ARCHITETTURA DEMOCRATICA

di Sara Sigona

 

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Intervista alla professoressa Zaira Dato Toscano

Quale il senso del suo libro?
L’idea era quella di azzardare un’interpretazione della città, intendendo il progetto di Gehry, un’interpretazione dell’identità di Manhattan e quindi il libro è costruito sulla descrizione degli elementi identitari della città, che però non sono fissi perché risiedono nella sua mutevolezza continua, a meno della Griglia del 1811 che è l’unica caratteristica che rimane immutabile, ma non potrebbe essere altrimenti.

Quale architettura, quale politica, conosce quell’orizzonte contemporaneo che sappia garantire voci e passioni nascenti dalla tensione tra terra e mare?
Il rapporto fra architettura e politica c’è sempre stato. Non ci sarebbe stato il fenomeno del Rinascimento italiano senza la politica; il mecenatismo ha garantito la qualità. La Chiesa ha promosso e finanziato le opere dell’arte e dell’architettura. Oggi il rapporto tra l’architettura e la politica è d’altro tipo, perché prevale il rapporto fiduciario che è clientelare, nel caso del pubblico, finché è prevalso il rapporto fiduciario. Adesso c’è quest’altro espediente delle gare, però purtroppo in questo momento la situazione non vede un orizzonte roseo, perché le gare vengono vinte da chi ha avuto molti incarichi prima attraverso l’esibizione di un curriculum all’attivo che va a requisire la quantità e non la qualità. Paradossalmente c’è gente che ha fatto poco ma che è brava e gente poco brava ma che ha fatto tanto perché gode di un credito clientelare.

In questo quadro l’osservatore che non chiude il cerchio della progettazione, di cui fanno parte il progettista e la città, rendendola un processo aperto, quale ruolo può avere?
È un problema di civismo, di senso della cosa pubblica, di senso della collettività. L’idea che la qualità dell’ambiente costruito è una risorsa, ma se si ritiene che non sia una risorsa o in una prospettiva futura non lo si inquadra primario rispetto ai riscontri economici ed individuali, allora lei capisce che non sarà il valore di questa risorsa.

Quanto è difficile parlare di architettura fuori dal contesto accademico?
È completamente un’altra cosa. Intanto soprattutto in meridione si tende da parte della massa a non capire la competenza dell’architetto. Si pensa che un ingegnere se non un geometra siano concretamente competenti quanto basta e si presume poco costosi. Cosa che non è vera o comunque non è necessaria. Riguardo alla formazione, le competenze sono completamente diverse tranne che per una piccola porzione di ingegneri edili che poi abbiano privilegiato l’approfondimento architettonico nella fase successiva della loro formazione.  A parte questo Le competenze sono diversissime. Quanto più è evoluta una società, tanto più sa quali siano le competenze dell’architetto e vi si rivolge. In particolare poi, in Italia, si soffre di una situazione rispetto all’Europa e cioè che possono legalmente firmare i progetti oltre gli architetti, gli ingegneri e per piccole cose pure i geometri. Ma l’architettura non è un problema di scala, in nessun altro paese europeo nessun ingegnere, nessun geometra possono firmare un progetto d’architettura, possono essere solo collaboratore o consulenti degli architetti. Quindi se pensiamo a questo aspetto capiamo come mai la qualità del nostro ambiente costruito sia questa.

Quanto i processi di ricerca incidono sulla formazione degli studenti all’interno del mondo universitario?
C’è un problema. Certamente c’è una ricaduta dei risultati della ricerca sulla didattica perché i programmi didattici che noi docenti formuliamo sono la cassa di risonanza dei nostri interessi scientifici. un poco.  Naturalmente non si può far fare un salto agli studenti che devono affrontare la formazione di base. Però il problema è l’università di massa perché ha aperto le porte dell’università a ragazzi la cui formazione non era idonea ad affrontare il passo successivo come quello della formazione universitaria. È un problema di difficilissima soluzione che si risolve con il recupero del gap, dello scarto, da parte di poche eccezioni e l’abbassarsi della richiesta da parte della docenza. Quindi noi abbiamo spostato la fase selettiva dalla formazione universitaria a quella di terzo livello, quello dei dottorati di ricerca, master.

Non è molto consolante…
Abbiamo studenti che non parlano e non scrivono in italiano, che non leggono nulla e siamo spinti da certi orientamenti produttivistici a sfornare un certo numero di laureati in un certo tempo. Si valuta la produttività dell’ateneo sulla base della percentuale degli studenti che si laureano. Non ci chiedono di laurearli a condizione che siano preparati, ma ci chiedono di laurearli in percentuale alta rispetto al numero dell’iscrizione. Addirittura le facoltà che non si orientano in tal senso sono penalizzate economicamente. A ciò si aggiunge il proliferare di facoltà che si diffondono in maniera centrifuga rispetto alle sedi madri, col supporto degli enti locali, quindi in regime di cofinanziamento, e le aspettative in termini di ricaduta elettoralistica. C’è da riflettere sulle ragioni che non facilitano il perseguimento della qualità rischiamo di essere poco competitivi sul mercato almeno le facoltà delle sedi più decentrate e marginali. Non saremo competitivi a livello internazionale, perché con l’apertura delle barriere si sono aperte le porte ai grandi studi di progettazione che sono delle organizzazioni di un numero elevato di partecipanti: un gran numero di titolari, di collaboratori di primo, secondo, livello. Sono in fondo gli “incinerino” che si stanno accaparrando i grandi lavori pubblici sia per la qualità dei laureati sia per la ritrosia a lavorare in squadra.

Louis Khan dice che “La città è quel luogo dove un bambino passando vede cosa vuol fare da grande”. Cosa ne pensa?
Le società che non sappiano pensare esteso, oltre gli obiettivi più ravvicinati cioè che non sappiano selezionare degli obiettivi da perseguire in vista di un percorso, compromettono la qualità della propria vita e consumano le proprie risorse.

Da Fano è partito anni fa un grande progetto “La Città dei Bambini”, un grande laboratorio che chiama i bambini a collaborare con i grandi, sindaco, amministrazione, tecnici progettando spazi e strutture vere della città. Che ne pensa?
C’è l’esperienza di Riccardo Dalisi a Napoli, che fa parte del radicalismo utopistico italiano degli anni settanta o altre esperienze francesi che utilizzano le attività artistiche di quartiere come espedienti partecipativi. Tant’è vero che le stesse amministrazioni pubbliche finanziano il team di architetti, artisti e paesaggisti, che lavorino insieme nei quartieri. In molte di queste iniziative sono coinvolti i bambini e i giovani nella produzione di oggetti d’arte come occasioni di riflessione sul proprio ambiente di vita e di anticipazione di obiettivi. Oggi in Lussemburgo, più recentemente a Barcellona, negli Stati Uniti, in Francia questi laboratori sono istituzionalizzati. Certamente nella pratica dell’arte vista da quest’ottica democratica e partecipativa, c’è una grande possibilità di formazione sia del gusto che della coscienza civica e partecipativa.

 

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