Storie di un connazionale di Tunisia
Ci
sono storie, che non si ricordano, che non si vogliono ricordare. Sono
storie che fanno leva sulla curiosità, che nascondono una scia di
speranze tradite, di disillusione e di senso di abbandono. Ci sono
storie che, in ogni caso, non possono non farci riflettere su tragedie
collettive. Sono storie personali, drammi individuali.

Una decina d’anni fa, amici francesi d’origine italiana mi fecero avere
una lettera, un appello inviato quasi quarant’anni prima da un loro
congiunto provvisoriamente residente a Grenoble. In poco più di quattro
pagine scritte con una elegante calligrafia d’altri tempi il signor
Guarrera[1] raccontava la sua vicenda di italotunisino. Questi
faceva parte di quel composito universo che costituiva la più
importante comunità europea in terra tunisina.
A partire dalla fine del XIX secolo si formò una nutrita ed organizzata
comunità di italiani. Erano artigiani, contadini, intellettuali e
professionisti, che per motivi diversi si erano stabiliti nelle grandi
città del nord dello stato maghrebino. Gli italiani, presenti da secoli
sulle coste africane, a seguito della nascita del protettorato francese
sulla Tunisia (1881) e alla pressante richiesta di manodopera
(specie dopo la I guerra mondiale) si fecero sempre più numerosi,
diedero vita a proprie istituzioni, scuole, centri di cultura,
giornali. La loro vicenda, anche se ancora oggi è presente una
piccola collettività, si concluse con il raggiungimento della piena
indipendenza da parte del protettorato.

Il campanile della chiesa cattolica de La petite Sicile a La Goletta
La maggior parte degli immigrati proveniva dalla Sicilia, nella città
della Goletta ancora oggi esiste un quartiere chiamato la petite Sicile.
Negli anni Trenta i siciliani costituivano circa il 70% dei 95mila
italiani di Tunisia (numero da considerare per difetto dato che i
censimenti francesi in genere sottostimavano la consistenza delle
comunità straniera). I siciliani rappresentavano il ceto sociale più
povero (contadini, operai edili, artigiani), mentre la classe dirigente
era di origine centrosettentrionale (livornese in particolare).
Frequenti erano gli atteggiamenti discriminatori delle autorità
coloniali verso gli italiani (mediamente gli stipendi degli operai
italiani erano più bassi, mancando l’indennità 33% corrisposto ai
francesi). Da questa comunità verranno fuori nomi famosi: Claudia
Cardinale, Nicola Pietrangeli, Sandra Milo, lo stilista Azzaro ecc.
Durante la seconda guerra mondiale la Tunisia fu occupata dalle forze
dell’asse. Dopo la guerra le condizioni della collettività italiana
cominciarono a degradarsi. Dei 66mila italiani presenti nel ‘56 dopo
sei anni ne rimase circa la metà. Partiti i francesi, i governanti
tunisini lanciarono una progressiva opera di tunisificazione della nazione.
Nel 1958 fu imposta l’assunzione di apprendisti di nazionalità
tunisina. Furono colpiti, dunque, soprattutto i lavoratori dipendenti
italiani. Ai commercianti fu concesso un permesso solo provvisorio e
revocabile (carte de commerçant),
“in quanto le attività commerciali potevano essere esercitate soltanto
da cittadini tunisini”. Anche i contadini furono penalizzati: dal 1964
furono nazionalizzate le terre possedute da stranieri. Dunque, le
condizioni economiche degli italotunisini subirono un deciso
peggioramento. Tutti questi provvedimenti fecero sì che si formasse un
clima di disorientamento, un senso di spaesamento che facendo apparire
il futuro privo di prospettive incoraggiò fermamente l’emigrazione di
rientro verso l’Europa. La scelta non si impose tra il restare o l’espatriare, ma tra partire verso l’Italia o verso la Francia.

Foto di gruppo
La storia del signor Guarrera è emblematica. Scrive: «Io Guarrera
[...], nato a Tunisi il […] 1915 rimpatriato da questa città, […] in
seguito ad una vita ormai impossibile causata dall’indipendenza
acquisita dagli arabi da parte della Francia. [Rimpatriato da una
nazione] dove si esercisce un processo eliminatorio europeo in una
totale tunisificazione. Questa situazione formava e forma una serrata
lotta contro l’individuo europeo in odio persistente con criminali
azioni di vendetta razzista, con tutte le conseguenze nefaste,
abominevoli». Guarrera è testimone di un mondo che sta per crollare: il
suo piccolo mondo, fatto di lavoro è sconvolto da vicende che lo
trascendono ma che riesce a comprendere: «[spero che] la mia vita
esca da questo mio marasma causato dalla politica europea». Per via
delle costrizioni nella concessione dei permessi si trova «costretto
d’abbandonare il negozio di radio riparazioni per la quale [è] in
possesso dell’ultima ricevuta di pagamento annuo della patente n°
XXXX/1961». Abbandonare quel lavoro artigianale che gli permetteva di
vivere «tranquillamente, guadagnando il pane senza pensieri
attanaglianti» vuol dire perdere l'identità.
È amareggiato, si sente abbandonato dall’Italia, anche se è
profondamente legato alla sua patria d’origine. È orgoglioso di avere
servito il Re arruolandosi in un reggimento di fanteria motorizzata, si
trova in Francia ma è «stato preso da un vivo rammarico di trovarmi
lontano dalla patria, dove [sic!] il suo cielo non lo cambia con nessun
altro al mondo». È un buon italiano, un buon italotunisino di seconda
generazione.
Gli italiani fuggirono dalla Tunisia. Molti avevano solo documenti
francesi, per vari motivi si erano naturalizzati (migliori condizioni
di lavoro, possibilità di partecipare ai concorsi pubblici ecc.) e
decisero così di partire per la Francia; come anche molti di quelli che
pur avevano conservato la cittadinanza italiana si sentivano
culturalmente più vicini al paese transalpino. Circa la metà scelsero
l'Italia «per fedeltà alle origini». Rimpatriati, furono ‘ospitati’ in
campi profughi, gli fu dato un piccolo sussidio e vissero sotto
quel cielo italiano che tanta nostalgia suscitava nel cuore del signor
Guarrera. Molti non trovando prospettive nell’Italia del boom
economico, decisero di partire a far fortuna oltralpe.
«Di fatto la comunità italiana di Tunisia si sparpagliò fra i due
paesi. A volte, nell'ambito della stessa famiglia, ci furono scelte
diverse. Se mai partenza fu dolorosa, questa degli Italo - tunisini lo
fu doppiamente, per l'abbandono del paese di nascita e per la
separazione dai famigliari che allora fu vissuta come definitiva.»
La famiglia della figlia del signor Guarrera aveva scelto la Francia.
Anche il radioriparatore di Tunisi, dopo una breve permanenza nel campo
profughi di Carinaro d’Aversa, per assecondare il volere della moglie,
parte per Grenoble. Ma il clima, la sensazione di sentirsi comunque
straniero lo obbliga a prendere carta e penna e scrivere all’Onorevole
per chiedere il rimpatrio. Uno «strano destino per questa gente che
visse in un paese colonizzato senza appartenere al mondo dei
colonizzatori, ma che finì per subire in modo pesante le conseguenze
della decolonizzazione».
Chiaro è che il caso del Guarrera non fu un caso isolato. Pieds Noirs
italiani ne ho conosciuti parecchi, quasi tutti siciliani. Ho
conosciuto Renato partito dalla Tunisia a pochi anni e tornatovi ogni
anno in vacanza per spendere i risparmi depositati nelle banche
tunisine e non esportabili, ricordo Salvatore che prima di partire
dovette vendere tutto per realizzare un po’ di contante, ricordo Laura
che conserva ricordi bellissimi di una terra che nel corso degli anni
si è allontanata sempre di più e che finisce con il confondersi
con l’età della giovinezza, ho parlato con Vincent che rimpiange l’agio
in cui ha vissuto nella sua tenuta nelle campagne a ridosso della
Goletta. Sono migliaia le vicende umane di chi nel torno di pochissimi
mesi ha visto scomparire il lavoro di due o tre generazioni.
È inevitabile pensare ai profughi di tutti i luoghi e di tutte le
epoche: gli ebrei scacciati dalla Sicilia bel 1492, l’esodo degli
istriani negli anni quaranta, i migranti d’oggi che attraversano il
mare rischiando tutto e forse anche di più. Penso ai siciliani
discriminati in quegli anni in Tunisia e ai clandestini tunisini che
sfruttati nelle nostre campagne come bestie rischiano ogni giorno
l’espulsione.
Penso ad un auspicabile dialogo tra i popoli che per decenni hanno
convissuto in pace nella città della Goletta (ebrei, tunisini e
italiani) e penso alle parole di un caro amico Said che ripeteva: «In
Tunisia diciamo, se tu mussulmano vuoi mangiare vai dall’ebreo, ma se
vuoi dormire vai dall’italiano»!
fonti
http://www.italianiditunisia.com
http://it.wikipedia.org/wiki/Italo-tunisini
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Note
[1]
Non si conosce l’origine regionale del signor Guarrera ma il suo
cognome ha una altissima ricorrenza nei comuni della costa orientale
della Sicilia. Riporto la lettera:
Saint Martin, lì 15 novembre 1915
Signor Onorevole,
io Guarrera [...], nato a Tunisi il […] 1915 rimpatriato da
questa città, […] in seguito ad una vita ormai impossibile causata
dall’indipendenza acquisita dagli arabi da parte della Francia. Dove si
esercisce un processo eliminatorio europeo in una totale
tunisificazione. Questa situazione formava e forma una serrata lotta
contro l’individuo europeo in odio persistente con criminali azioni di
vendetta razzista, con tutte le conseguenze nefaste, abominevoli. Solo
un fatto soltanto cito, per una giusta visione generale in cui vive la
nostra collettività e tutti i cristiani in quel paese, dove il dolce
suono delle campane delle nostre chiese cristiane tace, in un vero
senso luttuoso ad un testuale declino, purtroppo irreparabile, d’una
imminente dissoluzione della religione di cristo. Dove si tiene il
passo alle nostre donne, per poi al momento convenuto acciuffarle e
selvaggiamente violentate!
E tanti altri casi sconcertanti. Questo soltanto basta per avere una
chiara idea del caso gravissimo dove gli arabi in una lotta ad oltranza
usano i mezzi più loschi e dove la stampa locale, ben inteso, resta
muta e indifferente davanti a queste oscene rappresaglie, di bassa
mole, con l’intervento di tutte le classi sociali d’ogni genere, dove
l’orgasmo d’ognuno diventa sempre più grande e doloroso.
Chi potrebbe resistere ad un sì lungo andare di simil processo infame?
In queste conseguenze mi trovavo costretto d’abbandonare il mio negozio
di radio riparazioni per la quale mi trovo in possesso dell’ultima
ricevuta di pagamento annuo della patente n° XXXX/1961, dove
precedentemente a questa attuale nefasta politica... cioè quando
persisteva il protettorato francese a Tunisi, vivevo tranquillamente,
guadagnandomi il pane senza pensieri attanaglianti.
Tutto questo crollava in pezzi! Non mi rimaneva che l’incubo
d’esistere, la desolazione, non restava che partire, partire subito,
anche precipitosamente perdendo negozio e casa, serenità è conforto,
ogni senso di vita normale, morale e materiale. Tutto il sostentamento,
la ragione della stessa esistenza.
Il 18 agosto ‘61 venivo ammesso al campo profughi di Carinaro A. A. I.
[2] provincia di Caserta, dove l’interessamento era nullo riguardo alla
Direttiva del Centro a studiare il singiolo caso d’ognuno,
individualmente e conoscerne ogni modesta aspirazione, per un pronto
inserimento alla vita sociale nazionale; tutt’altro, si viveva e si
vive in un ambiente di tensione e d’oblio.
Purtroppo l’organismo non ha bisogno soltanto di vitto, ma di un
ristabilimento morale ed anche materiale per un concreto ritorno alla
vita normale.
Dello stesso tenore però non era la mia consorte, per la quale, visto
il nullo interessamento dei capi direttivi del campo, si proponeva di
voler raggiungere mia figlia sposata, domiciliata in Francia. In tal
modo dietro sua pressione mi coinvolge a partire appressandosi a
chiederne la liquidazione, ammontante con me la mia consorte e la mia
bambina di anni 7 ½ a lit. 150.000 [3].
Partivo dal campo esattamente il 3 ottobre 1961 in direzione della
Francia, con una certa delusione, riguardo ad una vita un po’ più
fortunata. Qui privo di un vero aiuto sostanziale ed impossibile
ambientamento francese, sono stato preso da un vivo rammarico di
trovarmi lontano dalla patria, dove il suo cielo non lo cambio con
nessun altro al mondo. Da italiano ho fatto il mio obbligo militare,
pur essendo nato in Tunisia. Partivo volontario nell’anno 1933-34,
arruolandomi nel R. E. al 5° Centro Automobilistico di Trieste, cui la
ferma per gli italiani residenti all’estero di mesi sei, facendo
regolarmente il mio servizio. Quello che aspiro, signor Onorevole,
credo l’avete già intuito, ritornare in patria sempre con i diritti di
profugo secondo la legge del 4 marzo 1952 n° 137 e successive , in
conseguenza degli avvenimenti indicati nell’articolo 1 della legge 25
ottobre 1960 N° 1056 e per poter avere un aiuto sostanziale per potermi
rimontare (non dico un negozio come quello che avevo a Tunisi) ma anche
piccolino e duna modesta casetta popolare, soltanto per poter riprovare
a rivivere.
Ho già 47 anni, sarebbe per me veramente un sogno poter passare il
resto della mia vita dopo tanti disagi all’estero, in terra d’Italia,
la mia patria.
Convinto che questa mia voce arrivi nel suo cuore nella speranza ed in
attesa che le mie aspirazioni siano giustamente esaudite, e se per
questo occorresse ancora un po’ di tempo e costretto a dover passare
tramite un campo di raccolta preferirei andare ad Imperia, presso
Genova. Se ci sarebbe l’ostacolo l’aver avuto le 150.000 lit. da
codesto Ministero per non poter più rientrare in patria da profugo
prometto che non appena sarei istallato con tutti i diritti di profugo
a me aspettanti come artigiano alle mie modeste aspirazioni, rimborserò
la somma già percepita. In attesa di un suo umano pronto
interessamento, signor Onorevole, la prego riceva i sentimenti d’un mio
più grande senso d’amor patrio, convinto che la mia vita esca da questo
mio marasma causato dalla politica europea. Prego voler prendere delle
disposizioni in merito, visto che il mio permesso di soggiorno qui in
Francia mi scade il 28 dicembre ‘61.
Indirizzo di domicilio di mia figlia in Francia dove sono momentaneamente alloggiato.
[…]
[2] Campo profughi di Carinaro d’Aversa
[3] Circa 1800 euro attuali.
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