LA SCUOLA DELLA RICOSTRUZIONE

di Luciano Nicastro


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Si succedono i Governi (Berlusconi, Prodi, Berlusconi), ma la “questione Scuola” continua a non trovare uno spazio di attenzione prioritaria né un tempo programmato di risoluzione condivisa nella politica. La lunga notte della Scuola Italiana così continua ancora a far parlare di sé nei tanti fatti quotidiani di devianza giovanile alla quale ci stiamo abituando. Si è arrivati ad una vera empasse istituzionale perché ci si ostina a non sciogliere i nodi culturali e politici del sistema scolastico che riguardano da un lato il tentativo , incoerente e contraddittorio, di far convivere, nella legislazione e nella prassi, il liberismo scolastico nella Scuola Statale e la libertà di scelta educativa solo a parole in un canale non statale, la cosiddetta “scuola privata”, laica o religiosa, che senza regolari finanziamenti pubblici vive di stenti in modo separato, alternativo ed estraneo. Dall'altro continua di fatto il centralismo ministeriale e locale (regionale, provinciale…) come controllo pervasivo e limitante a priori, come gestione verticistica di tutto ciò che riguarda la vita quotidiana ed ordinaria della Scuola, mediante gli atti di imperio delle continue circolari ministeriali che – come è noto - hanno inopinatamente assunto forza di legge a fronte di finanziamenti incerti e inadeguati al normale funzionamento ed in presenza di un patrimonio di edilizia scolastica fatiscente da rinnovare e dotato di insufficienti infrastrutture didattiche funzionanti.

È iniziata ora la nuova legislatura Repubblicana con l'elezione dei Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati ed è stata invocata una nuova stagione politica e parlamentare “costituente” (Schifani) ed una storica pacificazione nazionale dell'Italia e degli Italiani (Fini) affidando al giudizio storico sia il totalitarismo fascista “italiano” che il totalitarismo comunista “sovietico” ma riverdendo le radici “ antifasciste” della festa del 25 Aprile e “lavoriste” del Iº Maggio come fatto costituzionale e non rituale senza indulgere a culture revisionistiche e politiche unilaterali e di parte che finiscono per avere il sapore della rivincita e per annunciare nubi sull'orizzonte democratico del Paese. Gli Italiani hanno bisogno di una Patria Comunità di valori fondanti condivisi e non di un compromesso storiografico, costruito con pasticciati e disinvolti revisionismi. Ripartiamo dalla Scuola. In Italia, dal Sud al Nord, c'è un bisogno diffuso ed oggettivo di un'”altra” Scuola, di un salto di qualità della didattica e della ricerca, in un quadro di libertà effettiva e responsabile della sua funzione educativa e sociale e della sua capacità di socializzazione politica.

Le riforme “dall'alto” (di Destra, di Sinistra e di Centro!) sono fallite. Il tempo dei Ministri “tutto fare” e interventisti deve finire. Bisogna percorrere “un'altra via” per riportare più serietà, severità, merito e rigore negli studi, nella didattica e nella ricerca a partire da un quadro normativo di socializzazione democratica, professionale e morale dei docenti e dei discenti. Rinnovare la Scuola e non solo riformare le riforme precedenti deve essere “ la prima questione” dell'Agenda politica non tanto del Governo quanto del Parlamento Nazionale. Lo esige come dovere primario la Società civile, come capitale sociale e morale delle famiglie, degli educatori e dei giovani delle nuove generazioni che salgono. Lo pretende la libertà della ricerca e la responsabilità della cultura. Il vizio “italico” di pensare in buona sostanza che “ la Scuola la facciano i Ministri e non i Maestri” non si è ancora estinto. Non si può continuare a riformare e a governare il sistema scolastico a colpi di circolari o di annunci dei vari Ministri della P. I. di turno, la didattica, la metodologia della ricerca, l'Esame di Stato o il tipo di scuola dell'obbligo. Il principio di sussidiarietà deve essere garantito ed applicato, per rispetto della libertà di insegnamento, dai Ministri della P.I. e dell'Università. Ci vuole un nuovo corso che dall'interno e dal basso cambi il costume della nostra Scuola ai vari livelli, riordinando e qualificando le sedi di controllo di merito.

Ricominciamo dalla Scuola Pubblica (statale e non statale) per rifare l'Unità dell'Italia, lacerata e confusa da un falso regionalismo e a formare sul piano culturale e civico i nuovi italiani, sia i giovani autoctoni che immigrati, che vengono disorientati dalle chiusure localistiche e non respirano un contesto più ampio di spirito etico nazionale. Bisogna chiudere definitivamente l'epoca del permissivismo nei confronti dell'eversione “leghista” strisciante di Bossi e dei suoi padani che continuano a parlare di fucili pronti, di 300 mila camicie verdi pronte a marciare su “Roma ladrona” e a concepire il federalismo come la “fine” del tricolore e l' inizio della secessione. È irresponsabile ogni ulteriore indulgenza nei confronti di questo “bubbone” culturale e politico che fa del territorio una patria di elezione. È colpevole ogni ulteriore tentativo di legittimazione culturale e politica del leghismo, distinguendone lo spirito dalla lettera, e non disarmandolo come socializzazione politica in atto nel Nord del Paese per un pacifismo della debolezza o per mero calcolo di opportunismo elettoralistico. Il primato della Nazione e l'indivisibilità della Repubblica impongono una diversa socializzazione educativa e politica nazionale secondo cui i territori sono pezzi della Repubblica e come tali devono restare ed agire nel rispetto della Costituzione democratica del ‘48 che prevede le autonomie, non il separatismo, e indica nell'art. 2 un sistema di solidarietà nazionale in tutti i campi e non tanti, ad esempio, sistemi di istruzione e di sanità quante sono le Regioni.

Bisogna rispettare nelle parole e nei fatti l'equilibrio democratico unitario costruito con il Risorgimento e riconquistato con la Resistenza e la Costituente e consolidato con la storia democratica della Repubblica dal dopoguerra ad oggi. Ogni tentativo di modificazione strutturale va impedito decisamente. Non si può giurare fedeltà alla Repubblica Italiana ed annunciare fatti eversivi come ha fatto recentemente Bossi. Ritorniamo al problema della Scuola Italiana dopo questa apparente digressione. Bisogna “riconciliare” la Scuola italiana con l'unità nazionale e la sua articolazione autonomistica. La scuola delle autonomie va chiarita nel suo significato di prospettiva culturale ed educativa, non è la scuola a coriandoli senza unità né valore nazionale. Il vero problema attiene alla sua cornice di merito e di scopo. Secondo il Card. Angelo Scola “un buon governo ha bisogno di una buona opposizione …” e sull'educazione come vera priorità della nuova legislatura ha auspicato una paziente capacità di dialogo fra le due metà della governance del Paese. Egli ha invitato il nuovo Governo di centrodestra ad affrontare in termini più concreti ed operativi il principio della libertà di educazione con il finanziamento dei canali non statali ed alternativi per sviluppare “la realtà plurale” della Scuola e non solo il pluralismo di fatto nella Scuola Statale. La parità giuridica e la cosiddetta autonomia sono due passi importanti ma non sufficienti per una società plurale (cfr. Avvenire, 17 aprile 2008, p. 14).

La Scuola deve restare un servizio pubblico “primario” dello Stato fondato sulla libertà di educazione e diffuso capillarmente nel territorio nazionale. La sua articolazione in Scuola delle autonomie non significa indulgere al localismo, ma a partire da una carta fondante di valori, saperi e metodi comuni, serve per una più efficiente risposta, a livello dei territori, alle esigenze del diritto allo studio e di tutela delle minoranze linguistiche, sociali e culturali, all'esercizio del diritto sociale delle famiglie all'educazione dei figli in collaborazione con i docenti della Scuola Pubblica (statale e non statale!). Bisogna quindi distinguere il pluralismo “funzionale” del polo statale della Scuola Pubblica nazionale dalla questione della “Società plurale” di cui parla il Card. Scola. Il pluralismo di principio come diritto di scelta del polo “non statale” della Scuola Pubblica è una condizione concreta di esercizio della libertà di scelta educativa. Esso è non solo legittimo dal punto di vista costituzionale, ma deve essere rispettato finanziandolo con un vincolo forte e chiaro in percentuale nel bilancio annuale dello Stato, dove deve essere assicurata, sia la copertura totale del bisogno statale (primario) che di quello non statale (religioso e laico) ai vari livelli.

Il primo è numericamente più consistente come frequenza di fatto. Oggi il secondo lo è di meno, ma entrambi svolgono un servizio pubblico. In questo modo si potrebbe pensare a un “8 per mille” per l'istruzione e la ricerca e ad un piano straordinario di edilizia per la Scuola Pubblica Statale e non Statale. Forse è il momento di pensare ad un Piano decennale per la Scuola Pubblica , l'innovazione e la ricerca. L'annosa querelle del “senza oneri per lo Stato” (art. 33) riguarderebbe l'atto di nascita delle scuole private, non l'erogazione del servizio pubblico in un sistema di libertà scolastica che ha come obiettivo di consentire l'affermazione “dei capaci e meritevoli” anche se privi di mezzi (art. 34). La Scuola non deve soltanto recuperare “gli asini” ma includere soprattutto con metodi didattici seri, severi ed efficaci quanti si trovano in difficoltà di apprendimento e vogliono raggiungere con merito i più alti gradi dell'istruzione (cfr. La Stampa , 7 aprile 2008, p. 1 e p. 29).

Si dirà che il problema è complesso non solo sul piano finanziario ma soprattutto su quello della preparazione dei docenti. Nella Scuola bisogna raddoppiare gli stipendi e i controlli di merito sui docenti e ridurre la parte di personale inadatto. La meritocrazia va attuata con l'anno sabbatico dei docenti mediante il ripristino dei controlli di merito interno e di periodici master universitari di area didattica specifica. Ci vuole una nuova liberalizzazione degli accessi agli studi universitari senza numero chiuso, mediante il ricorso ad una più rigorosa selezione meritocratica in itinere. Secondo l'indagine Demos-Coop. “ la Scuola pubblica la promuovono 5 italiani su 10” (cfr. La Repubblica 1 ottobre 2007). C'è ancora fiducia nella Scuola statale nonostante i dilaganti fenomeni di bullismo, una diffusa edilizia scolastica fatiscente nei territori, la cronica mancanza di fondi e la strutturale separatezza dal mondo del lavoro, dai bisogni emergenti dei territori e la cronica lontananza dalla innovazione di sviluppo e dalla buona educazione civica alla legalità e alla solidarietà. Come ha scritto Ilvo Diamanti, il fatto più grave è che “ la Scuola non riesce più a trasmettere il senso del futuro” (ivi) e a costituire come nel passato un fattore di mobilità sociale e di integrazione democratica reale.

Se continuano ad esistere ragazzi che in una Scuola Media di Napoli (la “Salvo D'Acquisto”!) pensano che “la criminalità organizzata è una risorsa per il territorio in quanto garantisce protezione e lavoro” (cfr. Massimo Gramellini, in La Stampa , 22 aprile 2008, p. 1) vuol dire che la Scuola continua a vivere del falso mito della sua neutralità. Studiare è un diritto ma è anche un dovere non solo culturale ma anche civico nei confronti della Patria comune. Che fare ora dopo questo risultato elettorale? Sul piano culturale la via più coerente e opportuna è quella di riconoscere come politico il valore della libertà “solidale” del sistema pubblico integrato. Sul piano “effettuale” la via più efficace non è la riforma di “parte”, del Governo di annata, ma la convergenza parlamentare in una Commissione o in un intergruppo “riformatore”, come commissione permanente con compiti di “rimodulare” il sistema scolastico pubblico.

Sul piano gestionale il Ministro della P. I. e le Regioni vivano di sussidiarietà e si occupino e si preoccupino di edilizia, di concorsi, di quotidianità e meno di riforme generali. Sul piano pedagogico e didattico si affidi la sfida educativa della Società alla Scuola delle autonomie e alla sua Riforma interna, cioè alla capacità dei docenti e delle loro associazioni professionali, insieme con gli studenti, di essere e diventare i protagonisti, in sintonia con i dirigenti scolastici in dialogo con le associazioni dei genitori “di una autoriforma dal basso” del sistema delle attuali autonomie scolastiche, attuando un progetto alto e condiviso di buona Scuola secondo la vigente normativa (cfr. Scuola delle Autonomie!) riducendo la galassia degli attuali progetti didattici per arrotondare gli stipendi ed accrescendo gli spazi e i tempi educativi di dialogo tra Scuola e famiglia, tra Scuola e città, tra Scuola e Associazionismo giovanile all'interno degli Istituti.

 

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