IL CAIRO ED IO
 
 
 
       
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Il racconto di un viaggio

Quando ci si prepara per un viaggio, consuetudine è informarsi sulla meta prescelta, leggere guide, andare sui blog dei viaggiatori contemporanei, preparare così un percorso per cogliere nei giorni a disposizione ciò che s’intende vedere di un territorio straniero. Nessuna guida, lettura o comparazione di esperienze può comunque anticipatamente svelare cosa accadrà dando inizio alla genesi di un incontro tra singola persona e luogo. Qui riporto la genesi di “Il Cairo ed io”. 

Mese di marzo, 10 giorni a disposizione per un viaggio. Il Cairo, la città più grande dell’intera Africa, la tredicesima metropoli al mondo e un’espansione territoriale che le attribuisce altro primato mondiale. Osservando dall’alto durante l’atterraggio, il futuro incontro sembra avere un solo colore, sabbia. L’aeroporto è già il primo impatto frenetico, di quelli che, per chi vi si trova per la prima volta, dopo letture senza esperienze, potrebbe anticipare l’idea di un bazar, l’unica merce in vendita è un visto per entrare, i colori diventano accesi a partire dalle mattonelle azzurre che rivestono le pareti della zona arrivi dell’aeroporto terminal 1, atmosfera anni 60. Gli altri terminali sono di ultima generazione frutto dell’architettura contemporanea.

Nonostante la preparazione ad affrontare guide e venditori di qualsiasi merce col sorriso sempre in vista e alto come le cifre richieste, immersami nei primi giorni da sola nell’incontro con la metropoli, già dalla prima meta prefissata, ossia il famoso Museo Egizio, incantata da tutto ciò che ogni passo portava alla mia visione ed accompagnata solo dalla mia Lonely Planet, mentre ero assorta nella lettura, un volto chino su di me dice: «Italiana? Vieni.»
Era una di quelle guide che si guadagna da vivere investendo il biglietto d’ingresso per poi trovare visitatori cui vendere storia di dinastie di faraoni, leggende, archeologia. Aveva solo una persona al suo seguito, un mio connazionale alto, di mezza età che all’impatto mi era familiare. Ci presentiamo e proseguiamo insieme con la guida. La conoscenza mi conferma l’impressione, l’interrogativo reciproco di cosa siamo nel campo lavorativo, mi permette di ricordare nella persona che interloquisce la figura di un inviato della Rai, appena andato in pensione. All’impatto penso alla magia del Cairo. La sera con il mio nuovo amico Marcello, che approfitta del meritato riposo dopo anni di servizio alla Rai per approfondire la conoscenza di nazioni solcate per lavoro, ci intratteniamo a cena al famoso ristorante Felfela. Mi parla di un patrimonio recuperato, papiri che se non fosse stato per l’intervento del professor Corrado Basile, direttore del Museo del Papiro di Siracusa, supportato dalla Provincia Regionale di Siracusa, sarebbero andati perduti. L’intervento dell’ente in collaborazione con il Museo Egizio ha reso possibile l’istituzione di un “Laboratorio di Restauro Conservativo dei Papiri”, mi propone di visitarlo ma ho già preso un autista per l’indomani per andare alla volta di Saqara, quella stessa sera però ho il piacere di conoscere il professor Basile. Così, sentendomi gratificata dalla visita al museo dove l’arte, l’ingegno di un popolo non può non stupire, per organizzazione, calcolo e precisione; con ancora le immagini impresse in testa della sala delle mummie, di tutto ciò che era esposto nelle sale del tesoro di Tutankhamon, soprattutto la sua maschera funeraria in oro massiccio, quasi impossibile non cedere alla sindrome di Stendhal,  decido di proseguire verso Saqara e Dashur.

Due siti archeologici spettacolari, pur se diversi l’uno dall’altro. In entrambi oltre all’incontro con le antiche tombe; a Saqara le più antiche risalgono alla I Dinastia (3100-2890 a.c. circa), l’incontro con quell’atteggiamento furbesco che se pur tende all’imbroglio fa sorridere. Qui, senza nemmeno chiedere, un tipo si avvicina per offrirmi ciò che non è consentito ossia fotografare e visitare tombe chiuse con catenacci; non potevo rifiutare. Lui ha le chiavi ed io le lire egiziane per ricompensarlo. L’assurdo è che avrebbe voluto un euro, che non avevo con me, do il corrispettivo, ma non è soddisfatto e mi apostrofa volgarmente in arabo, inconsapevole che chi era con me quel giorno comprendesse la lingua.  Stessa cosa a Dashur, circondata da zona militare, e piantonata da poliziotti che vorrebbero vendermi falsi reperti e che mi concedono di salire sul loro cammello. Sorrido, ma mi domando: se io fossi una terrorista o una folle omicida avrei potuto prendere il fucile che era sul cammello e …. fantasie, solo per considerare che la sicurezza non è forse il loro forte.
Solo la settimana precedente a Khan el Khalil, c’era stato l’attentato. Alla mia sicurezza ci pensa Omar, l’autista che non vuole farmi correre il rischio di visitare la città dei morti, mi concede solo di passarci intorno in auto e scattare qualche foto velocemente. L’immenso cimitero musulmano del Cairo da più di vent’anni è abitato abusivamente da chi vi ha cercato un tetto. Tra le tombe si mangia, si studia, si dorme, si guarda la tv, e sicuramente si partorisce. Una città dentro la città stando ai suoi 10 km di estensione. Quasi non credo ai miei occhi, quelle antenne paraboliche sulle tombe. Per il resto del Cairo questa città è invisibile. Omar dice che vivono non solo nelle case dei vecchi guardiani dei mausolei, ma proprio dentro le tombe e anche per loro è molto pericoloso soprattutto la sera si è in balìa dei ladri.
Un altro giorno dedicato a Khan el Khalil. L’ingresso è blindato, paura di altri attentati. Supero il metal detector e lo stupore è immediato, la moschea di El - Azhar e poi il suq; tessuti, pelli, vivande, spezie, gioielli, profumi. Una sosta al caffè Naguib Mahfouz, intitolato allo scrittore che in quei vicoli ambientò il suo romanzo “Vicolo del Mortaio” dove adesso mi sembra di vedere Hamida alla ricerca del suo ricco uomo. C’è un altro mercato che va visto, non molto distante, basta attraversare una strada; è quello di chi ci vive e cerca di sopravviverci. Qualsiasi cosa si compri qui, non basta il denaro, ti chiedono anche una caramella o una penna, un lapis. Attraversandolo sono rimasta senza niente di tutto ciò e all’ultimo insistente affare, proposto da un bambino sporco anche in viso, ma bellissimo e sorridente con occhi scuri spalancati, che mi propina braccialetti, cedo, li compro. Lui iniziò subito a chiedermi una caramella, un chewing-gum, una penna, ma non avevo più niente e quel ragazzino sorridente di circa 10 anni, finì per chiedermi un bacio. Dolcemente impietrita dalla richiesta, mi avvicinai alle sue guance. Questa città del continente africano ha generato la necessità di un ritorno. A presto Cairo.

 

 
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