VENTISEIESIMA PUNTATA

di Gianni Failla

 

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Riassunto delle puntate precedenti :
Ma come cazzo era che mi trovavo in quella situazione? Decisi di fare un breve bilancio della situazione. Ragioniere ero. I bilanci dovevo fare. Ricapitolando: perdo il lavoro, mio fratello me ne trova un altro in un campeggio. Li' incontro Vera. Colpo di fulmine. Lei parte. Il mio ex capo m'incontra per caso e invece di spaccarmi le gambe come aveva promesso mi soffia l'indirizzo di Vera e lo dà a mangiare al cane. Disperato vado a trovare mio fratello a Strasburgo. Ah! Dimenticavo il sogno, quello in cui un distributore automatico di caffé mi chiede di andare a Strasburgo per conto di Dio. A Strasburgo mio fratello non c'è, che è andato a Parigi per lavoro, ma mi lascia le chiavi di casa. Decido di restare qualche giorno in città. Faccio la conoscenza del mio vicino di casa, Pietro. Pietro è completamente fulminato. Ancora più fulminata è sua zia, la pina Pippi', che gli piomba in casa dalla Sicilia intimandogli di portarla in Lorena, dai genitori di Pietro, perché ha una notizia grave da annunciare alla famiglia. Decido di andare con loro. Li' scopro che Vera è la sorella di Pietro. La zia annuncia la morte di un loro zio siciliano, lo zio Calogero. Vera per la contentezza di ritrovarmi mi da' un pugno in faccia e si chiude nel silenzio. Passeggiando per il paese incontro un vecchio amico d'infanzia, Lorenzo, che per la contentezza mi da un pugno in faccia. Lorenzo mi racconta di essere un pentito di mafia espatriato e vuole conoscere Vera. Li faccio incontrare ma loro si conoscevano già. Erano amici da piccoli, prima che Lorenzo partisse per l'Italia e diventasse amico mio, anzi erano quasi fratello e sorella. In effetti Lorenzo è il figlio dello zio Calogero, anche lui emigrante e dirimpettaio della famiglia di Vera, ed era cresciuto assieme a Vera, e poi suo suo padre si è trasferito in Italia, portandolo con se.

Dopodiché, proprio mentre mi sto decidendo a tornarmene definitivamente in Sicilia, Vera mi dice che è stata trasferita a Strasburgo e che vuole venire a vivere con me nell'appartamento di mio fratello. Durante i preparativi vado a fare il pieno al distributore, dove incontro una strana banda di zingari, che prima mi estorce un pieno e poi mi dichiara la propria amicizia. Nel tragitto verso Strasburgo, Vera mi rivela che questo strano trasferimento di lavoro è avvenuto grazie al suo defunto zio Calogero, che a quanto pare faceva parte di una sorta di rete di siciliani all'estero. Io ne desumo immediatamente che lo zio facesse parte della mafia.

E ora?

 

 

Mi ricordo che da bambino la maestra, oltre a ripetere come un disco rotto che ero intelligente ma non mi applicavo, ogni tanto diceva ai miei genitori, giusto per far loro piacere, che avevo buone capacità di sintesi. La buttava lì quella frase, come un dettaglio inutile sul quale, se proprio ci tenevano, avrebbero potuto appoggiare le loro speranze. Una minuscola zattera di salvataggio che forse avrebbe salvato dal naufragio il mio futuro.

Papà sorrideva, poi guardava Mamma interdetto, formulando una domanda silenziosa: ma che minchia vuol dire?
La mamma gli sorrideva per tranquillizzarlo: non ti preoccupare, poi te lo spiego.
Io assistevo a quel silenzio dialogo sperando che un giorno l'avessero spiegato pure a me. Mi ero convinto che in quelle parole risiedesse il mio talento nascosto. Da grande avrei sicuramente messo a frutto questa grande capacità di sintesi, avrei fatto... il sintetizzatore o qualcosa del genere.
Il tempo era passato e nessuno mi aveva spiegato cosa significasse “capacità di sintesi”.
Crescendo, nel dubbio, avevo applicato questo principio ad ogni mia azione e ne avevo quasi fatto una filosofia di vita. È per questo motivo che la sola vista delle valigie di Vera mi faceva stare male. Un malessere fisico radicato nella mia incapacità di capire filosoficamente come cazzo è che Vera non riusciva a sintetizzare le sue cose in meno di sette valigie. Forse perché sette era un numero mistico, legato alla cabala, al mito della creazione, ai sette nani? In ogni caso il mio malessere fisico si era acuito al pensiero di dover salire le sette magiche valige, che a giudicare dal peso dovevano contenere il kit per ricostruire il tempio di Salomone nelle proporzioni originarie, su per le scale fino al terzo piano.
Come fu e come non fu, riuscii a traghettare le valigie fino al mio appartamento, intanto che Vera, molto più esperta di me nella difficile arte di trovare parcheggio a Strasburgo, si occupava di sistemare la macchina.
Erano ormai diverse settimane che non rimettevo piede nell'appartamento. Era rimasto tutto come lo avevo lasciato. Evidentemente mio fratello non era ancora rientrato dal suo lavoro a Parigi. In effetti l'ultima volta, al telefono, mi aveva detto che ne avrebbe avuto per diverse settimane e che non c'erano problemi se Vera veniva a stare da noi.
Rientrare al vecchio appartamento disabitato e silenzioso mi faceva tornare in mente il difficile periodo del mio arrivo in Francia. L'orologio sul muro, che scandiva il tempo vuoto e laconico della mia lontananza dalla Sicilia, era al suo posto e continuava pacificamente a ticchettare, insensibile come sempre al mio malessere. Le finestre continuavano a dare su una stradina tranquilla, dove la gente passava fottendosene tranquillamente dei miei problemi. La sensazione di trovarmi dentro un acquario, unico pesce rosso e solitario, tornava a prendermi alla gola come un peperonata digerita male.
Il trillo del citofono mi riportò alla realtà.
Era Vera che incredibilmente era riuscita a trovare parcheggio.
Mi resi conto che molte cose erano cambiate nella mia vita ultimamente e che non aveva senso attaccarmi ai miei malesseri solo per ritrovare le vecchie abitudini.
Vera fece il suo ingresso nell'appartamento e prese a girare per tutte le stanze come la coda di un tornado, lanciando gridolini di gioia e spalancando le tende in ogni stanza. Qualche raggio di sole cominciò quindi ad entrare timidamente per esplorare i luoghi fino ad allora sconosciuti. Il frigo si mise a ronzare con un'inflessione allegra che non aveva mai manifestato prima. E l'orologio, svegliato dal suo torpore, decise di cambiare impercettibilmente la frequenza del suo ticchettio, portandosi avanti di qualche secondo per festeggiare.
Vera, finito il suo giro, mi si buttò fra le braccia:
- C'est très joli, che carino qui! È perfetto.-
- Non lo trovi un po' triste? Un po malinconico? -
-  No, no. Anzi, mi piace molto. Bisogna solo mettere un poco di ordine -
- Davvero? Io pensavo che fosse fin troppo ordinato -
- Non ti preoccupare ci penso io. Tu però prepari da mangiare -
- Ma io so cucinare solo spaghetti al pomodoro... -
- J'adore... -
E aprì una delle valige che si rivelò essere una specie di forziere contenente un tesoro inestimabile di barattoli di salsa di pomodoro fatta in casa, pasta di ogni tipo e misura e derrate alimentari varie.
- È un pensierino della mia mamma – disse – Cosi per oggi non c'è bisogno di fare le spese -
Si avviò giuliva verso la stanza da letto per sistemare le altre valigie, intanto che io cercavo di ricordarmi dove avevo letto che i francesi mangiano poco e leggero. La seguii in camera.
-Senti – cominciai io – Prima di mettermi a cucinare ho bisogno di capire meglio la questione di cui abbiamo parlato in macchina -
- Il nome del nostro primo figlio? -
Ma com'è che riusciva sempre a spiazzarmi così?
- Ma... ma non abbiamo mai parlato di figli! - risposi quasi urlando.
- C'est vrai. Ma io ci pensavo in macchina. Che ne pensi di Marta? E per un garçon invece... -
- Ma no, ma no! Io parlo della discussione sulla tua assunzione. Su tuo zio. Sulla mafia... - Ah quello. No non è la maffia -
- Mafia, si dice mafia. Senti non è un argomento da poco. Dalle mie parti è un argomento molto serio. E anche se io non sono mai stato un eroe dell'antimafia, ho partecipato alle manifestazioni, per quanto inutili. Cerco di stare molto attento quando decido chi votare, cerco di informarmi il più possibile. In italia è una vera guerra. Sai Falcone, la strage di Portella delle Ginestre, Berlusconi, Andreotti, Peppino Impastato...

 

 

 

Ci sedemmo sul bordo del letto e le raccontai tutto quello che sapevo o che credevo di sapere sulla mafia, sugli intrighi politici, gli affari, ecc...

Lei mi seguiva attenta. Ogni tanto mi faceva delle domande, altre volte mi faceva ripetere i passaggi più complicati. Dopo un po', dopo un po' che avevo finito di raccontare, dopo un po' che lei si era chiusa nel suo silenzio a riflettere, mi disse: - Non è la maffia -


________

Continua...

[Le puntate precedenti sono pubblicate sui numeri
3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 15, 16, 17, 18, 19 , 20, 21, 22, 23, 24, 27, 29, 31, 32, 33]

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