LA MAFIA NON È INVINCIBILE

di Meno Occhipinti

 

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Intervista a Giovanni Impastato in occasione del 30° anniversario dell'uccisione del fratello

La storia

Giuseppe Impastato, Peppino per tutti, è nato a Cinisi, un paese attualmente di circa 11.000 abitanti, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia vicina alla mafia.
Durante gli anni del liceo si avvicina alla politica militando nel PSIUP, un partito nato dopo l'ingresso del PSI nei governi del centro-sinistra.
Fonda insieme ad altri il giornale “L'idea socialista”, sequestrato dopo pochi numeri.
Scrive di se stesso: “Arrivai alla politica nel lontano novembre del 1965, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. È riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività.”
Personalità intelligente e curiosa, due anni dopo lascia il PSIUP. L'arrivo del Sessantotto lo investe e lo coinvolge in pieno. Sono gli anni delle lotte contro la costruzione della terza pista all'aeroporto Punta Raisi di Palermo.
“Aderisco a Lotta Continua nell'estate del 1973, partecipo a quasi tutte le riunioni di scuola-quadri dell'organizzazione, stringo sempre più o rapporti con Mauro Rostagno: rappresenta per me un compagno che mi dà garanzie e sicurezza: comincio ad aprirmi alle sue posizioni libertarie, mi avvicino alla problematica renudista. Si riparte con l'iniziativa politica a Cinisi, si apre una sede e si dà luogo a quella meravigliosa, anche se molto parziale, esperienza di organizzazione degli edili. L'inverno è freddo, la mia disperazione è tiepida.”
Nel 1975 organizza il circolo “Musica e Cultura”, a riprova della sua ecletticità, della sua capacità di coinvolgere i giovani attorno al pensiero critico e creativo. Il circolo nasce, infatti, allo scopo di promuovere attività culturali e musicali e diventa un punto di riferimento per i giovani di Cinisi.
Nel 1977, momento del boom delle radio locali, a Cinisi apre Radio Aut. Peppino si impegna soprattutto nella realizzazione di programmi di satira in cui prende in giro i notabili del paese e i capi della mafia, soprattutto don Tano Badalamenti (‘u zu Tanu del film “I cento passi”).
Nel 1978 si candida, per le elezioni comunali di Cinisi, nelle liste di Democrazia Proletaria. Il 9 maggio 1978 il suo corpo, dilaniato da una carica di tritolo, viene ritrovato sui binari della linea ferrata Trapani-Palemo. Le indagini si concentrano subito sull'ipotesi di fallito attentato terroristico o, al limite, di suicidio “eclatante”.
Gli amici di Peppino sostengono invece, da subito, che si tratti di una morte da legare alla lotta aperta di Peppino alla mafia. Tesi accettata solo nel 1988 quando il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Gaetano Badalamenti.
Nel 1992 il Tribunale di Palermo decide però per l'archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità che si riesca ad individuare i colpevoli.
Nel 1994 il Centro Impastato chiede la riapertura dell'inchiesta, alla luce delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo. Cosa che avviene nel 1996 e che porta nel 1997 all'ordine di cattura nei confronti di Badalamenti.
Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise riconosce Vito Palazzolo colpevole dell'omicidio di Peppino Impastato e lo condanna a 30 anni di reclusione, mentre l'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti viene condannato all'ergastolo come mandante dello stesso omicidio.

 


L'intervista

Dall'8 all'11 maggio si è tenuto a Cinisiun Forum Sociale Antimafia, una quattro giorni di manifestazioni, incontri, dibattiti, spettacoli. Abbiamo parlato di questo, di lotta alla mafia, della Sicilia che cambia con Giovanni Impastato, fratello di Peppino

Sono trascorsi trent'anni dalla morte di Peppino: quanto e com'è cambiata la lotta alla mafia in Sicilia?
In questi trent'anni non si può dire che tutto sia rimasto come prima. Qualcosa è cambiata ed è cambiata in positivo. C'è stato un percorso antimafia, i processi si sono risolti con delle condanne, sono state varate delle leggi importanti come la 109 sulla confisca dei beni, approvata grazie alla petizione di Libera, mentre per i mafiosi in carcere si è attuato il regime del 41 bis. Diciamo che a livello repressivo sono stati presi provvedimenti importanti. E dopo l'assassinio di Dalla Chiesa è stato riconosciuto il reato di associazione mafiosa. La società civile si è mobilitata. Nelle scuole si sono avviati percorsi sulla legalità. Si è sviluppata una coscienza critica nei confronti del fenomeno mafioso, però il problema ancora esiste. Io sono dell'idea che bisogna continuare a lottare ma bisogna ancora lavorare tanto perché in questi trent'anni la mafia ha cambiato strategia, si è adeguata al momento. Oggi la mafia è ancora molto forte, e per sconfiggerla bisogna offrire un'alternativa alla cultura mafiosa. Perché il problema “mafia” non è di carattere repressivo né di ordine pubblico. È un problema di ordine culturale.

Allora non è vero che la mafia è alle corde?
Alle corde è l'esercito criminale mafioso. I sistemi repressivi sono stati utilissimi ma non determinanti. L'esercito criminale è stato quasi sconfitto. Tutti i grandi capi mafia sono in galera, ne rimangono pochissimi in libertà. Le forze dell'ordine hanno fatto un buon lavoro. Però è rimasto integro il sistema di accumulazione mafiosa. Quel sistema, cioè, legato a una classe politica collusa, una classe politica che porta avanti determinati interessi.

 

Secondo te, cosa rimane oggi dell'eredità di Peppino?
Ci resta moltissimo. Io sono convinto che Peppino ci abbia lasciato una bella eredità. E il suo messaggio credo che sia stato recepito positivamente da buona parte delle nuove generazioni. E questo non mi sembra poco. Anche grazie soprattutto al film “I cento passi”, che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico. E per grande pubblico intendo un pubblico numeroso.
Il messaggio di Peppino è stato un messaggio di rottura, di impegno civile e culturale. Questa rottura non è avvenuta solo all'interno della società dove lui viveva ma soprattutto all'interno della propria famiglia, una famiglia di origine mafiosa. Come dicevo prima, la mafia non è un problema repressivo, di ordine pubblico; è un problema culturale. Lottare contro la mafia spesso è anche lottare contro se stessi, contro il nostro modo di agire e di pensare. Con questo non voglio dire che siamo tutti mafiosi o che viviamo tutti nell'illegalità. Siamo delle persone per bene, ma purtroppo la cultura mafiosa è profondamente radicata dentro di noi. Per andare avanti, per battere la mafia, dobbiamo rompere questa “cultura mafiosa che è in noi”. A Cinisi, per esempio, Peppino non è ancora stato completamente accettato perché viene considerato come uno che vuole gettare discredito sull'immagine del nostro paese.

La manifestazione che è partita ieri, quindi, è un altro momento della lotta alla mafia?
Noi siamo stanchi di usare la slogan, ormai stereotipato, “la lotta contro la mafia”. Non bisogna più parlare di lotta contro la mafia; il nostro obiettivo dev'essere quello di sconfiggerla definitivamente. E ci si può riuscire perché non è vero che la mafia è invincibile. Se finora non siamo riusciti a sconfiggerla è perché non c'è la volontà politica per farlo. Se si riuscisse a ribaltare questo stato di fatto; se si riuscisse a passare dalla cultura mafiosa e dell'illegalità alla cultura della legalità, anche con il nostro impegno individuale, riusciremo a spezzare i legami tra il potere istituzionale e la mafia. In questo modo la sconfiggeremmo in pochissimo tempo.

Ma chi è che non vuole sconfiggere la mafia?
In Sicilia buona parte della classe politica è del tutto collusa con la mafia. Da questo punto di vista, purtroppo, non c'è speranza. Sono in pochi a salvarsi. Perché la mafia è riuscita a penetrare grandi settori della nostra politica. Provenzano ha cercato di portare avanti una strategia molto intelligente cercando di coinvolgere quella parte di economia sana all'interno di un contesto mafioso.

La sua storia è stata raccontata in tante maniere, con tanti mezzi. Libri, film, poesie, canzoni. Secondo te con quali di questi mezzi lui avrebbe preferito essere raccontato?
Peppino ha sfruttato un po' tutti i mezzi di comunicazione quindi non penso che ne avrebbe preferito uno rispetto agli altri. Lui era un amante del cinema, ma gli piaceva anche il teatro, la musica. E poi era anche un grande comunicatore. Aveva cominciato la sua attività come giornalista con “Idea socialista” e l'ha conclusa quando era impegnato, ancora come giornalista, all'interno di Radio Aut.

Che musica gli piaceva ascoltare?
Mio fratello ascoltava la musica dei grandi cantautori italiani dell'epoca. Quelli che hanno tracciato un grande cambiamento nella nostra società. Gli piaceva anche la musica classica del Settecento.
Peppino non era solo un militante politico, una persona impegnata nel sociale e nella lotta alla mafia. Peppino era un artista, era un poeta. Lui aveva una grande sensibilità, cosa che gli permetteva di capire in anticipo i cambiamenti e le trasformazioni della società.

Una delle scene più toccanti del film “I cento passi” è quella quando tu e Peppino contate i cento passi che separano casa vostra da quella di Badalamenti. È un fatto realmente accaduto?
Quella è una scena verosimile. Nel senso che è stata costruita prendendo la realtà.
Con Peppino parlavamo spesso della breve distanza che ci separava dalla casa di Badalamenti. Contavamo verbalmente quei passi. Che n'erano appunto cento. Però ogni tanto lui mi guarda negli occhi e mi diceva “ma forse non c'è bisogno di contare questi cento passi, perché purtroppo la mafia ce l'abbiamo in casa”. Cento passi è, in fondo, la metafora per dire che in Sicilia le distanze sono brevi.

Ci puoi lasciare un ricordo personale di tuo fratello?
Il mio ricordo personale è il Peppino scanzonato. E mi riferisco al Peppino di Radio Aut che tiene il suo programma “Onda pazza”, con il quale si diverte e contemporaneamente mette in ridicolo i mafiosi. E con la sua ironia è riuscito a far ridere tutto il paese alle spalle di questi uomini potenti.

 

Sito: http://www.peppinoimpastato.com

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