SOGNI E INCUBI NEL NOSTRO RUGBY
Anche i rugbisti italiani hanno tanti sogni e qualche incubo. Ve ne raccontiamo alcuni
Grenoble, Francia, 22 marzo 1997. Finale di Coppa Europa di rugby. Da una parte i padroni di casa, freschi vincitori del Torneo delle Cinque Nazioni, torneo dominato e vinto guadagnando il Grande Slam, il titolo di chi vince tutti gli incontri, dall’altra un’Italia promettente, guidata da quel piccolo grande uomo chiamato George Coste (francese anche lui), ma che fino a quel momento non ha mai vinto contro le grandi. È la nazionale dei Giovanelli (il capitano), dei Dominguez, dei Troncon, dei gemelli Cuttitta. Un’ottima squadra, ma per gli addetti ai lavori non c’è che un risultato: la vittoria dei Galletti.

Gli All Blacks
E invece, a sorpresa, è l’Italia a conquistare la Coppa, 40 a 23 il risultato finale. Un sogno, visto che fino a quel momento non era mai successo che la Nazionale di rugby battesse i cugini d’oltralpe. Un sogno unico, visto che da allora non è mai più successo. Almeno fino ad oggi. E i quindici che hanno giocato quella partita, crediamo che non cambierebbero quel sogno con nessun’altra cosa al mondo.
“I sogni son desideri”. Qualcuno penserà che a pronunciare questa “sentenza” possa essere stato un vecchio saggio; e magari ci resterà male sapendo che invece era Cenerentola a cantarlo nell’omonimo cartone di Walt Disney.
Ma sia come sia, quale italiano non avrebbe sognato, così com’è accaduto nel 2000, di debuttare in un torneo prestigioso come quello che fino all’anno prima si chiamava delle Cinque Nazioni e che da quell’anno era stato coerentemente ribattezzato delle Sei Nazioni contro la Scozia campione uscente?
Quel torneo era nato nel 1883 e se lo giocavano le nazionali britanniche, Inghilterra (vincitrice della prima edizione), Scozia, Galles e Irlanda. Si sarebbe dovuto aspettare il 1910 perché un’altra squadra, la Francia, entrasse a far parte di quell’esclusivo club. Pertanto, giocare la prima partita nel torneo rugbistico più importante dell’emisfero nord, e, per di più, vincerla per 34 a 20, a più di cento anni dalla prima partita internazionale (Scozia-Inghilterra, all’Accademia di Edimburgo il 27 marzo 1871, finì 4 a 1 per i blu scozzesi), dev’essere sembrato a tutti un sogno, giocatori e non.
Così come un sogno, per tutti i giocatori, siano essi piloni o ali, numeri otto o centri, è quello di giocare, almeno una volta nella propria vita contro la marea nera, contro quegli All Blacks che per ogni incontro che disputano partono favoriti (anche se ogni tanto anche a loro capita di perdere) e, magari, riuscire a segnare una meta. E se il sogno di giocarci contro sono riusciti a coronarlo in tanti, a segnare una meta ci sono riusciti in pochi (Marko Stanojevic e Mirco Bergamasco gli ultimi), mentre sono stati solo in quindici a fare il sogno più grande: giocare la prima partita del primo campionato mondiale di rugby proprio contro la Nuova Zelanza. Per la cronaca, finì 70 a 6 a favore dei Tuttineri. Era il 22 maggio 1987 ma in quel caso la vittoria, almeno per i nostri giocatori, fu quella di esserci.
E se giocare contro gli All Blacks è il sogno di ogni giocatore, riuscirci può anche rivelarsi il peggiore degli incubi. Provate a perdere per 38 a zero già al diciottesimo minuto del primo tempo, con ben 4 mete sul groppone, una ogni 4 minuti, in pratica 4 azioni 4 mete, e immaginate con quale umore e quali prospettive si può continuare una partita che comincia a quel modo. L’incontro, si giocava l’8 settembre del 2007, era valido per il mondiale francese, finì per 76 a 14 con ben 11 mete portate a casa dai nostri giocatori.
Ma nel rugby, contro certe squadre, non conta tanto il risultato quanto chiudere la partita in attacco. E allora si può perdere per 101 a 3 (13 mete subite, un cappotto pauroso, ci è successo ai mondiali del 1999, sempre contro la Nuova Zelanda) e, invece di ricordare la sconfitta come un incubo, sentirsi in un sogno per il semplice fatto che al momento del fischio finale i nostri giocatori erano in attacco. “Abbiamo chiuso la partita in attacco. Se il prossimo incontro lo iniziamo così come abbiamo finito questo, magari si riuscirà anche a vincere”. Ed ecco l’incubo scompare e il sogno torna a vivere