solo. Prima che Francesco, Alfredo e Gioia partissero portammo in regalo al capo del villaggio dove eravamo stati ospiti a mangiare una bicicletta. Ci ringraziò e benedisse perché così poteva andare a vendere ai villaggi vicini il suo tabacco ed incrementare i suoi affari.
Andammo, con Ben, a trovare suo padre che viveva in un villaggio vicino e chiacchierai a lungo con lui.. Partii con negli occhi i visi dei mille bambini mezzi nudi che incontravo per strada, tutti sempre sorridenti, portandomi nel cuore i loro occhi grandi pieni d’amore, portandomi dentro lo sguardo fiero di quel capo villaggio e del padre di Ben, il ricordo di quell’ultima sera passata con Manuel a chiacchierare tra una birra e l’altra, il suo dispiacere nel non potermi accompagnare in aeroporto l’indomani, suo fratello maggiore non glielo permetteva, e la sua domanda/affermazione finale: “Daniel (così mi chiamava) perché non vieni a vivere qui e ti apri una clinica? Noi non abbiamo bisogno di cibo o medicine, ma di qualcuno che stia con noi e ci insegni le cose che sa!” Ero commosso!
Al mio ritorno in Sicilia sognai l’Africa diverse volte e sentii dentro di me quel Mal d’Africa di cui tanto avevo sentito parlare, cioè quel senso di nostalgia profonda, viscerale che rapisce la tua mente, il tuo corpo, la tua anima e che, pensando all’Africa, ti fa dire “Lì sono a casa”. Lì dove mente corpo e anima sono un tutt’uno da sempre, lì dove il tempo è un tempo vissuto e non consumato, lì dove tutto e semplicemente profondo ed autentico e profondamente e autenticamente semplice, lì dove natura e cultura vanno a braccetto, li dove religione e scienza sono un’unica cosa, lì dove puoi sentire di essere vero e scoprire la tua, le tue verità più profonde attraversando le paure più remote e nascoste, lì dove le donne e i bambini alle 22 di sera erano per strada ma nessuno aveva paura di essere abusato o violentato.
Lì, dov’è comparso il primo uomo sulla terra e dove sicuramente abita e dimora Dio, che chiaramente ha il volto nero e gli occhioni grandi, lì ove risiede la Grande Dea Madre, lì puoi dire di essere a casa! Ed ognuno di noi che sogna e “vive” l’Africa dentro di sé, in cuor suo sa perché l’Africa “è casa”.
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